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L'inferno 305

per nome Tundalo, uomo empio e di mali costumi, fu pressochè ucciso con un colpo di scure da un suo debitore. Rinsensato, raccontò ciò che aveva veduto delle cose dell’altro mondo. Altri invece, come Ugone d’Alvernia e Guerino il Meschino, già ricordati, e il cavaliere Owen, andarono all’inferno in carne ed ossa, imitando gli esempii di Ulisse e di Enea. Dante v’andò allo stesso modo.

Comunque ci si andasse del resto, col corpo o senza il corpo, l’andata non era senza pericolo: san Furseo portò tutto il tempo di vita sua le tracce del fuoco infernale che l’aveva tocco. I demonii vedevano assai mal volentieri aggirarsi pel regno loro chi non doveva restarci, e si studiavano di nuocere in tutti i modi agli intrusi. Essi tentarono di uncinar Carlo il Grosso con uncini arroventati, e di afferrare con ignee tenaglie un buon uomo di Nortumbria di cui narra la visione il Venerabile Beda. Il giovane Alberico, il cavaliere Owen, altri assai, furono da loro in varii modi minacciati o tormentati. Senza l’ajuto di Virgilio e del messo celeste, Dante si sarebbe trovato più d’una volta a mal partito.