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— Sicuro, che c’entra, o signora; imperocchè nel 1815, in Toscana, regnava S. A. I. e R. il Granduca Ferdinando III, di Lorena — un sovrano patriarcale, il quale precisamente perchè governava patriarcalmente quel milione e poco più di toscani che la divina provvidenza e le baionette degli eserciti della Santa Alleanza gli avevano dato da amministrare, ne voleva conoscere per filo e per segno i segreti. E questi — è facile intenderlo — non potevano essere conosciuti che per mezzo d’una Polizia dai cento occhi e dalle cento orecchie, d’una polizia capace di spingere la punta del naso sino nel Gabinetto... ma che diciamo! sin nell’alcova delle signore. Polizia impertinente ed ineducata, dirà ella, o signora; e noi risponderemo: sicuro. Ma tutte le Polizie di questo mondo sono fatte a un modo. Se i signori poliziotti dovessero portare i guanti e conoscere il galateo!... Ma ritorniamo alla nostra storia.

Ci si accordi il permesso, in questa pagina di cronaca galante, di tacere il nome della eroina. È un riguardo, per quanto postumo, che si deve ad una morta quantunque il nome della signora, in questi ultimi tempi, sia stato ripetutamente ricordato dagli studiosi della vita del Foscolo e la bellissima donna che lo portò fosse cantata dal poeta zacintio insieme a due altre signore nel suo carme delle Grazie. Era nata contessa ed aveva sposato ancora giovanissima un cavaliere toscano. Dunque era bella, ma d’una bellezza altera, scultoria, forse la più bella signora che contasse allora Firenze; una bellezza, insomma, che la stessa Luisa d’Albany, divenuta nella sua vecchiaia acre e maligna, non poteva negare. Il Foscolo, che in fatto di beltà muliebre era conoscitore finissimo, non solo la cantò, ma l’amò, e benchè nessuna testimonianza seria e inappuntabile ci riman-