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LETTERA DI RANIERI CALZABIGI 29


carattere: ne avrebbe egli riportato un generale e forse espressivo abborrimento alla rappresentazione, come lo ha però meritato. Mi dirá, che io mi lascio sedurre dalla maniera di Shakspeare; e che quello che vorrei inserito nel Filippo, cagionerebbe nell’udienza forse una commozione d’orrore per il poeta. Ma quando ciò succedesse, crederei aver ottenuto l’intento che ciascheduno in scriver tragedie si deve proporre.

Ogni poeta ha la sua maniera, come l’hanno i pittori: ha la sua Sofocle, la sua Euripide, la sua Corneille, la sua Racine. Questi due tragici moderni hanno ciaschedun di loro formata una scuola: quella del primo tende al grande, al sublime, al maestoso; all’ampolloso, al vago, all’elegante, all’accurato, all’esatto inclina quella del secondo. L’una e l’altra ebbe i suoi seguaci, i suoi partigiani. Crebillon si distinse in quella di Corneille: in quella di Racine non si osserva tragico di gran grido. Voltaire si fece una maniera propria sua: cercò d’imitare l’uno e l’altro; si abbandonò anche al suo ingegno, e si rese originale. Shakspeare ha una maniera stravagante, rozza, selvaggia, ma dipinge al vivo, al vivo rende i caratteri e le passioni de’ personaggi. Noi, tragici non abbiamo; ond’ella non ha potuto imitar nessuno dei nostri. Non veggo neppure imitati costantemente da lei né i Greci, né i Francesi: mi servirò dunque per definir lei dell’espressione usata da Tiberio per Curzio Rufo: Curtius Rufus videtur mihi ex se natus. Ella è nato da se, ed ha creato una maniera tutta sua; e prevedo che la sua formerá fra noi la prima scuola. Che se, meditando attentamente sul suo fare, voglio pure trovarci qualche paragone, parmi che a luoghi, e per l’energia, e per la brevità, e per la fierezza, a Shakspeare più che a qualunque altro rassomigliare si debba. Per darne una prova, permetta che io gli trascriva alcuni passi di questo poeta, tali e quali, altre volte senza impegno, e per solo studio mio, in versi o in prosa gli ho tradotti. Si rileverá da questi, mi lusingo, non esser lontana dal vero la mia opinione.

Riccardo III, (nella scena quinta dell’atto quinto della tragedia, che porta il suo nome) svegliandosi subito dopo il sogno, in cui veder gli parve minacciarsi esterminio e morte da tutti quelli che barbaramente avea uccisi, cosí parla:

Presto un altro destrier... Le mie ferite
Presto fasciate... O Dio, pietá!... Ma... piano...
Fu sogno... Oh come mi contristi in sogno,
O coscienza codarda!... Un fosco lume