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la conversione. 125

stesso con cui Dante cattolico imprecava contro la Lupa, e il canonico Petrarca contro l’avara Babilonia. Se il giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si doleva che tenendosi lontani dal letto dell’infermo gli amici, gli si fosse accostata soltanto «l’orribile figura del prete» per accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur credendo nella immortalità dell’anima, nell’esistenza di un Dio che premia «eternando ciò che a lui somiglia,» nei doveri cristiani della pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de’ riti religiosi prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto agevole l’innestare un po’ di devozione cattolica. Ma i preti furono solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il letto de’ moribondi, in una lettera diretta all’amico Pagani, il ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch’egli voleva rimaner lontano «da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l’indifferenza naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri che s’impadroniscono di voi, che vogliono pren-

    non mista di altre teorie, e una buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non credono ad altri dogmi che ai rivelati.»