Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella VI

Seconda parte
Novella VI

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Ligurina rubata al sacco di Genova dopo lungo tempo


è da’ suoi conosciuta e messa in un monistero.


L’aver voi molte cose dette che a la venuta di Carlo quinto imperadore a la cittá nostra di Genova furono fatte, per onorarlo come a tanta sua altezza si conveniva, m’ha a la memoria ridutto un accidente che alora occorse. Ed a ciò che voi meglio intendiate il successo del tutto, vi dico che nel tempo che Ottaviano Fregoso collegato con francesi governava il dominio di Genova, gli Adorni, accordatosi col duca di Milano, avendo in lor aita Prospero Colonna capitan generale in Italia cesareo, andarono col campo imperiale a Genova, e per forza entrati dentro la cittá, quella espugnarono e tutta senza pietá dirubarono. E tra altre cose fu rubata una figliuola molto bella, d’etá di nove o dieci anni, nobile dei primi di Genova, e fu per mare condotta in Spagna, ove crescendo in beltá e grazia, essendo in etá di quattordici anni piacque molto a un figliuolo del duca d’Alva. Tenne adunque modo il giovane d’aver la rapita fanciulla, che per ora Ligurina nomeremo, e quella ferventemente amando con lei si dava amorosamente buon tempo. Avvenne indi a poco tempo che Carlo imperadore passò per mare di Spagna in Italia e con lui vennero molti signori di quelle contrade, tra i quali era questo figliuolo del duca d’Alva che insieme con la sua Ligurina montato in nave prese porto a Genova. Ella a cui di mente la patria e i suoi parenti non erano usciti giá mai e tutto il dí desiderava tornar a casa, veggendosi ritornata nel suo luogo nativo, tenne modo e via col figliuolo del duca, di cui il nome, essendomi di mente uscito, chiameremo Alfonso, il quale dai forreri si fece dar alloggiamento ne la piazza dei Marruffi per scontro a la casa di messer Stefano Fiesco. Avuto l’alloggiamento secondo che Ligurina aveva disegnato, che era la casa del padre di lei, ella tutta piena d’allegrezza v’entrò, né fu da nessuno de la casa riconosciuta, e nondimeno da lei furono riconosciuti il padre e la madre ed alcuni altri parenti. Alfonso che sommamente quella amava e molto onoratamente in ordine di vestimenti, collane d’oro, maniglie ed altre bagaglie d’ori battuti e di perle e pietre preziose la teneva, e tutti i suoi danari, abbigliamenti e cose di prezzo in mano di continovo le lasciava, attendeva a corteggiar l’imperadore; ed in compagnia di lei dimoravano dui paggi che di quanto comandava loro l’ubidivano. Egli poi e tutta la sua famiglia per altro nome non la chiamavano che «signora». Essendo adunque Ligurina in casa sua, per meglio far ciò che deliberato aveva, finse esser cagionevol de la persona ed assai indisposta. Alfonso subito ordinò che si mandasse per i medici e non se le mancasse di quanto era bisogno, e molto a la padrona di casa, madre di lei, la raccomandò. Si scusò Ligurina per alora non voler medico, e che era certa, che facendo un poco di dieta e stando in riposo, che in breve sarebbe sana. La madre di lei, gentildonna da bene ed amorevole come generalmente sono le donne genovesi, da tutte l’ore l’era a torno e la confortava, offerendosele che senza rispetto veruno ella chiedesse quanto le pareva profittevole, ché al tutto si provederebbe. Parlava Ligurina benissimo in lingua spagnuola, come quella che alcuni anni s’era in Spagna allevata e nodrita, e chiunque parlar l’udiva, teneva per fermo che fosse spagnuola naturale. Ora essendo una mattina a buon’ora andato Alfonso a corte e sapendo Ligurina che il costume di quello era non venir se non sul tardi a casa a desinare, cominciò con la madre a ragionar di molte cose e sempre parlar genovese. La madre di lei grandemente di questo meravigliatasi le disse: – Gioia, che è ciò che io sento? Voi parlate sí ben genovese che par che siate nata e cresciuta in questa cittá. Ditemi, signora, ci foste voi mai piú altra volta? – Alora Ligurina le disse: – Madonna, fate venir qui vostro marito e il tal e tal uomo e la tale e tal donna, perché io ho cose di credenza da parlar con voi tutti insieme, che vi daranno piacere, a mio giudizio, grandissimo, e non poco anco vi faranno meravigliare. – Non fu tarda la donna a far la volontá di Ligurina, ed ella mandati via i paggi in diversi servigi, come i richiesti furono venuti e dinanzi al letto assisi le dissero dopo le convenevoli salutazioni: – Signora, che buone novelle v’hanno fatto chiamarci a la presenza vostra a cotesta ora? Eccoci presti a farvi piacere, – ella a gran pena potendo rattener le lagrime, disse loro parlando pur genovese: – Ecci nessuno di voi che mi conosca o che si ricordi per alcun tempo avermi veduta in questa terra? – Risposero tutti che non sovveniva loro averla né in Genova né altrove veduta giá mai, pregandola che volesse dire chi ella fosse. Ligurina alora non si potendo piú contenere che amaramente non lagrimasse, dopo molti sospiri e singhiozzi, con meraviglia grandissima di ciascuno che l’ascoltava, rivolta al padre ed a la madre disse: – Io sono, oimè, la vostra sfortunata figliuola Ligurina che quando questa terra, da Prospero Colonna cacciati i signori Fregosi, a favore degli Adorni fu presa, andatoci a sacco ogni cosa, fui da certi fanti spagnuoli rubata e condotta per mare in Spagna, ove il signor Alfonso che qui in casa alloggia, figliuolo del duca d’Alva, essendo io ancora picciolina, m’ebbe ne le mani e m’ha finora tenuta da alcuni anni in qua, dicasi la veritá come è, per bagascia. E certamente io son sempre da lui stata tenuta molto onoratamente e mai non m’è mancato cosa ch’io abbia desiderata. Ma perché questa vita, sallo Iddio conoscitore dei cori, mai non m’è piacciuta, quando egli volle venire e navigar in Italia, io feci ogni cosa per venir seco, che di leggero mi venne fatto, e feci che i forreri ci dierono questo alloggiamento a fine che io con piú sicurezza e salvezza de la vita mia capitassi a le vostre mani. – Con tutte queste parole che ella disse, non ci era perciò nessuno che la conoscesse; quando la madre ricordandosi d’un nevo che Ligurina aveva vicino a l’ombilico con sette o otto peluzzi neri come spento carbone, disse: – Se questa è nostra figliuola, io tantosto la riconoscerò bene, perché ha un segno che non deverá mentire. – E giá intenerita per l’amor materno che le viscere le commoveva, piena di lagrime a Ligurina accostatasi e a lei che di grado si lasciò vedere, dislacciata la veste, vide il nevo come mille altre volte veduto aveva. Il perché piú fisamente guardatala, conobbe certissimamente quella esser Ligurina che al sacco di Genova aveva perduta. Il perché al collo se l’avvinchiò e piangendo diceva di quelle pietose parole che in simil casi l’amorevoli madri sogliono dire. E dando Ligurina degli altri segni pur assai, e dal padre e altri parenti che quivi erano, senza dubio bene fu riconosciuta. Ella dopo gli abbracciamenti e festeggiamenti reiterati piú volte, disse: – Signori miei, egli non è a la liberazione mia da perder tempo, perciò che se ’l signor Alfonso di questo caso s’accorge, quindi mi leverá e porrammi in parte che voi piú non mi vederete. Eccovi qui le chiavi di tutti i suoi forzieri ove tutte le cose sue e le mie son riposte, ch’io nulla voglio del suo. Datele ad una di queste vostre schiave, la piú fidata, che come egli venga a casa, gli dica che io son andata in alcun luoco che ella non sa e gli consegni le chiavi. In questo mezzo non si stia a bada né si perda tempo, ma celatamente, a ciò che per la via non sia conosciuta, menatemi ad un monistero di sante donne, perché io non intendo restar piú al mondo, ma il rimanente de la mia vita servir a Dio. Ché se la mia gioventú è stata disonesta e con poco onor de la casa nostra, ben che sforzatamente in tal miseria sia vivuta, almeno per l’avvenir sia il viver mio tale, quale a la condizione del nostro parentado si conviene, e s’emendi con la conversazione e vita che io con l’aiuto del nostro signor Iddio farò, il cattivo e disonesto viver mio passato. Ma per Dio non perdiamo tempo, ché del tempo a bastanza poi averemo a discorrer i casi nostri. – Conoscendo il padre, madre ed altri parenti che ella diceva il vero, la travestirono e ad un venerabil monastero di sante donne quella condussero, dove fu graziosamente accettata. Ora come a casa ritornò Alfonso, domandò subito che faceva la signora, al quale la schiava che le chiavi avute aveva, s’appresentò e disse: – Messere, la signora m’ha detto che voleva andar in certo servigio e m’ha lasciate queste chiavi da presentarvi. Eccole qui. – Alfonso pigliate le chiavi, dubitando che ella avesse via portato alcuna cosa, poi che aperti i forzieri non trovò mancar cosa alcuna, anzi vide tutte le vesti ed ori e gioie di Ligurina, rimase forte sbigottito, e quasi indovino del caso seguíto, cominciò a far un grandissimo romor per casa e minacciar questi e quelli. E moltiplicando le parole, volendo per ogni modo che il padron de la casa gli facesse trovar la sua signora, ed il padrone rispondendo che non sapeva dove andata fosse e che non era ubligato a guardargli la donna sua, Alfonso che era entrato in còlera grandissima, gli rispose: – Voi m’avete fatto rubare la signora mia, ed io giuro a Dio che mal grado vostro ve la farò trovare o ad una via o ad un’altra. – E presi alcuni dei suoi servidori, disse: – Io vado a condur gente in qua che vi fará conoscere che cosa è voler beffar un par mio de la casa di Toledo. – E stando sul contendere e gridando dir di molte parole, la voce andò per la contrada che in tal casa era infra gli spagnuoli e genovesi una gran mischia. Il che fu cagione che molti cosí gentiluomini come popolari cominciarono a ridursi verso la casa ove il romor era, chi per meglio intender la cagione de la mischia e chi per mettersi in aita dei suoi contro gli spagnuoli, essendosi giá fatte alcune questioni per la cittá, ne le quali i genovesi avevano molto maltrattati gli spagnuoli, essendo tra queste due nazioni antica nemicizia. Ora tra molti che al rumore concorsero per aiutar quelli de la patria, vi si condusse Giovanni Lavagna, uomo nodrito su l’arme cosí ne le battaglie de la terra come in quelle de la marina, e de la sua persona era uomo assai prode ed animoso nei perigli. Come egli fu giunto a la casa, cominciò a salir le scale per andare in sala ove sentiva esser il romore. Avvenne che essendo giá quasi salito, che Alfonso al capo de la scala per discender venne, avendo seco alcuni dei suoi servidori. Come egli vide il Lavagna che montava, essendo esso Alfonso in grandissima còlera e non si potendo in modo alcuno dar pace de la perdita de la sua signora che tanto amava, con uno viso turbato e minacciante voce disse al Lavagna: – Ove ne vai, moro bianco e villano traditor che tu sei? – Il Lavagna che non era uso a portar di groppa e sofferir che altri l’ingiuriasse, o conoscesse Alfonso o no, gli disse che mentiva e che era un giudeo marrano. Da le parole vennero a menar le mani, di modo che il Lavagna gli tirò una brava stoccata e il passò di banda in banda, onde il povero Alfonso subito morí. Gridarono gli spagnuoli: – A l’arme, a l’arme! – e medesimamente il popolo s’armò, e in quella mischia furono morti alcuni spagnuoli. E se l’imperadore con l’autoritá sua non vi s’intrometteva, avevano i genovesi animo di vendicar i ricevuti danni al tempo del sacco di Genova. In quei tumulti il Lavagna dubitando de la giustizia, si partí e si salvò su quello di Piacenza.


Il Bandello al molto magnifico e vertuoso signore


il signor Paolo Antonio Soderino


Ancor che tutto il dí si veggiano occorrer varii casi, cosí d’amore come d’ogn’altra sorte, e mille accidenti impensatamente nascere, non è perciò che di simil avvenimenti non si generi meraviglia in noi e che assai sovente non rechino profitto a chi gli vede od intende. E tanto piú è maggior la meraviglia e l’utile piú fruttuoso, quanto che le cose meno sperate avvengono. Per questo mi pare che ogni volta che cosa memoranda interviene, e che non sia con l’onor de la penna a la memoria de la posteritá consagrata, che veramente facciamo non picciola ingiuria a noi stessi ed anco a quelli che verranno dopo noi. Ché se i casi e strani accidenti e fortunevoli che la varietá de la fortuna produce si scrivessero, chiunque gli udisse o leggesse, se egli piú che trascurato non fosse, come potrebbe fare che qualunque ammaestramento non ci pigliasse e a se stesso con l’altrui danno non facesse profitto? Medesimamente i nostri figliuoli ed i nipoti e tutta la seguente posteritá con la lezione de le cose passate o emendarebbe gli errori suoi se in quelli fosse caduta, o vero megliore nel ben operare diverria, essendo commun proverbio che piú commoveno gli essempi che le parole. Per questo io che di mia natura desidero giovar a tutti, essendo accaduto ne la cittá di Napoli un mirabil caso de la qualitá che dal signor Annibale Macedonio ho inteso, m’è paruto non disdicevole d’aggiungerlo a l’altre mie novelle, a ciò che i giovini incauti che cosí di leggero si lasciano appaniare nel visco amoroso, e sovente senza pensarvi troppo correno a metter ad essecuzione ciò che detta loro l’appetito dissordinato e giovinile, imparino a por il freno a l’appetitose voglie e piú temperatamente amino, imparando a l’altrui spese di quanto danno il non regolato affetto sia cagione. Pensando poi a cui io la devessi donare, non volendo che alcuna de le mie novelle resti senza tutela di padrone o padrona, e sovvenutomi che a tutti i piaceri da voi, la nostra cortese mercé, ricevuti non è mai stato sodisfatto, ancor che voi piú tosto cerchiate far piacere altrui ed utile senza speranza di ricever ricompensa, ho voluto, con questa novella a voi da me donata e al nome vostro scritta, che il mondo conosca la gratitudine de l’animo mio, perciò che non potendo io con i beni de la fortuna sodisfarvi, almeno con l’opere de l’ingegno in qualche particella vi sodisfaccia. Degnate adunque per ora accettar da me questo picciolo dono, e come sempre fatto avete, tenermi nel numero dei vostri. Feliciti il nostro signor Iddio tutti i vostri pensieri.