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Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume I (1857).djvu/35


introduzione 27


Il cardinale Bernardino Carvajal carteggiava su Colombo col celebre letterato Pietro Martire di Anghiera, professore di latinità alla corte di Spagna.

Il cardinale Luiz d’Aragona mandava uno de’ suoi segretari a raccogliere, sotto la dettatura di Pietro Martire, ciò che questo elegante letterato imparava dallo stesso Colombo.

L’illustre cardinale Bembo aggiungeva, nella sua storia di Venezia, un libro intero sulla scoperta di Cristoforo Colombo.

Papa Leone X si faceva leggere nelle sere invernali, in mezzo alla corte pontificia, tutte le scoperte di Colombo, di cui Pietro Martire d’Anghiera aveva composto la storia sotto il titolo di Decadi Oceaniche.

Tutto quasi il Cardinalato Romano invitò un nobile cittadino della città, Giulio Cesare Stella, a scrivere in versi latini l’epopea del Nuovo Mondo.

Il cardinale Alessandro Farnese diede particolarmente una gran voga a questo poema, colla lettura che ne fece fare alla sua Villa Farnese; e indusse il gesuita Francesco Benci ad arricchirla di una prefazione.

Il cardinale Benedetto Panfili consigliò ad altro gesuita, Ubertino Carrara, di comporre un poema sul medesimo argomento. Il cardinale Sforza Pallavicino celebrò l’opera di Colombo ne’ suoi Fasti Sacri.

Il cardinale vescovo di Verona, il grande Agostino Valerio, nel suo libro De consolatione Ecclesiae, additò magnificamente il fatto della scoperta, e la sua importanza cattolica; e glorificò implicitamente Colombo, applicando alla sua missione alcuni testi notevoli delle profezie di Isaia.

Sotto gli auspici di papa Innocenzo IX, e del cardinale Gabriele Paleotto, il dotto oratoriano Tomaso Bozio pubblicò la parte del suo libro De signis Ecclesiæ Dei, in cui anch’egli applica a Cristoforo Colombo diversi passi delle profezie.

Il primo cardinale che stimolasse un poeta a celebrare in italiano la navigazione di Colombo, fu Antonio Perrenot francese, più conosciuto sotto nome di cardinale Granvelle. E, vuoisi dichiararlo, il poeta bresciano Lorenzo Gambara adempiè degnamente le sue intenzioni.