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volte in un movimento, anzi in una morte continua: l’essere deiruomo e quello delle cose che lo circondano sembra avere, come dice il Leopardi, per proprio ed unico obbietto il morire. Le amarezze e le sventure di ogni specie, che irrompono nel corso della vita, non sono che forme diverse della morte, la quale in ogni istante ci rapisce una parte della vita e travolge nell’irrevocabile passato noi e le cose che d sono più care. Contro questa dura esperienza, che l’uomo troppo spesso dimentica nel facile ottimismo della vita quotidiana, naufraga irremissibilmente ogni illusione edonistica.

Questa è stata del resto anche l’esperienza secolare dell’umannità, che lentamente si è levata, sotto la pressione del dolore, dal seno dell’animalità ad una vita superiore: se l’uomo è diventato un essere morale, se egli ha svolto in sè le virtù della pietà e della carità attiva, egli lo deve sopratutto al fatto, dice bene il Wundt, che la terra non è per lui un paradiso. Dovremo ora noi, come da molti si vuole, arrestarci a questa sfera superiore della vita e porre in essa, vale a dire nella realizzazione delle idealità morali, il fine supremo dell’uomo?

Certo l’attività morale pone l’uomo dinanzi, a grandi compiti, che possono essere il degno fine d’una vita intiera: ma quando noi la consideriamo da un più alto punto di vista, dobbiamo riconoscere che anche la vita morale non presenta all’uomo un termine ultimo e definitivo dell’attività sua. Come Fichte ha più d’ogni altro messo chiaramente in luce, ciò che ha valore nell’atto morale non è il risultato materiale raggiunto, ma la conformità della volontà interiore con un ordine puramente ideale: l’ordine morale non è una Gerusalemme celeste realizzabile sulla terra, ma un regno ideale di fini, di cui l’uomo si rende partecipe per la vita morale. Ora ciò equivale ad affermare che la vita morale umana non può venire obbiettivamente posta come fine a sè medesima: perchè il fine vero ed ultimo dell’atto morale trascende il fine diretto ed immediato che è l’attuazione del bene nell’ordine sensibile. Questo non è del resto che il risultato cui deve giungere ogni osservatore acuto ed imparziale della realtà sociale. Forse che con tutto il vantato progresso morale il mondo attuale è intrinsecamente migliore? Forse che anche oggi la violenza e la frode non sono le vere forze dominatrici e forse che oggi non sarebbe giustifi-