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26 parte prima


quattro botteghe con le respettive abitazioni, e co’ loro tetti coperti di piombo. Confesso, che questo colpo d’occhio mi è parso meraviglioso, nè l’ho trovato descritto tal quale egli è da nessuno dei viaggiatori, che io ho letti. Chiedo scusa al mio lettore, se ho dato un po’ troppo luogo alla mia compiacenza. Non ne dirò altro per ora, riservandomi a dar qualche idea dei costumi e degli usi di Venezia, delle sue leggi e della sua costituzione, di mano in mano che l’occasione mi ricondurrà su tal proposito, e che la mia mente avrà acquistato una maggior fermezza e precisione di giudizio. Terminerò questo capitolo con una succinta relazione de’ suoi spettacoli. Le sale per gli spettacoli in Italia hanno il nome di teatri. Ve ne sono sette a Venezia, portando ognuno il nome del Santo titolare della respettiva parrocchia.

Il teatro di San Giovanni Grisostomo era allora il primo della città, e vi si davano le opere serie. Quivi Metastasio espose la prima volta i suoi drammi, e Farinello, Faustina e la Cozzoni fecero sentire il loro canto. Quello di San Benedetto ha preso in oggi il primo posto. Gli altri cinque si chiamano: San Samuele, San Luca, Sant’Angiolo, San Cassiano, e San Moisè. Di questi sette teatri, ve ne sono ordinariamente due per l’opere serie, due per l’opere buffe, e tre per le commedie. Parlerò di tutti in particolare, quando sarò divenuto l’autor di moda di questo paese, poichè non ve n’è alcuno, che non abbia avuto qualche mia opera, e che non abbia contribuito al mio onore ed al mio vantaggio.

CAPITOLO VIII.

Mia partenza per Pavia. — Mio arrivo a Milano. — Primo colloquio col marchese Goldoni. — Difficoltà superate.

A Venezia adempivo molto bene in casa del procuratore al mio dovere nell’impiego, ed avevo acquistata molta facilità nel fare il sommario dei processi. Mio zio mi avrebbe voluto presso di sè, ma sopraggiunse una lettera di mio padre, che mi richiamava. Era rimasto vacante un posto nel collegio del Papa, ed era già stato fissato per me; ce ne dava parte il marchese Goldoni, consigliandoci a partire.

Lasciammo Venezia mia madre ed io, e ritornammo a Chiozza. Si fanno i fagotti, si legano, ed ecco mia madre in pianti, e così mia zia. Mio fratello, che si era fatto escire dalla dozzina, sarebbe volentieri partito meco: la separazione fu commovente e patetica, ma la carrozza arriva, e convien lasciarci. Si prese la istrada di Rovigo e Ferrara, e di là arrivammo a Modena, ove restammo per tre giorni in casa del signor Zavarisi, notaio accreditatissimo in quella città, e nostro prossimo parente per parte di donne.

Questo bravo e degno giovine aveva in mano tutti gli affari di mio padre; era quello che maneggiava le nostre rendite al tribunale della città, e ritirava le pigioni delle nostre case; ci somministrò danaro, e noi andammo a Piacenza.

Non mancò mio padre di portarsi là a far visita al suo cugino Barilli, che non aveva intieramente adempiuto ai suoi impegni, e lo indusse con buona maniera al pagamento di due annate delle quali andava debitore; di maniera che eravamo molto provvisti di contante, che ci fu utilissimo in alcuni casi non preveduti, nei quali ci trovammo dipoi.