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Gaspara Stampa. 57


Ma poi le sopravviene uno scoramento infinito, e un desiderio mesto:

Fa’ ch’io rivegga, Amore, anzi ch’io moia,
gli occhi, che di lontan chiamo e sospiro,
fuor de’ quai ciò ch’io veggo e ciò ch’io miro
con questi miei, mi par tenebre e noia.

E da lui non una parola! dopo tanti giuramenti, dopo tante promesse!

Questa è la gioia mia da voi sperata?
e questo è quel che voi m’avete detto?
questa è la fè che voi m’avete data? —

La fè, Conte, il più caro e ricco pegno
che possa avere illustre cavaliero,
come cangiaste voi presto e leggero?
. . . . . . . . . . . . . . . . .

Almeno gli occhi di lui non vedessero le bellezze femminili onde la Francia è piena!

Piuttosto la morte che questa certezza! Sommerso in alto pelago d’oblivione, alla sua Anassilla egli non ha degnato mai scrivere un verso! Ella è qui, «colma di desio», e non può che commettere all’aurora i suoi lamenti;

Qui, dove avvien che il nostro mar ristagne,
Conte, la vostra misera Anassilla,
quando la luna agghiaccia e il sol sfavilla,
pur voi chiamando si lamenta e piagne.
          
Voi, dove avvien che l’Oceàno bagne,
la notte, il giorno, all’alba ed alla squilla,
menando vita libera e tranquilla,
mirate lieto il mare e le campagne.