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154 Giovanni Boccacci

     A dover ritrovarti le costure1,
     Credo, parratti desto un gran vespaio.
     De’ tu m’ài pieno, anzi colmo, lo staio2;5
     Bastiti omai, per dio, et non m’indure
     A dettar versi delle tua lordure3,
     Ch’io sarò d’altra foggia, ch’io non paio.
Et poi che la parola uscita è fuore,
     Indrieto ritornar non si può mai,10
     Né vale il dir: vorrei aver creduto4.
     S’el ti prude la penna, il folle amore5
     Et la fortuna dan da dire assai:
     In ciò trastulla lo tuo ingegno acuto.


CXXI.

AL MEDESIMO.


Poi6, satyro7, sei facto sì severo
     Nella mia colpa, et ètti sì molesta,
     Credo, sarebbe cosa assai honesta
     Prima lavasse il tuo gran vitupero,
     Che mordesse l’altrui: huom sa8, per vero,5


  1. «Ad offenderti, a venire alle mani:» è metafora tolta dal linguaggio dei sarti.
  2. «M’ài stancato.»
  3. Quelle espresse poi nel son. CXXI.
  4. Alle minacce.
  5. Allusione a quello del detrattore (CXXI, 10-11).
  6. «Poiché.»
  7. «Uomo rozzo, grossolano». In questo senso il Boccacci adoperò altre volte la parola satiro; posso citare due esempi dell’Ameto nel racconto di Acrimonia: ‘un giovane (Apaten) di grazioso aspetto, benché agreste e satiro’ e ‘io il rendei, di rozzo e satiro, dotto giovane’.
  8. «Si sa.»