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74 rime varie


LXIII [lxxxix] e LXIV [xc].1

Presso l’abbadia di Grenoble.

Là, dove muta solitaria dura
Piacque al gran Bruno institüir la vita,2
A passo lento, per irta salita,
4Mesto vo; la mestizia è in me natura.3
Ma vi si aggiunge un’amorosa cura,
Che mi tien l’alma in pianto seppellita,
Sí che non trovo io mai piaggia romita
8Quanto il vorrebbe la mia mente oscura.4
Pur questi orridi massi, e queste nere
Selve, e i lor cupi abissi, e le sonanti
11Acque or mi fan con piú sapor dolere.5
Non d’intender tai gioje ogni uom si vanti:
Le mie angosce sol creder potran vere
14Gli ardenti vati, e gl’infelici amanti.


Se all’eterno fattor creder potessi
Cosa esser grata un vile ozio devoto,
O se finger di crederlo sapessi,
4Giurerei forse oggi di Bruno il voto.6


  1. Nel ms. il primo sonetto ha la postilla: «Tra Grenoble e la Certosa, 2 novembre [1783]»; il secondo manca di indicazioni, ma l’uniformità del soggetto fa credere che sia stato composto il giorno stesso o il dí dopo.
  2. 1-2. Brunone nacque nel 1038 dalla famiglia Hartenfault a Colonia lesse teologia all’Università di Parigi, e nel 1084 fondò l’ordine dei Certosini, che ebbero sede a Grenoble. Morí nel 1111, secondo il suo panegirista Ercole Maria Zanotti (Bologna, MDCCXLI), secondo altri nel 1112, e fu santificato. — Muta, perché i Certosini debbono osservare scrupolosamente il silenzio, eccetto nelle funzioni religiose; solitaria, poiché vivono separaci dal mondo e ciascuno, meditando e pregando, entro la sua celletta; dura, per la quantità e qualità del cibo (non possono mangiar carne neppur in caso di malattia mortale) per le veglie, per le torture a cui sottomettono il loro corpo. — Iustituir la vita, stabilire una regola.
  3. 4. La mestizia è in me natura: vegg. la nota introduttiva al son. XLVIII. Opportunamente il Fabris (Studi alfieriani, cit., 89) avvicina a questi versi dell’A. questi altri, bellissimi del Foscolo:
    Sperai che il tempo e i duri casi e queste
    Rupi ch’io varco anelando, e l’eterne
    Ov’io qual fiera dormo alte foreste
    Sarien ristoro al mio cor sanguinente.
  4. 8. Oscura, ottenebrata dal dolore; Guido Falorsi, Tragedie e liriche di V. A. (Firenze, Barbèra, 1890) richiama a questo punto i versi del Petrarca (Rime, XXXV):
    Gli occhi porto per fuggire intenti
    Dove vestigio uman l’arena stampi...
    Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
    Cercar non so....
  5. 11. Mi fanno sentire con maggior forza il mio dolore.
  6. 1-4. Poco amò l’A. frati di tutte le specie: è suo l’epigramma:
    Sia pace ai frati
    Purché sfratati.