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a ruggiero bonghi

ALESSANDRO MANZONI.



Carissimo Bonghi,

Dico a socera perchè nora intenda, cioè scrivo a voi in privato per giustificarmi del non aver fatta menzione del libro di Dante De Vulgari Eloquio, nella Relazione, di cui anche voi avete accettata la responsabilità. Voi farete poi di questa lettera l’uso che vi suggerirà la vostra prudenza. Mi avete capito. — È indispensabile un pochino di preambolo.

Al libro De Vulgari Eloquio è toccata una sorte, non nova nel suo genere, ma sempre curiosa e notabile; quella, cioè, d’esser citato da molti, e non letto quasi da nessuno, quantanque libro di ben piccola mole, e quantunque importante, non solo per l’altissima fama del suo Autore, ma perchè fu ed è citato come quello che sciolga un’imbarazzata e imbarazzante questione, stabilendo e dimostrando quale sia la Lingua italiana.

Prima che ne fosse pubblicato il testo originale, che fu nel 1577, in Parigi, per cura di Jacopo Corbinelli, il Trissino l’aveva fatto conoscere con una sua traduzione, lavorata sopra un manoscritto e stampata in Vicenza per Tolomeo Janiculo, nel 1529. L’autorità di quel libro, sostenuta e combattuta fino da quel primo momento, e poi a vari e lunghi intervalli, fu rimessa in campo dal conte Giulio Perticari, nei due trattati: Degli scrittori del Trecento e de’ loro imitatori (1817), e Dell’amor patrio di Dante e del suo libro intorno al Volgare Eloquio (1820).

Bolliva allora l’altra questione tra i romantici e i classicisti, che rammento qui di passaggio e solamente per la somiglianza del caso. Una parte principale di quella questione era intorno alla poesia drammatica; e su questo punto il libro