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atto secondo. — sc. iii. 305

Che a bere in Gorgadello li chiamassero.
Mi dice un d’essi, ch’è mio amico: — Corbolo,
Che guardi? — Io glielo dico, e insieme dolgomi
Che mai per alcun tempo non si vendono
Salvadigine1 qui, come si vendono
In tutte l’altre cittadi; e penuria
Ci sia d’ogni buon cibo; nè si mangino
Se non carnacce che mai non si cuocono.
E perchè2 non son care! Si concordano
Tutti al mio detto.)
Lena.                                 Io vô aspettarlo, e intendere
Quel ch’egli ha fatto.
Corbolo.                                    (Io mi parto: mi séguita
Un d’essi, e al canto ove comincian gli Orafi,3
Mi s’accosta, e pian pian dice: — Piacendoti,
Un pajo di fagian grassi, per quindici
Bolognini gli avrai. — Sì sì, di grazia; —
Rispondo, ed egli:— In vescovado aspettami;
Ma non cantare;4 — ed io: — Non è la statua
Del duca Borso5 là di me più tacita. —
In questo mezzo un cappon grasso compero,
Ch’avea adocchiato, e tolgo sei melangole,
Ed entro in vescovado; ed ecco giungere
L’amico coi fagian sotto, che pesano
Quanto un pai’ d’oche. Io metto mano, e quindici
Bolognin su ’n altar quivi gli annovero:6
Mi soggiunge egli: — Se te ne bisognano
Quattro, sei, sette, diece paja, accennami,
Purchè tra noi stia la cosa. — Ringraziolo...)
Lena.Par che molto fra sè parli e fantastichi.
Corbolo.(E gli prometto la mia fede, d’essere
Segreto. Ma mi vien voglia di ridere,
Che ’l signor fa con tanta diligenzia,
E con gride e con pene sì terribili,


  1. Così le antiche stampe, secondo la provinciale pronunzia dell’autore.
  2. Da aggiungersi ai già molti rammemorati nella nota 2 a pag. 244.
  3. Ove comincia la via degli Orefici, sul termine della piazza del Duomo. — (Barotti.)
  4. Non cicalarne con alcuno.
  5. La statua di bronzo, a canto all’arco del Cavallo, rappresentante Borso Estense, primo duca di Ferrara. — (Barotti.)
  6. Pose qui il Barotti questa nota: «Il poeta mette in veduta un abuso de’ suoi giorni.»

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