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121 ANNALI D'ITALIA, ANNO XXXVIII. 122

tolse, e la tenne e trattò da legittima consorte. Dione1, non so come, la fa moglie (forse in seconde nozze) di Marco Lepido, notando nondimeno anch’egli l’obbrobrioso commercio del fratello con essa. Fu costei in quest’anno rapita dalla morte, verisimilmente verso il fine di luglio. Caio n’ebbe a impazzire, e cadde in istravaganze ridicole. Dopo un solennissimo funerale e lutto pubblico, fece decretare ad essa gli onori dati a Livia Augusta, e deificarla e alzarle dei templi; e si trovò un senator sì vile, cioè Livio Geminio, che con giuramento affermò di aver veduta Drusilla salire al cielo, e ne riportò un buon regalo da Caio. Seneca anch’egli si rise di costui. Oltre a ciò come forsennato all’improvviso si partì da Roma, fece un viaggio nella Campania, arrivò sino a Siracusa, e poi frettolosamente ritornò a Roma, senza essersi fatta radere la barba nè tosare i capelli. Andò tanto innanzi la frenesia di Caio, che fece morir non so quante persone per due opposti motivi o pretesti; cioè le une perchè si erano rattristate per la morte di Drusilla, quasi che fosse un gran delitto l’affliggersi per chi era divenuta partecipe della divinità; e l’altre, perchè o avessero fatto conviti, o balli, o fossero ite al bagno nel tempo del lutto per Drusilla, parendo ciò un rellegrarsi della sua morte. Chi potea indovinarla con un sì furioso e pazzo Augusto? Altri nondimeno han creduto ch’egli spigolasse sì fatti pretesti, per ingoiar le ricchezze dei condannati a diritto o a torto; imperciocchè il folle ne’ primi mesi fece un tale scialacquamento di denaro, che consumò colla sua prodigalità in doni e pubblici giuochi gli immensi tesori che l’avaro Tiberio avea radunato; e, trovandosi poi smunto, diede ad ogni sorta di violenza, o pubblica con imporre gravezze, o privata con levar di vita i ricchi innocenti, per soddisfare ai suoi capricciosi voleri colle loro sostanze. Quando altra accusa mancava, [p. 120]sempre era in pronto quella che avessero avuta parte nella morte dei di lui genitori e fratelli.

Un’altra ridicolosa comparsa avea fatto questo imperadore, forse nell’anno precedente, come s’ha da Dione2. Invitato alle nozze di Caio Calpurnio Pisone con Livia (o sia Cornelia) Orestilla, appena ebbe veduta quella giovinetta che se ne invaghì con dire a Pisone: «Non ti venga talento di toccare mia moglie.» E tosto seco la condusse in corte, poi fra pochi dì la ripudiò; e da li a due anni ragguagliato ch’essa avea commercio col primo marito, relegò l’uno e l’altra. Inoltre pochi giorni dopo la morte di Drusilla avendo esso Caio udito parlare della straordinaria bellezza dell’avola di Lollia Paolina, moglie di Caio Memmio Regolo, già stato console, e che era allora governatore della Macedonia ed Acaia, stranamente avvisandosi che non fosse minor la beltà della nipote, mandò a prendere essa Paolina, e la sposò, con obbligar suo marito ad adottarla per figliuola. Ma svaghitosene fra poco, la ripudiò, con precetto a lei fatto di non avere carnal commercio con altr’uomo in avvenire. Sposò dipoi Cesonia Milonia, che già avea avuto tre figliuole da un altro marito; donna che sapea il mestiere di farsi amare. E la sposò nel dì stesso che la medesima partorì una figliuola, ch’egli riconobbe per sua, ed ebbe nome Giulia Drusilla. Dione la fa nata un mese dopo, e riferisce all’anno seguente un tal matrimonio3. Intanto si diede meglio a conoscere la sua furiosa passione di mirar con piacere le morti degli uomini. I giuochi funesti de’ gladiatori erano il suo maggior sollazzo. Sollecitava anche i nobili, benchè fosse contro le leggi, a combattere negli anfiteatri e a farsi scannare. Non contento del duello d’uno con uno, ne voleva delle schiere; e un dì fece combattere ventisei cavalieri romani, mostrando

  1. Dio., lib. 59.
  2. Dio., lib. 59. Sueton., in Cajo, cap. 25.
  3. Dio., lib. 59.