Novelle (Bandello)/Terza parte/Novella XLVIII

Terza parte
Novella XLVIII

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Facete e pronte parole di Roderico sivigliano


in diverse materie molto bene a proposito dette.


Poi che, signori miei, vi piace ragionar di varie sorti di motti, e molte cose qui dette se ne sono, io vi vo’ parlare d’uno spagnuolo nato in Siviglia, e dirvene dui o tre molto arguti dei suoi, che a mio giudicio non potranno se non piacervi. Io non so se nessuno di voi abbia mai sentito ricordare in questi paesi un Roderico da Siviglia, che fu il piú piacevole, faceto e pronto cortegiano, che in Napoli si trovasse al tempo de la buona memoria dei regi d’Aragona. E quello era che sempre qualche nuova piacevolezza recava; ed avendo benissimo apparato il parlar italiano, quando narrava qualche cosa, l’adornava di modo che meravigliosamente teneva gli auditori intenti. Né bisognava che nessuno si mettesse seco a motteggiare, per non riceverne il contracambio e spesso restar vinto, ché in questo egli era il piú industrioso, sagace, solerte e pronto che fosse in corte. Dico adunque che avvenne un dí che la nora di Pascasio Decio, castellano del castello de l’Ovo a Napoli, partorí un figliuol maschio, e secondo la costuma de la cittá, ella fu onorevolmente visitata cosí da’ cortegiani come anco dai gentiluomini e gentildonne napoletane. Onde tra gli altri che v’andarono, un dí v’andò Roderico, col quale erano alquanti giovini cortegiani di brigata, che, per le piacevolezze che faceva, volentieri con lui s’accompagnavano. Era in camera alora con la giovane, che in letto si giaceva per rispetto del parto, esso Pascasio suo suocero, il quale, per la vecchiaia da cui era consumato, a piè del letto sovra un bastone assai languidamente, rimirando la nora, appoggiato se ne stava. Da l’altra parte poi v’erano dui, dei quali uno era corpulento e grasso, che pareva un bue di quelli che questo natale passato, di dui giorni innanzi la festa, vidi in Milano condursi per la cittá con le corna dorate ed incoronati di lauro, i quali sono tanto grassi che non si ponno a pena movere, e credo che se giocassero a correre con le lumache o con le testuggini perderebbero. L’altro aveva fama per Napoli d’esser di natura d’asino, ingrato, ruvido e dispiacevole; e tutti dui a torno al letto, riversati su due panche, si riposavano. Come Roderico, che innanzi ai suoi compagni entrò, vide cotesto spettacolo, se n’andò dritto verso il letto ove la giovane aveva il pargoletto figliuolo in braccio, e senza dir altro, quivi s’inginocciò con tutti dui i ginocchi. Poi, levatosi, riverentemente, con ammirazione grandissima, si accostò a la giovane e basciò le fasce involtate a torno i piedi del picciolo bambino. E subito rivolto ai compagni che giá entrati erano, e pieni di meraviglia lo riguardavano e non sapevano imaginarsi perché egli ciò che faceva facesse, disse loro con un viso allegro e ridente: – Signori miei, che state voi a fare, che come io non v’inchinate ed adorate? A me sarebbe stato avviso di commetter un grandissimo peccato e quasi irremissibile, ma ben degno d’inestimabil pena se, entrato in questo sacrosanto presepio, ove l’asino e il bue, come vedete, stravaccati se ne stanno, ed ove il vecchiarello Giosef al suo bastone s’appoggia, io non avessi a la madre Maria fatto riverenza e a Cristo basciati i piedi. – Quanto di questa prontezza ed arguto detto quei cortegiani ridessero, pensatelo voi, che solamente sentendo raccontar l’atto non potete contener le risa. – Ma udite, se vi piace, di questo Roderico un altro detto alquanto piú mordace. Giocavano a la palla picciola in castello i paggi del re, in una sala terrena, come erano sovente usi di fare. Roderico era sceso da alto a basso per uscir del castello, e ne l’uscir de la sala riscontrò un mercadante che serviva la corte, assai conosciuto da tutti, e voleva entrar in sala. Al mercadante, che era fiorentino, accostatosi, Roderico gli disse: – Perché so voi esser leal uomo nel mercadantare e che sapete la costuma del luogo, penso che a l’entrata del castello averete deposte l’arme. Ma volendo entrar in sala ove i ragazzi del re giocano, vi converrá fare ciò che l’ordine d’esso re ricerca e comanda, a ciò che qualche volta male non ve n’avvenisse. – Il mercadante fiorentino, che Gian Battista aveva nome, ancora che conoscesse Roderico e sapesse che sempre aveva qualche piacevolezza a le mani, gli domandò che comandamento era quello del re. Roderico alora con fermo viso gli disse: – Il re comanda che ciascuno, cosí come ha lasciato l’arme a la porta del castello, anco qui, quando i paggi ci sono, si lasci a l’uscio l’appetito di mangiar carne di capretto. – Restò tutto sbigottito il mercadante, sentendosi tanto mordacemente improverare e sul viso rinfacciare con oneste parole il suo disonestissimo vizio. Ed in vero Roderico non poteva piú modestamente rimproverargli il suo peccato, e tanto piú quanto che colui era per corte mostro a dito come molto vago d’imparar da l’api a far de la cera. – Un altro ancora di lui mordace motto dirovvi e poi farò fine. Era un cortegiano, il quale si sarebbe stimata gran vergogna se detto si fosse che egli donna alcuna avesse amata. Del contrario poi era piú vago che l’orso del mèle. Questi, essendo di state, da mezzo dí, spogliato, si corcò suso un tettuccio per dormire, e dormendo si dimenò di modo che dinanzi restò scoperto e mostrava esser ben fornito di masserizia di casa. Fu visto da alcuni cortegiani, e mentre ridendo lo rimiravano, sovravenne Roderico; e dicendo uno di quelli che colui che dormiva aveva partito con l’asino e stato il primo a levare, disse Roderico: – Voi sète errato; e non vi meravigliate se quel citriolino è cresciuto cosí grande, perché di continovo è cresciuto ne lo sterco. – Risero tutti de la faceta similitudine da Roderico data, il quale era da tutti i buoni cortegiani amato, e sapeva con molta gentilezza morder i vizii de’ cortegiani.


Il Bandello a l’illustre signor Gian Francesco Gonzaga


marchese e signor di Luzara salute


Sogliono molto spesso questi uomini che si dilettano d’aver, ad ogni cosa che si dica, qualche bel motto a proposito, dire che chi con pazzi s’impaccia ha sempre novelle fresche. E certo di rado avviene che costoro, i quali presumono governar i pazzi, non si trovino ingannati. Onde a me pare che quel ceretano, che andava per la Italia vendendo il senno, avesse uno svegliato e galante cervello. Egli, come arrivava in una villa o cittá, se n’andava in piazza e montava sopra un banco e, cominciando a sonar la lira, congregava il popolo e poi vendeva loro polveri di varii effetti, ogli, savonetti ed altre simili cosette. Poi quando aveva raccolti quei danari che poteva, ricominciando a sonar la lira, diceva loro che aveva la piú bella cosa del mondo da vendere, ma perciò che era di tanta valuta che danari non l’averiano potuta pagare, che voleva farne loro cortesemente un dono. Ed in questo, di seno cavatosi uno spago d’otto o nove braccia, diceva quanto piú altamente poteva: –Signori miei, eccovi il senno ch’io vi vendo, anzi pur che vi dono, ché di questo non voglio danari da nessuno. State lontani di continovo da ogni pazzo quanto è lungo questo spago, ed a modo nessuno non ve gli lasciate accostare, e vedrete il gran guadagno che voi farete, servando quanto io vi dico. Sappiate che con i pazzi poco si può guadagnare e perdere molto. – E questo era il senno che vendeva il ceretano. Se cosí avesse saputo fare quel solenne predicatore, del quale questi dí in casa vostra parlò l’erudito giovine, messer Gian Battista Oddo da Matelica, egli non averia fatto ridere il popolo del modo che a Viterbo fece. Ed avendomi voi mandato che io come la cosa fu da lui narrata scrivessi, non ho voluto mancare d’ubidirvi, e darla fuori sotto il nome vostro, a ciò che nessuno mi presuma riprendere. State sano.