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delirio di menti inferme, ma che oggi forma la base del nostro diritto pubblico interno!

Non gettiamo il disprezzo, non versiamo a piene mani l’oblìo su coloro che amarono l’Italia, quando l’Italia non si poteva amare che nelle sètte, e a rischio della propria vita. Noi che abbiamo raccolto il frutto delle loro sofferenze, dei loro martirii, inchiniamoci dinanzi alle loro ombre sacrosante. Quasi tutti portano sul loro corpo le impronte del martirio!



Caduto, nel 1814, il reggimento napoleonico, l’Italia incominciò ad essere solcata dalla sètta dei Carbonari, formatasi su quella cosmopolita della massoneria. Carbonaro significava non solo liberale, ma anche unitario; concetto che per un momento parve che volesse passare nell’ordine dei fatti coll’impresa tentata in quei giorni da re Gioacchino Murat e cantata da Alessandro Manzoni nel frammento: Il Proclama di Rimini e da un anonimo con una poesia1 dalla quale stralciamo le seguenti strofe, che probabilmente non dovettero passare inosservate a colui, che sei anni più tardi scriveva l’inno famoso: Soffermati sull’arida spondaVolti i guardi al varcato Ticino ec.


Sorgi Italia, venuta è già l’ora;
     L’alto fato adempir si dovrà.
     Dallo stretto di Scilla alla Dora
     Un sol regno l’Italia sarà.

A sfrondar nostri bellici allori
     Man superba non più tenterà;
     Nè strapparci le mèssi, i tesori
     Che feconda la terra ci dà.

  1. Fu stampata in segreto in foglio volante, a Bologna, coi tipi dei fratelli Masi e comp. e disseminata a migliaia di copie in Toscana. Parecchie di queste conservansi nell’Archivio Segreto.