Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.2.djvu/121


vincenzo monti 111

ingiuria non contemplata dalla legge nè rigorosamente punita dall’opinione pubblica, che è la tremenda appendice di tutte le leggi».

La Risposta prima del Gianni, intitolata Proteone allo specchio e data da Libetra, è un vero furore d’improperj, ma sembra sentita. — Concentrato pacificamente in un angolo della terra, io vedea scorrere i miei giorni innocenti e tranquilli, allorché tu, invidiandomi quella calma che hai perduta per sempre, fosti il primo ad assalirmi nel mio ritiro. Ripugnava alla mia anima il discendere sino a te», ecc. La seconda risposta è bassa quanto qualunque delle odierne.

Nè le inimicizie cessarono quando, divenuto il Monti poeta di Corte, pareva offesa ufficiale l’intaccarlo. Il Lattanzio nel Corriere delle dame a Milano1, il De Coureil a Pisa2, altrove Urbano Lampredi, Michele Leoni ed altri pareano accordarsi per attossicargli la coppa inebriante, aguzzando gli occhi per iscovare difetti nelle sue composizioni; più s’accannivano contro quella versalità, e distinguevano le opere dell’abate Monti, del cittadino Monti, del cavaliere Monti.

  1. Giuseppe Lattanzio (galeotto di Nemi — scappalo al remo e al tiberin capestro) suppliva allo scarso ingegno coll’audacia, o agli attacchi della Mascheroniana contrappose un pessimo poema, l’Inferno, ove al Monti rende la pariglia. Nel Corriere delle dame osò predire che Buonaparte si farebbe re d’Italia. Invece di imprigionarlo, lo mandarono all’ospedal de’ pazzi (la fune e la Senavra impetra).
  2. Il De Coureil avea fatto una «assurda impudentissima anatomia» del Parini, soprattutto per l’abuso della mitologia. Morse l’orazione inaugurale del Monii, sostenendo (audacia rara allora) che non fossero vere le persecuzioni del Sant’Uffizio contro di Galileo e della filosofia.
    Era nato francese, ma dai genitori condotto fanciullo a Pisa dove fece gli studj, infine pose casa a Livorno; visse di fare scuola e di scrivere; e stampò favole, novelle, lettere critiche in cinque volumi. Di gran lettura e gran memoria, trattava con indipendenza, allor poco solita, i più grandi autori, antichi e moderni.
    Il Monti, da lui criticato, gli avventò una nota furibonda nella terza lettera sul Cavallo di Arsinoe; gli rinfaccia d’esser di razza non italiana e povero; lo manda a far il beccajo perchè non conosce la mitologia, e si meraviglia che la barella dell’ospedale non sia ancor venuta a pigliarlo.
    Il De Coureil non si tacque, e quanto alla povertà, gli facea riflettere che lo schernire un suo confratello di lettere, grande o piccolo non importa, perchè la fortuna lo tenesse in povertà, è la maggior bassezza di cui possa farsi colpevole un uomo d’onore. Scrisse poi un opuscolo contro il Baldo della Selva Nera, ma il Monti non gli rispose. Morì d’apoplessia a Livorno, il 29 gennaio 1822 di 62 anni.