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184 di vittorio alfieri


CLXXXVI.1

Piaceri della solitudine.

Tutte no, ma le molte ore del giorno,
Star solo io bramo; e solo esser non parmi,
Purché il pensier degnando ali prestarmi
4 M’innalzi a quanto a noi si aggira intorno.
Or l’ampio Ciel d’eterne lampe2 adorno,
Or di man d’uomo architettati marmi,3
Or d’alti ingegni industrïosi4 carmi;
8 E l’ulivo, e la rosa, e l’ape, e l’orno,
E il monte, e il fiume; e i tempi antichi e i nostri
E l’uman core; e del mio core istesso5
11 I piú segreti avviluppati chiostri:6
Cose, onde ognora in mille forme intesso7
Norma, che fida il ben oprar mi mostri;
14 Fan che in me noja mai non trovi accesso.


CLXXXVII.8

Conforta la Signora a sopportare

coraggiosamente la povertà.

Di sangue egregia, in signoril ventura9
Tu pur fra gli agj omai mezza la vita


  1. Nel ms.: «23 agosto, in Boboli».
  2. 5. D’eterne lampe, di eterni splendori.
  3. 6. Architettati marmi, chiese, monumenti, palazzi.
  4. 7. Industriosi, abili, ben congegnati.
  5. 9-10. Il Leopardi, nell’Infinito:
    ... E come il vento
    Odo stormir tra queste piante, io quello
    Infinito silenzio a questa voce
    Vo comparando; e mi sovvien l’eterno
    E le morte stagioni, e la presente
    E viva, e il suon di lei.
  6. 11. Chiostri, misteri, recessi.
  7. 12. Intesso, stabilisco, determino.
  8. «Quell’anno ’96, funesto all’Italia per la finalmente eseguita invasione dei Francesi, che da tre anni tentavano, mi abbuiò sempre piú l’intelletto, vedendomi rombar sopra il capo la miseria e la servitú. Il Piemonte straziato, già già mi vedea andare in fumo l’ultima mia sussistenza rimastami. Tuttavia preparato a tutto, e ben risoluto in me stesso di non accettar mai, né servire, tutto il di meno di queste due cose, lo sopportava con forte animo e tanto piú mi ostinava allo studio, come sola degna diversione a sí sozzi e noiosi fastidj». (Aut., IV, 24°). Né le condizioni economiche della Contessa eran, in quel tempo, migliori: «perdute le rendite di Francia», (Bertana, op. cit., 252), «a lei non era rimasto proprio nient’altro, se non forse qualche avanzo dei risparmi fatti prima della rivoluzione. Poteva dunque partecipare delle amarezze e delle inquietudini del poeta, non solo pensando a ciò che egli soffriva, ma anche pensando che la propria sorte era ormai strettamente legata a quella di lui». In tale stato di cose fu scritto, il 6 settembre 1796, il sonetto surriferito.
  9. 1. Che la Stolberg era di nobile famiglia fu detto commentando il son. Alta è la fiamma che il mio cuor con-