Osservazioni, progetti, e consigli risguardanti l'agricoltura nel Trentino ora Tirolo italiano/XII

Delle decime

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XI XIII
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DELLE DECIME.





Pagare la Decima dei prodotti della terra secondo le antiche locali consuetudini, è un obbligo imposto ai possessori di fondi tanto dalla legge civile quanto dall’ecclesiastica. La Chiesa ordina che sia dato sostentamento a que’ Sacerdoti che servono il Pubblico quai ministri delle cose sacre; e dove non sono a ciò destinati altri fondi in sufficienza, vuole che si paghi loro la Decima. I regnanti, anche ecclesiastici, e specialmente i nostri Vescovi Principi, beneficiarono coloro che servito avevano lo Stato obbligando i soggetti a pagare ad essi e ai loro eredi parte delle Decime; e quest’obbligo imposto ne’ secoli passati vuole il Sovrano che duri a favore di quelli che n’ereditarono o comperarono il diritto.

Ci sono fondi esenti da Decima, e questi si pagano a più caro prezzo che quelli i quali ne sono aggravati. Ciò è prova che nelle compre de’ fondi soggetti al contributo della Decima si fa, sebben non si dica espressamente, la detrazione [p. 46 modifica]del prezzo corrispondente al peso di cui il fondo è aggravato. Ed ecco un’altra ragione che mostra l’obbligo per li compratori di contribuire la Decima, senz’altro esaminare, a quelli cui prima era pagata dal venditore, che di quest’obbligo fece accollazione a quello che comperò il fondo.

Fu detto che le Decime caddero in mano de’ laici (persone non addette allo stato ecclesiastico) per usurpazione. Ma che gioverebbe a noi questo, qund’anche fosse vero? Come potrebbesi provare che le tali e tali Decime furono usurpate? Non ancora dimostrato che il contributo delle Decime sia stato dappertutto invenzione e legge ecclesiastica. Si potrebbe provare che in più luoghi, prima che agli Ecclesiatici, si pagavano le Decime ai Principi, e ai loro Feudatarii, e che da questi fu poi assegnata una parte (la quarta) ai Sacerdoti. E dato che in origine sieno state le Decime tutte ecclesiastiche, e che molte si possano dire usurpate, o carpite da’ laici, o a questi donate senza bisogno, noi dovremmo pagarle tuttavia, come da principio, alla Chiesa; e non so se gli Ecclesiastici sarebbero disposti a rilasciarcele. Le prebende ricche le avrebbero i Ricchi, e saremmo sempre alla stessa condizione.

Chiunque ha senno, e vuole esso giusto, dee per le esposte ragioni accordare che il volere [p. 47 modifica]sottrarsi al pagamento delle Decime è in ogni modo tentativo inutile: e che il defraudarne i decimanti, anche laici (poichè la Chiesa, non richiamando i suoi diritti ove ne aveva, ne fece e ne fa loro cessione) è caricarsi dell’obbligo di restituzione. Il dover lasciare sul campo, in pro d’uno che nulla fa per noi, la Decima dei frutti delle nostre fatiche, è cosa che scoraggia, e avvilisce, ma pure conviene adattarvisi perchè o le sventure o il poco giudizio de’ nostri buoni vecchi ci addossarono questa gravezza, come dee adattarsi a viver povero tal uno che, se li suoi antenati fossero stati meno oppressi dalle sventure, o meno privi di senno, potrebbe esser ricco.

Non ci sarebbe peravventura un mezzo di sollevare i coltivatori da questo pesantissimo carico senza recare nocumento ai Decimanti? Se questi volessero bene considerare, che molta gente inventa ognidì pretesti nuovi e speziosi per farsi lecito di non pagare o di pagar poco: che ci sono mezzi leciti di scemare il prodotto soggetto a Decima, p. e. convertire campi in prati, fare grandi piantagioni di gelsi, coltivare in maggior quantità quelle spezie di grani e di frutti de’ quali non si paga Decima; che l’anticipare il pagamento de’ tributi (steure) e il sottostare alle spese della raccolta, e alle perdite che raccogliendo si fanno, è [p. 48 modifica]per essi incomodo grave e danno sensibile; essendo il popolo in tutto il nostro paese stufo di pagare le Decime in natura, e disposto a convenire della maniera di sollevarsi dal peso e dalle brighe, si potrebbe assai facilmente con utile delle parti mettere fine a un contributo per se odioso, e all’incremento dell’agricoltura per molti capi assai pregiudiziale.

Già in più luoghi pagasi per contratto la Decima con denaro, e ne risenton utile tanto i percipienti quanto i contribuenti. Perchè non si vuole, o non si cerca da ambe le parti d’immitare i lodevoli esempi dappertutto! Meglio però sarebbe che ogni Terra, o Comune, fatto il calcolo sopra un decennio passato, con sopra le probabilità del futuro, offrisse ai Decimanti un capitale in denaro, il quale non potesse mai essere nè accresciuto nè diminuito, e li cui frutti fossero dal Comune, o dalla Terra, valdire da tutti i possidenti, assicurati in perpetuo su i fondi, ed annualmente pagati in due uguali rate.

A ciò bisognerebbe il consenso de’ Vescovi e del Sovrano; ma credesi che facil sarebbe l’ottenerlo, perchè non è possibile ch’essi non veggano che tali convenzioni metterebbero fine ad infiniti disordini morali e civili, e pradurrebbono grandi vantaggi. I Giudici, e i Confessori benedirebbero il [p. 49 modifica]provedimento, perchè la Chiesa e lo Stato farebbero guadagno assai grande in moralità. I Decimanti avrebbero un’annua entrata certa, e non contrastata, nè diminuita per infortunii o per ruberie, e se la potrebbono godere in pace senza litigii, senza spese, e senza udire lamenti, e imprecazioni. I lavoratori di campagna, sapendo che ogni miglioramento nella coltura tornerebbe intero a loro vantaggio, si studierebbero di trarre dalle loro terre il maggiore possibile profitto, e così l’agricoltura verrebbe a prosperare notabilmente. Certissima cosa è che lavorare per altri, se non avvilisce, scoraggia, e ingenera svogliatezza. L’uomo lavora con zelo, e con premura se lavora per se; tal è la sua natura. Chi questo ignora non sa delle cose del mondo ancora nulla.