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leano prostrarsi, cardassarono quel componimento, e più severamente La revue littéraire in un articolo francese. Milano, che voleva umiliar il Monti quanto suole co’ suoi concittadini, fu subito inondata d’avvisi della ristampa di quell’articolo: il Monti potè accertarsi che era ispirazione od opera del Lampredi1, del Gianni, del Buttura,

  1. Urbano Lampredi di Firenze (1761-1838) delle Scuole Pie, ebbe ingegno arguto e facilità ironica, colla quale potè farsi temuto ne’ giornali e ne’ circoli. Professore a Roma nel Collegio Nazareno col Galiuffi, poeta latino e stupendo mnemonico, e col Breislak naturalista, in casa Morelli conobbe il Monti, lo lodò prima, l’attaccò poi, e ne meritò un accannito rabbuffo nel sonetto al Padre Quirin. Ritiratosi poi da Roma e uscito di frate, a Firenze tornò incontrare il Monti, e l’ajutò a rappattumarsi col Gianni, e ad ottenere per suo mezzo raccomandazioni nella Cisalpina. Anche nell’esilio di Parigi imbattè di nuovo il Monti, il quale credette trovare la mano di lui negli ostacoli posti alla sua gloria e al suo collocamento. Più tardi il Lampredi confessò che i materiali dell’articolo contro la Spada di Federico erano stati lasciati da lui, partendo per Londra, come anche un sonetto contro il poeta versatile; e che il Gianni se ne valse al doppio servigio di calpestar il Monti e d’innalzar sè stesso. Imputato nella lettera al Bettinelli, venne a Milano a chiederne ragione; se alcuni, com’è stile de’ codardi, aizzavano i due emuli, l’Anelli, il Lamberti, il Breislak, l’Appiani s’interponeano per pace: si compromise la cosa nel Guicciardi ministro di polizia e nel Paradisi presidente del senato, ma tirandosi la cosa per le lunghe, il vicerè fece intendere che la voleva finita, e il Paradisi invitò Monti e Lampredi a un pranzo, ove si abbracciarono. Anzi il Lampredi insegnò matematiche alla Costanzina Monti, ajutò lui di buoni consigli alla traduzione dell’Iliade, e con esso scrisse il Poligrafo, dove sferzava Foscolo e gli altri mal accetti al Governo.
    Il Monti lo loda in molti luoghi, lo dichiara cima di letterato; poi nella lettera al Bettinelli lo strapazza: gli «tesse una corona di spropositi meravigliosa» quando «scende in arena a farsi campione dei buffoni della Crusca». Il Lampredi stampò gran lodi della versione dell’Iliade, poi alla macchia censurò le opere del Monti.
    Buon matematico, buon filologo, tradusse molti greci, e mostrò finezza di critica. Ma con ciò si fece molti nemici. Già nel Monitore Romano del 1799 scriveva contro E. Q. Visconti le Litanie di Pasquino, e denunziava le ruberie del Faypoult, del Perillé, degli altri commissarj francesi. È ricordata questa sua satira:

    Marforio. Che tempo fa, Pasquino?
    Pasquino. Fa un tempo da ladri.
                        (Sarà continuato).

    Un articolo contro del celebre chirurgo Angelucci lo pose in gravissime congiunture, come più tardi quelli a Milano contro il Compagnoni, e a Napoli contro il duca Mollo, da improvvisatore divenuto ministro di polizia. Contro del Lampredi principalmente è diretta l’Hypercalypsis di Ugo Foscolo, che lo intitola Hieromomus o frate buffone, e dice: «Hujus naturæ est ut, ubicunque est, discordias et lites serat, eademque hebdomade et laudes et in eosdem satiras edat».