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v. l’«orlando furioso» i0i
Per tutto celebrare uffici e messe
A preti, a frati bianchi, neri e bigi;
E le genti che dianzi eran confesse,
E di man tolte agl’inimici stigi,
Tutte comunicar, non altramente
Ch’avessino a morire il di seguente.


È il tono più famigliare, ordinario, indifferente; ed in questa familiarità, ordinarietà e indifferenza sta l’ironia appunto.

Segue la preghiera di Carlomagno: qui l’ironia comincia a svelarsi nel tono triviale e nelle cose dette. La preghiera, presa sul serio, è ciò che v’ha di più lirico, come la preghiera di Margherita alla Madonna nel Fausto, o di san Bernardo in Dante. Ma qui Carlomagno comincia a persuadere Dio che, aiutando Carlomagno, farà bene a sé stesso: — Se non m’aiutate, perderete i vostri partigiani — . È un argomento preso dall’utile. Finisce con ragioni da venditore, con un calcolo aritmetico; e la trivialità dell’espressione risponde alla trivialità del concetto.

Ecco come Dante esprime quest’ultima idea:

Immensi furon li peccati miei,
Ma la bontà divina ha si gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Qui si sente la serietà dell’espressione.

Carlomagno sparisce e viene in iscena Domineddio in persona. Non vi è cosa più imbarazzante del dovere far parlar Dio. Se dite che comanda col sopracciglio, il Giove omerico divien sublime. Ariosto fa parlar Domineddio a Michele come un capo d’affari parla ad un commesso, abiettamente: «digli da parte mia» è il modo più triviale della lingua: e l’Angelo esegue più abiettamente le «commissioni»! L’ironia, in tutto questo, è nel tono.

V’ho detto che se l’autore ha un tono elegante può elevarsi senza nulla di brusco. L’Ariosto, che sin qui ha raccontato ordinariamente, quando comincia alcun che di poetico ad uscir dal fatto, cambia tono a un tratto. Quel trivialissimo Angelo, la-