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numento, nella letteratura italiana, il poema di Dante, e per cotesto restò unico e solitario monumento, nella persiana, quello di Firdusi.

III.

Il Libro dei Re potrebbe paragonarsi ad un gran monumento architettonico, stato ideato dai giganti, stato lavorato finamente dai nani. La serie poi degli avvenimenti meravigliosi che vi si raccontano, somiglia nel suo insieme, secondo la bella immagine dello Schack, alla volta del cielo stellato che comprende, ne’ suoi sistemi, l’infinita pluralità dei mondi. Muove il racconto dai primordi del genere umano, quando la scarsa famiglia, con un sol capo che viveva sui monti, cinto di pelli ferine, viveva tutta pacifica e tranquilla e non conosceva alcun nemico in terra, fuor che il genio del male, Ahrimane; e somiglia ad un fiume, dalle onde sempre ugualmente tranquille, che, uscito da remote e inaccesse regioni, s’avanza per vaste pianure, per ampi seminati, per luoghi abitati e colti, non affrettantesi alla foce, ma quasi attardantesi e compiacentesi dell’attardarsi. E il poeta, rapito nella contemplazione estatica delle figure luminose de’ suoi re e de’ suoi eroi, ci viene narrando di questo e di quello, di re Hôsheng inventor del fuoco e dell’agricoltura, di Tahmûras inventor dell’arte dello scrivere, di Gemshîd inventore delle arti del lusso che poi fu empio e ribelle a Dio. Ed ecco avanzarsi d’Arabia un principe truculento e fiero, Dahâk, reo di parricidio, che recava, cosa orrenda! due serpenti attorcigliati al collo, natigli di sulle spalle da due baci impressivi dal Genio del male. Dahâk, insignoritosi dell’Iran, fa morir di fiero supplizio il re Gemshîd, e tutto il bel paese va in iscompiglio; ogni cosa, ogni famiglia è nel lutto, perchè ogni mattina due de’ più bei garzoni vanno dati in pasto ai serpenti del tiranno. L’orribile colpa dimanda vendetta; e Firdusi, dalla descrizione di tanti delitti e di tanti eccidi, trapassa di volo, come per ricrear chi l’ascolta, alla descrizione di lontane foreste sull’Alburz dove, tra i pastori e gli armenti, allattato già nell’infanzia da una giovenca misteriosa, cresce accanto alla madre sua il discendente degli antichi re, il loro legittimo erede, il giovane e prode Frêdûn, a cui Dahâk aveva ucciso il padre. Il fatale eroe, armato di clava di ferro, scende fulmineo da’ suoi monti, atterra nella reggia il tiranno, e lo serra incatenato nelle caverne del Demâvend. Anche ai nostri giorni, il viandante che passa intimo-