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per il corso di due secoli e più era stata da’ più rinomati scrittori stabilita e regolata la lingua. Oltre Dante, il Petrarca e il Boccaccio, che ne sono chiamati i tre lumi, e oltre a quelli che nel medesimo secolo seguirono le tracce loro, non mancò la età susseguente di autori di conto, come il Poliziano, che nelle sue Stanze si accostò con lo splendor della espressione a Virgilio, ed il Pulci, che per la evidenza dello stile gareggiò nel suo Morgante con Omero. Quanti degni scrittori non videro dipoi gli aurei tempi di Leone? Il Castiglione, che quanto al linguaggio volle nella prosa far quello che Dante avea fatto nella poesia, scrivendo in una quasi comune favella d’Italia, il Guicciardini autore gravissimo ed ampio, il Segretario fiorentino conciso, pieno di nervi e di cose, il Bernio tutto sapore e festività, che da tanti è stato imitato ed è tuttavia inimitabile. E per passare sotto silenzio di altri molti, il Bembo aveva a quel tempo, con la sua diligenza e con grandissimo studio posto sopra gli autori più classici, dato le regole della nostra lingua, e l’avea ridotta a sistema. L’Accademia dunque della Crusca non altro ebbe a fare, che da tutti gli autori che per così lungo tempo e trattando così diverse materie, formata aveano, accresciuta e nobilitata la lingua italiana, raccoglier voci e modi di dire, e nel suo Vocabolario mettere ogni cosa a registro. Talmente che i Medici vennero a creare un corpo di tesorieri, in tempo che di tesori non era punto voto l’erario.