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introduzione xvii

secondo quello che ci dice il Goethe, ebbe compassione di noi; e lo confessa candidamente al Signore Iddio:

Die Menschen dauern mich in ihren Jammertagen,
Ich mag sogar die Armen selbst nicht plagen.1

Quando il nostro buon Sacchetti, per esempio, confessa che «il Creatore, che di nulla ci formò, ci ha fatti venire in questa vita per metterci in su l’ancudine al martello»;2 quando l’illustre inglese John Stuart Mill scrive, che «la natura tiranneggia l’uomo condannandolo al lavoro e alla fatica», che «una tremenda lotta per l’esistenza immerge tutto il mondo dei viventi in un oceano di guai e di dolori»,3 non fanno altro che esprimere esattamente un concetto, che è quello appunto di Çâkyamuni intorno alla condizione dell’uomo sulla terra.

Così dall’antichità fino ai giorni nostri non mancarono voci di lamento pei mali dell’umana progenie, anche presso la schiatta, a cui noi stessi apparteniamo. Il Leopardi, come il più gran nu-


  1. Goethe, Fausto: prologo.
    Le miserie de’ poveri mortali
    Son tante e tali,
    Che d’accrescerle quasi io non ho core.
    Trad. Maffei.
  2. Sermone XI.
  3. Three Essays’s on Religion, London 1875.

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