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E chi sa in quante occasioni, in una forma o nell’altra, non sarà stato mosso anche a lui il rimprovero, ch’egli pone in bocca di Serse! Forse, in grazia appunto a codesto accento di commossa sincerità che in Temistocle ci fa vedere il Metastasio in persona, quando nei primi anni della sua dimora alla corte cesarea le trafitte della nostalgia dovevan farglisi sentire più crude; questi versi, a distanza di tanti anni, ci commuovono ancora. Non è quindi strano che il 1829 un greco esule e patriota ne fosse commosso al punto da riportarli tradotti in capo di un suo ΥΜΝΟΣ ΕΙΣ ΤΗΝ ΕΛΛΑΔΑ nei giorni memorabili, in cui la Grecia spezzava le secolari catene e l’istmo di Corinto risonava ancora del grido di Costantino Canaris.

Quel greco era Costache Aristia, e tradurrà di lì a qualche anno in rumeno la Virginia e il Saul dell’Alfieri; i versi ch’egli pone a capo del suo inno suonano in greco così:

Τὰ ἔθιμα τῆς, οἱ στέφανοί μοῦ,
Ἱδρῶτες, κίνδυνοι, θρίαμβοί μου
Ὁ ἥλιος τῆς καὶ ὁ αἰθήρ
Κὶ‿αὐτοὶ οἱ λίθοι κί‿αὗτὰ τὰ ξύλα
Ἡ γῆ, ἡ χλόη, δένδρων τὰ φύλλα,
Δι´αύτης ταύτης ἤμουν σωτήρ!

Questi versi gli torneranno alla memoria il 1843, quando per festeggiar l’avvenimento al trono di Valachia del Voda Gh. Bibescu, pubblicò un certo suo pasticcio epico-lirico-adulatorio intitolato Prințul Român, dove a pp. VII-VIII della Prefazione leggiamo le seguenti parole: „(p. VII) Temistocle mântuitorul Grecilor care a roșit limanul Pireu și marea Salaminia cu sângele Persian, apoi pizinuit și osândit la moarte ca toții mântuitorii (uitați-vă la cruce) scapă și chiar în Persia generoasă găsește ocrotire și slavă mare, înalță și el mai mult slava Persană; dar voind Csercses să ’l trimiță ca (p. VIII) să bată și Atena, nu primește; ascultați dar ce răspunde:

Serse.


Ah dunque Atene
Ancor ti sta nel cor!
Ma che tanto anni in lei?

Csercses.


Văi! astfel tot Atena
Ea stă ’n inima ta !
Ce ’n ea iubești tu?