Novelle (Bandello)/Prima parte/Novella XV

Prima parte
Novella XV

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Dui gentiluomini veneziani onoratamente da le mogli sono ingannati.


Ne la mia patria Vinegia, cittá ricchissima e di piacevoli e belle donne quanto altra d’Italia molto abondevole, al tempo che Francesco Foscari, prence sapientissimo, il prencipato di quella governava, furono dui gentiluomini giovini, dei quali l’uno si chiamava Girolamo Bembo, e l’altro Anselmo Barbadico da tutti era detto. Fra questi dui, come spesso suol avvenire, era mortalissima nemicizia e tanto e sí acerbo odio, che mai non cessavano con occulte insidie dannificarsi, e per ogni via a lor possibile farsi vergogna. E tanto innanzi le loro dissensioni e gare essere procedute si vedevano, che quasi impossibil pareva che mai piú si devessero insieme pacificare. Ora avvenne che in un medesimo tempo costoro presero moglie, e cosí andò la bisogna, che ebbero due nobilissime e molto belle e vaghe giovanette, le quali sotto una medesima nutrice erano allevate e cresciute, di maniera che cosí sorellevolmente s’amavano, come se d’un corpo fossero uscite. La moglie d’Anselmo, che aveva nome Isotta, fu figliuola di messer Marco Gradenigo, uomo ne la nostra cittá di grandissima stima e tra i procuratori di san Marco annoverato, che alora non erano in tanto numero come oggidí sono, perciò che solamente i piú savii e quelli che ottimi si giudicavano erano a cosí nobile e grave dignitá eletti, e nessuno per ambizione né per danari si faceva. Luzia, che era l’altra, aveva tolto per marito l’altro dei dui giovini dei quali giá vi dissi, nomato Girolamo Bembo, e fu figliuola di messer Gian Francesco Valerio, cavaliere, uomo molto letterato, il quale in diverse legazioni per la patria era ito, ed in quei dí da Roma si trovava esser ritornato, ove con grandissima sodisfazione di tutta la cittá appo il sommo pontefice aveva l’ufficio de l’oratore essequito. Le due giovanette, poi che furono maritate ed intesero la nemicizia che tra i mariti loro regnava, si ritrovarono pur troppo smarrite e di mala voglia, parendole vie piú che difficile il non dever perseverare amichevolmente insieme, come sin dai lor teneri anni erano avvezze. Tuttavia essendo discrete e prudenti, per non dar occasione ai lor mariti di gridar per casa, deliberarono, lasciata la consueta domestichezza ed amorevol familiaritá, non si ritrovare insieme se non a luoghi e tempi convenevoli. E fu loro in questo la fortuna assai favorevole, imperciò che, avendo i palagi l’uno a l’altro non solamente vicini ma contigui, v’era da la parte di dietro attaccato a ciascuno un orticello, e questi orticelli da una sola e picciola siepe erano separati, in modo che ogni dí si potevano vedere, e ben sovente ragionare. Oltre di questo le genti di casa de l’uno e de l’altro sposo, pur che dai padroni non fossero vedute, usavano molto domesticamente insieme. Il che era a le due compagne di grandissimo piacere, perché, quando i mariti di casa si partivano, potevano a lor bell’agio per via de l’orto lungamente insieme diportarsi; e questo facevano elle assai sovente. Ora stando la cosa in questa maniera, passarono circa tre anni che nessuna di loro ingravidò. Fra questo mezzo, veggendo Anselmo spesse fiate la vaga bellezza di madonna Luzia, sí fieramente di lei s’accese, che a lui non pareva quel giorno di poter star bene, se una buona pezza quella non avesse vagheggiata. Ella, che era di spirito e d’ingegno sottile, subito s’avvide del vagheggiar d’Anselmo. Onde né d’amarlo né altresí che di lui non prendesse cura facendo vista, cosí tra due lo teneva sospeso, per meglio poter spiare a che fine questo vagheggiamento devesse riuscire. Tuttavia, piú tosto mostrava di vederlo volentieri che altrimenti. Da l’altra parte i bei costumi, i saggi modi e la leggiadra bellezza di madonna Isotta erano tanto a messer Girolamo piacciuti, quanto ad amante alcuno altra donna piacesse giá mai. Onde non sapendo senza la dolce vista di lei vivere, facil cosa fu ad Isotta, che molto scaltrita era ed avveduta, accorgersi di questo nuovo amore. Ella che onestissima era e saggia, e il marito suo sommamente amava, né piú né meno a Girolamo buon viso mostrava, come generalmente a chiunque o cittadino o straniero che la vedesse e non fosse da lei conosciuto era solita di fare. Ma egli piú d’ora in ora infiammandosi e tuttavia perdendo la libertá, come quello a cui l’amoroso strale aveva punto il core, ad altro che a lei non poteva rivolger l’animo. Erano le due compagne solite d’andar a messa ogni dí quasi per l’ordinario a la chiesa di San Fantino, perciò che chi tardi la matina si leva vi truova sempre messa fin a mezzo giorno. Elle si mettevano alquanto discoste l’una da l’altra. Ed i dui amanti si trovavano di continuo passeggiando l’uno in qua e l’altro in lá, di modo che tutti dui s’acquistarono il nome di geloso, veggendogli ciascuno andar cosí dietro a le lor moglieri. Ma essi cercavano l’un l’altro senza barca mandar in Cornovaglia. Avvenne adunque che le due carissime compagne, non sapendo ancora niente l’una de l’altra, deliberarono di questi innamoramenti avvisarsi, a ciò che a lungo andare non occorresse cosa che la lor benevoglienza potesse in parte alcuna guastare. Cosí un giorno, non si trovando alcuno dei mariti in casa, elle si ridussero secondo il solito loro a parlamento a le siepi de l’orto. Come furono quivi arrivate, cosí tutte due ad un tratto a rider cominciarono, e dopo le consuete ed amorevoli salutazioni, in questo modo a dire madonna Luzia cominciò: – Isotta, sorella mia carissima, tu ancora non sai che io ti ho a dire la piú bella novella del tuo consorte che mai si sentisse. – Ed io, – soggiunse subito madonna Isotta, – ti vo’ narrare una favola del tuo, che ti fará non mezzanamente meravigliare, e forse ancora entrare in grandissima còlera. – Che cosa è questa? che cosa è questa? – dicendo l’una a l’altra, a la fine ciascuna narrò ciò che i lor mariti andavano cercando. Del che, ancora che fossero piene di mal talento contra i mariti, pur assai ne risero. E parendo loro che elle, come in effetto erano, fossero sufficienti e bastevoli a sodisfare agli appetiti loro, cominciarono a biasimare i mariti e dire che essi meritavano d’esser mandati a Corneto, se elle fossero cosí disoneste donne come eglino erano poco savii ed onesti. Ora, dopo molti ragionamenti sovra queste cose avuti, conchiusero insieme esser ben fatto che unitamente attendessero ciò che i mariti loro piú innanzi ricercassero. Onde messo quell’ordine che lor parve piú convenevole, e data la posta d’avvisarsi ogni giorno di tutto quello che avvenisse, misero l’animo per la prima a questo: con dolci e lieti sguardi quanto piú potevano gli amanti loro invescare, e dargli speranza di voler lor compiacere. E cosí partite degli orticelli, quando in San Fantino o per Vinegia veniva lor fatto di vedergli, si scoprivano con un volto ridente tutte liete e baldanzose. Onde i dui amanti, veggendo i buoni visi che da le innamorate loro gli erano fatti, pensarono che non ci essendo modo alcuno di parlare con quelle, che era bisogno aiutarsi con lettere. E trovate certe messaggiere, de le quali la cittá nostra suol sempre trovarsi molto copiosa, ciascuno a la sua una amorosa lettera scrisse, la cui continenza era che ognuno sommamente bramava a segreti ragionamenti con la sua potersi ritrovare. Ed in pochi giorni, non vi essendo molto disvaro di tempo, mandarono le lettere. Le scaltrite donne, avute l’amorose lettere, essendosi perciò alquanto al principio mostrate a le ruffiane ritrosette, secondo che insieme si erano convenute, le diedero certa risposta che piú di speranza era piena che del contrario. S’erano mostrate le lettere l’una a l’altra secondo che l’erano state portate, e molto insiememente ne avevano riso. E parendole che il lor avviso le succedesse benissimo, ciascuna la lettera del marito appo sé ritenne, e convennero in questo, che senza farsi ingiuria l’una a l’altra, con alta invenzione i mariti loro beffassero, e udite in che modo. Divisarono tra loro che ciascuna, dopo l’aversi fatto a bastanza pregare, al suo amante mandasse, dicendo sé esser presta di compiacergli, ogni volta che la cosa si tenesse in modo segreta che non si risapesse giá mai, e a lui bastasse l’animo di venirle in casa a quei tempi che il marito non ci fosse, intendendo sempre de la notte, perciò che di giorno senza esser veduti far non si poteva. Da l’altro canto avevano ordinato le sagaci ed avvedute donne con il mezzo de le fantesche loro, le quali de l’ordita trama avevano fatte consapevoli, per via de l’orto d’entrare l’una in casa de l’altra, e chiuse in camera senza lume, quivi aspettar i lor mariti, e a modo nessuno non lasciarsi veder né conoscere giá mai. Dato e stabilito questo ordine, madonna Luzia primieramente fece dire al suo amante che la seguente notte a le quattro ore, per la porta che sovra la Fondamenta era, che aperta trovarebbe, se n’entrasse in casa, ove la fante apparecchiata saria, che a la camera di lei lo guidarebbe, imperò che messer Girolamo deveva quella sera entrar in barca ed andar la notte a Padova, e quando si rimanesse d’andarvi che ne lo farebbe avvisato. Il medesimo mandò madonna Isotta a dire a messer Girolamo, assegnandoli per segno le cinque ore, per ciò che alora sarebbe tempo convenevole d’entrare, devendo messer Anselmo quella sera esser con certi suoi amici a cena e a dormir a Murano. A queste nuove i dui amanti si tennero esser i piú avventurosi e fortunati uomini che mai fossero, parendo loro di cacciar i saraccini fuor di Gerusalem, o vero levar l’imperio di Costantinopoli al gran Turco, mettendo il cimiero su l’elmo al suo nemico. Onde per la soverchia allegrezza in loro istessi non capevano, parendogli ogni ora un giorno che la notte tardasse a venire. Venne al fine la sera tanto da tutti desiata, ne la quale i lieti mariti diedero ad intendere, o almeno si credettero averlo dato, a le lor donne che quella notte per alcune cose d’importanza non potevano essere a casa. Le sagacissime donne, che vedevano la nave andar a buon camino, finsero creder il tutto. I giovini, presa ciascuno di loro la sua barchetta, o, come noi nomiamo, gondola, per via di diporto, avendo a certi alberghetti cenato, andavon per i canali de la cittá, aspettando che l’ora determinata ne venisse. Le donne lá presso a le tre ore si trovarono ne l’orto, e poi che ebbero ragionato e riso tra loro, entrarono in casa l’una de l’altra, e furono da le fanti a la camera condutte. Quivi ciascuna, essendovi il lume acceso, cominciò diligentemente tutta la camera come situata fosse e ciò che di dentro v’era a considerare, e minutissimamente tutto ciò che notabile potevano vedere a mettersi in memoria. Dapoi spento il lume, amendue tuttavia tremando, la venuta dei mariti loro attendevano. E cosí a le quattro ore la fante di madonna Luzia, che a la porta stava, attendeva che messer Anselmo arrivasse. Il quale non dopo molto ci venne, e da la fante in casa lietamente introdutto, fu da lei menato a la camera e messo dentro e fin al letto guidato. Quivi il tutto era buio come in bocca al lupo, il perché pericolo non v’era che egli la donna sua conoscesse. Erano poi le due mogli di grandezza e di favella in modo simiglianti, che in quell’oscuro con grandissima difficultá si sarebbero potute conoscere. Ora spogliatosi il buon Anselmo e da la donna amorosamente ricevuto, credendo la moglie di Girolamo abbracciare, la moglie propria tra le braccia ricevendo, quella mille volte e piú dolcemente basciò ed altrettante fu da lei soavemente basciato. Poi riduttosi al trastullo amoroso, piú fiate giocarono a le braccia, e sempre toccò a la donna a perdere, con estremo piacer d’Anselmo. Girolamo medesimamente a le cinque ore di notte comparve, e da la fante a la camera menato, con la moglie propria si giacque con assai piú contentezza sua che de la donna. Ora i dui giovini, credendosi le loro innamorate tener in braccio, per parer nuovi e gagliardi cavalieri, fecero molto piú de la persona loro prova che non erano consueti, e con tanta cordial affezione e con tanto amore a le lor donne si congiunsero, che, come a nostro signor Iddio piacque ed il parto al tempo suo fece manifesto, elle di dui bellissimi figliuoli maschi restarono gravide. Del che, non avendo mai piú fatti figliuoli, tutte due molto contente ed allegre si trovarono. Durò questa pratica pur assai tempo, di tal maniera che poche settimane passavano che non si trovassero insieme. Né mai perciò d’esser beffati si accorsero o pure ne ebbero una minima sospezione, e tanto meno ne potevano avere, quanto che mai non fu recato lume in camera, e di giorno sempre si scusarono le donne di trovarsi insieme. Aveva giá ciascuna di loro assai grande il ventre, onde i mariti ne facevano meravigliosa festa, come quelli che portavano fermissima openione aversi l’un l’altro posto il cimiero di Corneto in capo. Ma eglino avevano pur lavorato il proprio terren loro e non l’altrui, e l’acqua era corsa a l’ingiú ove deveva la sua possessione inacquare. Veggendosi adunque le fedele e belle compagne in questa tresca amorosa esser diventate gravide, cosa che piú non le era avvenuta, cominciarono tra loro a divisare in che modo e per qual via potessero da questa impresa retirarsi, dubitando che qualche scandalo non v’accadesse, che fosse cagione tra i lor mariti accrescer maggior nemicizia. E mentre che erano in questi pensieri, avvenne cosa che senza gli avvisi loro aperse la via d’ultimare la pratica, ma non giá nel modo che elle desideravano. Abitava su quel rio o sia canale, non molto lontano da le case di costoro, una giovane assai bella e gentile, che ancora venti anni non aveva compiti, la quale poco innanzi era restata vedova, essendo morto messer Niccolò Delfino suo marito, ed ella fu figliuola di messer Giovanni Moro, e aveva nome Gismonda. Questa oltre a la dote avuta dal padre, ch’era di piú di dieci mila zecchini, si trovava buona somma di danari, di gemme, vasi d’argento ed altre robe donatele dal marito per sovra dote. Di lei Aloise Foscari nipote del duce era fieramente innamorato, e faceva ogni opera di averla per moglie. Onde vagheggiandola tutto il dí e sollecitando l’impresa, e con messi ed ambasciate tutto il giorno ricercandola, tanto seppe fare e dire, che ella fu contenta una notte a una de le finestre de la casa, che in una callisella o sia vietta rispondeva, dargli udienza. Aloise oltra modo lieto di cosí desiderata nuova, venuta la notte, lá circa le cinque o sei ore con una scala di fune, perché la finestra era molto alta, se n’andò tutto solo. Quivi giunto e fatto il segno che gli era stato imposto, attendeva che la sua donna, secondo l’ordine messo, giú mandasse lo spago per tirar la scala in alto, il che in poco d’ora fu fatto. Onde avendo ben attaccata la scala a lo spago, non dopo molto la vide esser tirata suso. Gismonda, come il capo de la scala ebbe in mano, quello accomandò strettamente legato a non so che, e fece segno a l’amante che su salisse. Egli, che da amore era fatto audacissimo, animosamente per la scala in alto ascese. Ed essendo giá quasi su la finestra salito, troppo piú ingordo di voler entrar dentro ed abbracciar la donna che a la finestra era che non bisognava, o che che cagione se ne fosse, cascò indietro riversone, e due e tre fiate si sforzò d’agrapparsi a la scala, ma non gli venne fatto. Pur tanto giovolli che di botta salda non percosse suso il matonato de la rivetta. Il che se avvenuto fosse non era dubbio alcun che egli s’ammazzava. Nondimeno fu tale e tanta la percossa, che egli quasi tutte l’ossa si ruppe, e si fece nel capo una profonda piaga. Veggendosi adunque lo sfortunato amante cosí miseramente caduto, ancor che si tenesse per morto, piú puoté in lui fervente e vero amore che a la vedovella portava, che non puoté il soverchio dolore de la gravissima percossa e la debolezza de la persona in tutto quasi sciancata e rotta. Onde levatosi a la meglio che gli fu possibile e subito messe le mani a tener stretto il capo, a fine che il sangue quivi non cadesse e fosse argomento di dar infamia alcuna a la sua donna, se ne venne su la fondamenta, verso le case d’Anselmo e di Girolamo sovra nominati. Ed essendo con gran difficultá quivi pervenuto e piú innanzi andar non potendo, da fierissimo dolore assalito s’abbandonò, ed isvenendo giú in terra per morto si lasciò andare, di modo che essendogli sangue assai de la piaga del capo uscito, era di maniera in terra steso, che chiunque veduto l’avesse per altro che per morto non l’averebbe conosciuto. Madonna Gismonda, dolente oltra modo del grave infortunio, e dubitando forte che il misero amante non si fosse fiaccato il collo, quando partito il vide si racconsolò alquanto, e la scala ritirò in camera. Ma torniamo al disgraziato amante, il quale a pena tramortito era ed isvenuto, che uno dei capitani dei signori di notte con i suoi zaffi vi arrivò. E ritrovato colui steso per terra e per Aloise Foscari riconosciutolo, il fece levar del luogo ove giaceva, e morto fermamente credendolo, comandò che in chiesa ivi assai vicina fosse riposto. Il che subito fu messo in essecuzione. Da l’altro canto poi, considerato il luogo ove trovato l’aveva, dubitò forte che, o Girolamo Bembo o Anselmo Barbadico, dinanzi a le cui case gli pareva esser stato commesso l’omicidio, non l’avessero ucciso. Credeva egli questo, e massimamente che aveva sentito non so che stropiccio di piedi a una de le porte di coloro. Il perché, divisa la compagnia, parte ne mandò a una banda e parte a l’altra, e a la meglio che puoté si sforzò circondar le case. E come volle la fortuna, ritrovò per trascuraggine de le fantesche le porte de le due case aperte. Erano quella notte i dui amanti l’uno in casa de l’altro entrati a giaccersi con le lor donne. Onde sentito il calpestrio e romore che per casa i sergenti facevano, subito le donne, saltando di letto e tolte le lor vesti in spalla, per la via de l’orto, senza esser vedute a le case loro si condussero, e tremanti aspettavano a che fine la cosa devesse riuscire. Girolamo ed Anselmo, non sapendo che romor quello si fosse, mentre cosí al buio s’affrettavano di vestirsi, furono dagli sbirri dei signori di notte a salvamano presi, di modo che Girolamo in camera d’Anselmo ed Anselmo in quella di Girolamo restarono in mano de la giustizia. Di questa cosa il capitano e i zaffi non poco si meravigliarono, sapendo tutti la nemicizia che tra loro regnava. Ma essendosi accesi molti torchi, e i dui gentiluomini tratti fuor di casa, fu di loro la meraviglia molto maggiore, quando l’uno in casa de l’altro quasi ignudi esser stati fatti prigioni si conobbero. Ed oltra la meraviglia, tanto di sdegno vi s’accrebbe, quanto ciascuno tacitamente imaginar e creder si puote. Ma oltra ogni credenza, contro le innocentissime mogli di fellon animo si ritrovavano, e l’un l’altro si guardavano in cagnesco. Menati adunque via, prima diedero del capo ne la prigione, che eglino de la loro prigionia la cagion sapessero giá mai. Poi intendendo che per micidiali di Aloise Foscari e come ladri l’un de l’altro erano incarcerati, quantunque né micidiali né ladroni fossero, ebbero nondimeno passione grandissima, conoscendo che tutta Vinegia saperebbe che eglino, la cui capitale inimicizia era assai palese, di quello erano divenuti compagni che compagnia a modo veruno non deverebbe avere. E ben che di parlar insieme non sostenessero, come quelli che mortalmente s’odiavano, nondimeno alora in un medesimo pensiero avevano tutti dui la mente fitta. A la fine pieni d’amarissimo sdegno contra le mogli, essendo il luogo buio, ove non poteva luce del sole entrare, che gran parte de la vergogna toglieva loro, vennero non so come a ragionamento insieme, e datasi con orrendi sagramenti la fede di manifestarsi il vero, come fossero stati l’uno in camera de l’altro presi, ciascuno liberamente disse la via che tenuta aveva in divenire de la moglie del compagno possessore; e circa a questo minutamente il tutto si manifestarono. Tenendo adunque le donne loro per due de le piú disoneste putte che in Vinegia fossero, in dispregio di quelle dimenticata la vecchia e fiera nemicizia, si rapacificarono insieme e divennero amici, e parendo loro di non dever mai piú poter sofferire la vista degli uomini ed andare a scoperta fronte per Vinegia, si ritrovavano tanto e tanto di mala voglia, che la morte sarebbe lor piú de la vita stata cara assai. E insomma non avendo argomento alcuno che ai dispiaceri loro desse sostenimento o conforto, né sovra ciò sapendo pigliar compenso alcuno, caduti in estrema disperazione, s’imaginarono d’aver trovata la via d’uscir a un tratto d’affanni, di vergogna e de la vita. Conchiusero adunque, con certa favola che ordirono, di farsi autori de la morte di Aloise Foscari. E dopo varii ragionamenti fermatisi in cosí rio e fiero proponimento, e piú d’ora in ora approvandolo, niente altro aspettavano che d’esser da la giustizia essaminati. Era, come giá vi dissi, il Foscaro stato riposto in una chiesa per morto ed al capellano di quella strettamente raccomandato. Messer lo prete avendolo fatto metter nel mezzo de la chiesa, vi accese a torno duo torchietti, e poi che la brigata tutta fu partita, deliberò anch’egli per men disagio andarsene al letto, che ancora tiepido deveva essere, ed il rimanente de la notte dormire. Ma parendo che i torchietti, ch’intieri non erano e molto corti, piú di due o tre ore non potevano ardere, ne prese duo grandi, e in luogo dei quasi consumati gli mise, a ciò che, venendo parente alcuno del morto o altro, paresse che egli ne avesse avuto buona cura. E volendo partirsi vide il corpo o tanto o quanto muoversi, e parvegli anco, guardandogli in faccia, che un pochetto gli occhi si aprissero. Del che non poco il prete stordí, e quasi fu per gridare e fuggire. Tuttavia, fatto buon animo ed al corpo accostatosi e suso il petto postali la mano, sentí il battimento del core, e tenne per fermo quello non esser morto, quantunque per la gran copia del perduto sangue egli stimasse che poca e debolissima vita in quello albergasse. Onde richiamato un suo compagno che giá era ito al letto, soavemente il meglio che puoté, da quello e da un chierico aiutato, portò il Foscaro a la camera ove egli soleva albergare, che era a la chiesa contigua. Poi fatto venir un medico in cirugia, che quivi vicino abitava, volle che la piaga del capo diligentemente vedesse. Il cirugico, visitata destramente e con diligenza la piaga e a la meglio che puoté dal giá corrotto sangue quella purgata, conobbe quella non esser mortale, e di maniera olii ed altri preziosi unguenti le applicò, che Aloise ritornò quasi del tutto in sé. Gli unse anco tutto il corpo sgangherato con certa unzione molto confortativa, e lasciò che si riposasse. Messer lo prete riposò buona pezza fin al nascente giorno; poi con questa buona nuova de la vita del Foscaro andò per ritrovar il capitano, dal quale gli era stato dato sotto custodia, e trovò che era ito a palazzo a san Marco a parlar al prencipe, ove anco egli andato e dentro in camera intromesso, allegrò molto il duce con la certezza de la vita del nipote, il quale alora alora il capitano con la nuova de la morte assai aveva attristato. Ordinò esso prencipe che ad ora convenevole uno dei signori di notte con dui solenni cirugici, facendo chiamar quello che giá medicato aveva suo nipote, andasse ove giaceva l’infermo, sí per ben informarsi del caso, come anco che tutti tre i medici vedessero e provedessero tutto quello che a la salute de l’infermo era di bisogno. Andarono adunque, quando tempo gli parve, il signor di notte e i medici, e fatto venir a casa del prete che prima l’infermo aveva medicato, e da lui inteso la piaga, ancor che fosse perigliosa, non esser perciò mortale, entrarono in camera ove il giovine riposava. Quivi trovatolo che non dormiva, cominciarono quello, che ancora un pochetto de lo stordito teneva, diligentemente a domandare, come il caso avvenuto fosse, dicendogli che liberamente il tutto dicesse, perciò che di giá il primo medico aveva affermato loro la piaga non esser stata di spada, ma o che era da alto luogo caduto o di qualche mazza percosso; ma che teneva per fermo, per quello che aveva potuto conoscere, che egli, da alto luogo cadendo, s’aveva frastagliato il capo. Aloise, sentendosi dai medici domandare, essendo colto a l’improviso, senza troppo pensarvi su disse l’altezza de la finestra e di chi fosse la casa. Ma egli a pena ebbe ciò detto, che molto mal contento se ne ritrovò. Onde da l’estremo dolore che di questo sentí, gli smarriti spiriti in lui di tal modo si risvegliarono, che egli subito elesse prima di morire, che cosa dire che cadesse in disonore di madonna Gismonda. Domandògli adunque il signor de la notte, che cosa egli a quell’ora a la casa e a sí alta finestra di madonna Gismonda andasse cercando. A questo, non potendo egli tacere, né sapendo che dire per l’autoritá del domandante, subito tra sé in un tratto discorse, che se la lingua aveva, inconsideratamente parlando, errato, che il corpo ne patirebbe la pena. Onde, prima che macchiar in parte l’onor di colei la quale egli piú che la propria vita amava, deliberò metter la vita sua e l’onore in mano de la giustizia, e disse: – Giá ho detto, né sono per negarlo, che da le finestre de la casa di madonna Gismonda Mora cascai. Quello che io a quell’ora mi andassi cercando, poi che ad ogni modo morto sono, io pure lo vi dirò. Pensando io che madonna Gismonda, per essere vedova e giovanetta e senza uomini in casa da far difesa, poteva esser da me rubata, che si dice che di gioielli e danari è ricchissima, lá me ne andai per involarle il tutto, ed appiccata con miei ingegni certa scala a la finestra, su vi salii, con animo deliberato d’uccider chiunque avesse voluto a me opporsi e farmi contesa. Ma la mia disgrazia volle che la scala, non essendo ben fermata, rovinò meco, ed io pensando potermene a casa andare, con la scala che era di corda mi partii, ed isvenni per la via non so dove. – Il signor de la notte, che era messer Domenico Maripetro, di simil ragionamento si meravigliò forte, e dolsegliene pur troppo, perciò che tutti quelli ch’in camera erano, ché molti, come in simil caso avviene, vi si trovarono, l’avevano udito, e non potendo altro fare gli disse: – Aloise, la tua follia è stata troppo grande, e me ne rincresce pur assai; ma io piú a la patria e a l’onor mio son debitore, che a chi si sia. Tu rimarrai adunque qui sotto la custodia ch’io ti lascierò, ché quando tu non fossi nel termine in che ora ti truovi, io ti farei di presente condurre in prigione come tu meriti. – Lasciatolo adunque quivi sotto buona guardia, se n’andò di lungo al conseglio de’ Dieci, magistrato ne la cittá nostra eccellentissimo e di grandissima autoritá, e trovando i signori di conseglio congregati, a loro il tutto puntalmente espose. I capi del conseglio, che di giá infinite querele di molti ladronecci, che la notte per la cittá si facevano, avevano udito, ordinarono a uno dei lor capitani che in casa del prete sotto diligentissima guardia Aloise Foscaro custodisse, fin che fosse in termine di poter esser essaminato e con tormenti astretto a dir la veritá, tenendo per fermo che di molte altre rubarie devesse aver commesso, o almeno saper chi fossero stati i ladri. Fu poi ragionato di Girolamo Bembo, che in camera d’Anselmo Barbadico, e di esso Anselmo, il quale in camera di Girolamo, da mezza notte quasi ignudi erano stati trovati e presi prigioni. Ed avendo altre faccende vie piú importanti da trattar per la guerra che avevano con Filippo Maria Vesconte duca di Milano che non erano queste, fu conchiuso che un’altra volta se ne tratteria. Tuttavia che in questo mezzo fossero essaminati. Era stato il prencipe in conseglio presente al tutto, ed uno di quelli che piú severamente contra il nipote aveva parlato. Nondimeno molto difficil gli era a creder che il nipote suo, uomo ricchissimo e d’ottimi costumi, si fosse abbassato a cosí vile ed abominevol vizio di rubare. Onde cominciò varie cose fra l’animo suo a rivolgere, ed avuto modo di far segretissimamente parlare al nipote, fece tanto che da lui ebbe la veritá del fatto. Da l’altra parte Anselmo e Girolamo, domandati dai ministri de la Signoria a questo deputati quello che in casa l’uno de l’altro a simil ora andassero facendo, confessarono che, avendo piú volte veduto Aloise Foscaro passar per dinanzi le case loro da ore non convenevoli, che a caso quella notte, l’uno non sapendo de l’altro videro che lá s’era fermato, e credendo di fermo ciascuno che per la sua moglie ci fosse venuto, che uscirono fuori ed in mezzo il presero e l’ammazzarono. E questa confessione fecero appartatamente, secondo che insieme s’erano convenuti. Al fatto poi de l’esser stati trovati l’uno in casa de l’altro, dissero certa favola non troppo ben ordita, ne la quale si contradicevano. Tutte queste cose il duce avendo intese, restava d’estrema meraviglia ripieno, né sapeva al vero del tutto apporsi. Onde essendo secondo il solito raunato il conseglio dei Dieci con gli aggiunti, dopo che il tutto che vi si trattò fu finito, il sagacissimo prencipe, uomo di elevato ingegno e che per tutti i gradi dei magistrati era al prencipato asceso, volendosi ciascuno partire, disse: – Signori, egli ci resta a trattar una cosa, de la quale forse mai piú non si sentí parlare. Dinanzi a noi sono due querele, il fine de le quali, per mio giudicio, sará molto diverso da l’openion di molti. Anselmo Barbadico e Girolamo Bembo, tra i quali è sempre stata crudel nemicizia, lasciata loro dai padri d’essi quasi ereditaria, l’uno in casa de l’altro mezzi ignudi sono stati dai nostri sergenti fatti prigioni, e senza tormento o pur paura d’esser torturati, ad una semplice interrogazione dei nostri ministri, liberamente hanno confessato che dinanzi le case loro Aloise nostro nipote hanno ammazzato. E quantunque esso nostro nipote viva e non sia stato né da loro né da altri ferito, essi però micidiali si confessano. E chi sa come stia questo fatto? Nostro nipote poi ha detto che, andando per rubar la casa di madonna Gismonda Mora ed ammazzar chi gli avesse voluto far contesa, è da le finestre in terra caduto. Il perché, essendosi molti latrocinii per la cittá nostra scoperti, si potria di leggero presumere che egli ne fosse stato il malfattore. E cosí si deveria con tormenti la veritá da lui intendere, e trovandosi reo dargliene quel severo castigo che merita. Ora quando egli fu trovato, né scala seco né arme di sorte alcuna aveva, onde si può pensare che il fatto stia altrimenti. E perché tra le morali vertú la temperanza sempre è stata di grandissima lode da tutti commendata, e la giustizia se giustamente non è essercitata diventa ingiustizia, a noi par giusto che in questo caso di questi strani accidenti, piú temperanza che rigore di giustizia usar si debbia. Ed a ciò che non paia ch’io parli senza fondamento, attendete quanto io vi dico. Questi dui mortalissimi nemici confessano ciò ch’esser a verun modo non puote, perciò che nostro nipote, come giá s’è detto, vive, e la piaga che ha non è di ferro, come anco egli ha confessato. Ora chi sa se la vergogna d’esser stati presi l’uno in camera de l’altro, e l’aver le mogli poco oneste dia loro occasione di sprezzar la vita e di desiderar la morte? Noi trovaremo, se con diligenza si fará inquisizione, che qui ci sará altro di quello che il volgo pensa. Perciò bisogna diligentemente essaminare il caso, e tanto piú quanto che si vede per la confession loro che essi non dicono cosa alcuna che abbia del verisimile. Da l’altra parte, nostro nipote per ladro se stesso accusa, e di piú confessa che, con animo deliberato d’ammazzar chi gli facesse contesa, in casa di madonna Gismonda Mora voleva entrare. Sotto quest’erba, secondo il parer nostro, altro serpente si nasconde che non si stima. Egli di tali eccessi mai piú non fu infamato; né pur un minimo sospetto se n’è avuto giá mai. E sapete pur tutti, che, per Dio grazia, egli d’oneste ricchezze è possessore e non ha bisogno de l’altrui roba. Veramente i furti suoi saranno d’altra maniera che di quella ch’egli confessa. A noi dunque, signori, parrebbe, quando a voi anco piaccia, che di questi accidenti la investigazione a noi si lasciasse. E noi vi promettiamo la fede nostra, che da noi sará il tutto con somma diligenza essaminato, e speriamo condur la cosa a cosí fatto fine, che in modo alcuno non saremo giustamente ripresi, e la final sentenza riservaremo al giudicio vostro. – Piacque sommamente a quei signori il savio parlar del duce, e messo il partito, fu il parer di tutti che non solamente la cognizion di questi accidenti, ma anco la sentenza finale in lui si rimettesse. Onde il saggio prencipe, essendo giá pienamente informato del caso del nipote, attese solamente a far investigazioni se poteva conoscer la cagione per la quale il Bembo ed il Barbadico cosí follemente s’accusavano di quello che fatto non avevano. E cosí dopo molti consulti e molti ricercamenti ed essamini fatti, essendo giá suo nipote quasi del tutto guarito, di modo che sarebbe potuto ire a torno se in libertá fosse stato, parendogli aver assai spiato del caso dei dui mariti prigioni, il tutto communicò ai signori del conseglio dei Dieci. Poi avendo con buon modo fatto divolgar per Vinegia come Anselmo e Girolamo sarebbero tra le due colonne decapitati ed Aloise impiccato, attendeva ciò che le donne loro far volessero. Ora essendo per Vinegia sparsa questa fama, variamente per la cittá se ne parlava, e d’altro nei circoli publici e privati non si teneva ragionamento. E per esser tutti tre d’onoratissimo legnaggio, si cominciò da’ parenti ed amici loro ad investigar se modo alcuno si fosse potuto trovare per la liberazion loro. Ma essendo divolgate le confessioni che fatte avevano e, come tutto il dí avviene, accrescendo sempre la fama il male, si diceva che il Foscari aveva confessato di molti ladronecci, di modo che né parente né amico v’era, che ardisse a parlar per loro. Madonna Gismonda, che amarissimamente aveva pianto l’infermitá del suo amante, poi che intese la confessione che fatta aveva, e chiaramente conobbe che per non macchiar l’onor di lei egli aveva eletto perder l’onore e la vita insieme, sentí il core di cosí fervente amore verso quello accendersi, che quasi ne moriva. Il perché avuta via di mandargli a parlare, che stesse di buona voglia il confortò assai, perciò che ella era deliberata di non lasciarlo morire, ma la cosa come era seguita manifestare, e per fede di quanto dicesse di mostrar le lettere amorose che egli scritte le aveva ed in giudicio produr la scala di corda che da lei in camera s’era serbata. Aloise udite le amorevoli dimostrazioni che la sua donna a salvezza di lui far s’apparecchiava, si ritrovò il piú contento uomo del mondo, e fattenele render infinite grazie, le fece prometter che subito che fosse uscito di prigionia per leggitima sua consorte la sposarebbe. Del che la donna grandissima contentezza sentí, amando piú che l’anima sua il suo caro amante. Madonna Luzia e madonna Isotta, udita la voce sparsa del morir dei lor mariti ed inteso il caso di madonna Gismonda, del quale madonna Luzia sapeva non so che per certe parole d’una femina, pensarono a punto la cosa esser com’era. E tutte due insieme consigliatesi di ciò ch’a far vi fosse per salute dei mariti, montate in gondola, andarono a ritrovar essa madonna Gismonda, e tra lor tre tutti gli accidenti loro communicati, restarono insieme d’accordo di proveder a la vita degli uomini loro. Erano le due maritate dopo il caso occorso de la prigionia dei mariti cadute in odio agli amici e parenti de l’una e l’altra parte, credendosi da tutti che elle fossero due disonestissime femine. Il perché non era stato nessuno che mai l’avesse visitate né condolutosi seco de l’infortunio loro. Ora, essendosi divolgato che i prigioni devevano esser per mano de la giustizia ammazzati, elle fecero intender ai parenti che non si pigliassero fastidio né cura di cosa alcuna, né piú innanzi ricercassero, ma stessero di buon animo ch’elle erano onestissime e che i mariti loro non riceverebbero né danno né vergogna. Ben li pregarono che procurassero che uno dei signori avvocatori il caso intromettesse, e del rimanente lasciassero a loro il carico del tutto, ché elle di procuratori e d’avvocati non avevano bisogno. Pareva pur troppo strano questo ai parenti, né sapevano che imaginarsi, tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande. Nondimeno fecero diligenza di quanto erano ricercati, ed intendendo che il conseglio dei Dieci aveva rimesso in petto al prencipe la cognizione di questi casi, diedero una supplicazione a esso prencipe in nome de le tre donne, che altro che udienza da quello non ricercavano. Il prencipe veggendo l’avviso suo succeder in bene, le assegnò un determinato giorno, nel quale innanzi a lui e ai signori del conseglio dei Dieci con quelli di collegio dovessero comparire. Venuto il giorno, tutti quei signori si ridussero insieme, bramosi di veder a qual fine il caso si riducesse. Onde quella matina le tre donne assai onestamente accompagnate se n’andarono a palagio, e passando per la piazza di san Marco, sentirono molti che di loro dicevano male. Gridavano alcuni, come sono i popolari ed uomini del volgo, poco discreti: – Ecco gentili ed oneste madonne! fate lor riverenza, ché, senza mandar i mariti loro fuor di Vinegia, gli hanno fatti dar del capo in Corneto, e non si vergognano le puttane sfacciate di lasciarsi vedere, che par a punto che abbiano fatto un’opera lodevolissima. – Altri altrimenti le proverbiavano, di modo che ciascuno le diceva la sua. Altri poi, quivi veggendo madonna Gismonda, credettero ch’ella andasse a la Signoria per richiamarsi contra Aloise Foscaro, di maniera che nessuno vi fu che al vero si apponesse. Elle, giunte al palagio e salite quelle alte e marmorine scale, furono condutte ne la sala del collegio, ove il duce l’udienza aveva assegnata. Quivi con i parenti piú propinqui arrivate le tre donne, volle il prencipe, innanzi che nessuno parlasse, che anco i tre prigioni vi fossero condotti. Vi vennero ancora molti altri gentiluomini, i quali con desiderio grandissimo aspettavano di cosí strani accidenti veder il fine. Fatto silenzio, il prencipe a le donne rivolto disse loro: – Voi, nobili madonne, ci avete fatto supplicare che vi volessimo conceder una publica udienza: ecco che qui noi siamo paratissimi ad udirvi pazientemente quanto dir ci volete. – I dui mariti prigioni erano in grandissima còlera contra le donne loro, e tanto piú d’ira e di sdegno bollivano, quanto che videro quelle tutte ardite e baldanzose, dinanzi a cosí tremendo, venerabile e pieno di maiestá collegio, dimostrarsi come se state fossero le piú valorose e care donne del mondo. De l’ira dei mariti le due fedelissime compagne troppo bene s’accorsero, né di questo punto si sgomentarono, anzi sogghignando tra loro e un poco crollando il capo donnescamente, in atto si mostravano come se di loro si beffassero. Anselmo, che alquanto era piú di Gerolamo sdegnoso, iracondo ed impaziente, salito in tanta còlera, che per assai minore di molti uomini si sono morti, non avendo riguardo a la maiestá del luogo ove erano, cominciò a dir a la sua donna estrema villania, e quasi fu per correrle con le dita ne gli occhi e, se potuto avesse, le averebbe fatto un mal giuoco. Sentendosi madonna Isotta dal marito a la presenza di tanti signori cosí vituperosamente sgridare, fatto buon animo, e dal prencipe, che giá data l’aveva, presa licenza di parlare, con viso allegro e salda voce cosí a ragionar cominciò: – Serenissimo prencipe e voi magnifici signori, poi che il mio caro marito cosí disonestamente di me si duole, penso io che messer Girolamo Bembo sia del medesimo animo verso la sua consorte. Onde se non gli fosse risposto, parria ch’eglino dicessero il vero e che noi di qualche gran sceleratezza fossimo colpevoli. Il perché con buona grazia vostra, signori eccellentissimi, a nome di madonna Luzia e mio, quanto per ora mi occorre in diffensione nostra e de l’onor nostro dirò, convenendomi cangiar proposito di quanto aveva deliberato di dire; ché se egli tacciuto si fosse e non cosí tosto da la còlera vinto corso a le ingiurie, io d’altro modo a salvezza di lor dui ed in escusazion nostra averei parlato. Nondimeno per quanto s’estenderanno le deboli forze mie, io proverò di far l’uno e l’altro. Dico adunque che i mariti nostri contra il devere ed ogni ragione di noi si dolgono, come adesso adesso farò lor toccar con mano. Io porto ferma openione che il rammarico e l’acerbo lor cordoglio per due cagioni e non da altro fonte debbia nascere, cioè da l’omicidio che essi falsamente hanno confessato d’aver fatto, o vero per la gelosia che acerbamente i cori gli rode che noi siamo femine impudiche, essendo l’uno in camera de l’altro, quasi nel letto suo preso. Ma se si avessero ne l’altrui sangue imbrattate le mani, e questo li devesse affligere e tormentare, a noi, per Dio, che ne deve calere, quando senza conseglio, senza aita e senza saputa nostra sí orrenda sceleraggine fosse da lor commessa? Veramente non so veder io che di questo eccesso biasimo alcuno ne debbiamo noi altre ricevere, e meno che eglino possano di noi querelarsi, perciò che egli si sa che chi fa il male o chi dá cagione di farlo, condecevol cosa è che la debita pena e severo gastigamento, come comandano le sante leggi, patisca, e dia essempio altrui di astenersi da le triste operazioni. Ma di questo a che piú contrastarne, ove i cechi vederebbero il diritto esser nostro, e tanto piú che qui, la Dio mercé, messer Aloise vivo si vede, che tutto il contrario afferma di quello che questi nostri poco a noi amorevoli mariti hanno scioccamente confessato? E quando essi a metter le mani nel sangue di chi si sia fossero trascorsi, toccarebbe a noi ragionevolmente a dolerci di loro e lamentarcene pur assai, che essendo di nobilissimo sangue nati e gentiluomini di questa nobilissima cittá, che vergine e pura sempre la sua libertá ha conservata, fossero diventati sgherri, micidiali ed uomini di tristissima sorte, mettendo cosí vituperosa macchia nel lor chiarissimo sangue, e lasciando noi giovanette vedove. Resta mo’ che essi si dogliano di noi, che l’uno in camera de l’altro sia stato visto da mezza notte e preso. E questo credo io che sia il nodo, la cagione e l’origine di tutto lo sdegno e passion loro. Cotesto, vi dico, so io bene che è il chiodo che il cor loro trafigge, e che d’altro non si rammaricano. Onde, come uomini che il tutto non hanno drittamente essaminato e che a poche cose hanno messo mente, sono caduti in disperazione, e come disperati ciò che mai non fecero né forse di voler far pensarono, d’aver fatto si sono accusati. Ma per non buttar al vento le parole e quel cotanto ch’io intendo di dire si dica una volta sola, a ciò, signori miei, in lunghe disputazioni non restiate occupati, avendo faccende di cose di stato a trattare, mi fia sommamente caro e vi supplico che voi, prencipe eccellentissimo, li facciate dire di che cosa di noi sí accerbamente si lamentano. – Domandati per commessione del duce da uno di quei signori assistenti, tutti dui risposero che l’aver conosciute le donne loro meretrici, le quali onestissime credevano ed esser tali devevano, era tutto lo sdegno e cordoglio che il cor loro rodeva, e che non potendo tanta infamia sofferire né sopportar di viver ne la luce degli uomini, gli aveva indutti a confessar per desiderio de la morte ciò che fatto non avevano giá mai. Questo udendo madonna Isotta ripigliò il parlare e sí disse al marito ed al Bembo rivoltata: – Adunque di cosa vi dolete voi che non sta bene? A noi appartiene di ciò a lamentarci di voi. E che andavate voi, marito mio, ne la camera de la mia cara compagna a cotal ora ricercando? Che cosa quivi era di piú che ne la vostra? E voi, messer Girolamo, chi vi sforzava, abbandonato il letto de la vostra consorte, quello di mio marito di notte ricercare? Non erano egli sí bianche, sí sottili, sí nette e sí bene profumate le lenzuola de l’uno come quelle de l’altro? Io per me infinitamente, serenissimo prence, di mio marito mi doglio, e dorrommene eternamente, che per goder altra che me si sia da me partito ed andato altrove, non essendo io giá storpiata e potendo tra le belle donne di questa nostra cittá comparire. Ed il medesimo fa madonna Luzia, che, come vedete, può ancor ella tra le belle esser annoverata. Deveva in vero ciascuno di voi de la sua moglie contentarsi e non, come fatto malamente avete, abbandonarla, cercando meglior pan che di grano. O bella cosa a lasciar convenevoli, belle e buone mogli per altrui! Voi vi dolete de le vostre donne, e pur dovereste di voi e non d’altri rammaricarvi, e col rammarico e dolore aver pazienza grandissima, perciò che avendo da star bene a casa vostra cercaste beffarvi l’un l’altro con i vostri amori, come quelli che dei cibi di casa eravate fastiditi e svogliati; ma lodato Iddio ed il saggio avvedimento nostro, ché se danno o vergogna ci è, ella deve pur tutta essere di voi dui. Ché, a la croce di Dio, io non veggio giá a voi altri uomini piú concessa licenza di far male che a noi, ben che per dapocaggine del sesso nostro vogliate far ciò che piú v’aggrada. Ma voi non sète giá signori, né noi siamo serve, ma ci domandiamo consorti, perciò che le santissime leggi del matrimonio, che fu il primo sagramento da Dio dopo la creazion de le cose dato ai mortali, vogliono che la fede sia uguale, e cosí sia tenuto il marito esser fedele a la moglie, come ella a lui. Che adunque querelando v’andate, se qual asino dá in parete, tal riceve? Non sapevate voi che la bilancia de la giustizia deve star giusta e non pender piú da un canto che da l’altro? Ma lasciamo oggimai il questionar di cotesto, e vegniamo a quello per il quale ci siamo presentate in questo luogo. Due cose, giustissimo prencipe, dinanzi al sublime cospetto vostro e di questi clarissimi signori ci hanno condotte, ché altrimenti non saremmo state ose presentarci in publico, e meno io averei avuto ardir di parlar in questo augustissimo auditorio, che solamente ad essercitati ed eloquentissimi uomini si concede, non a noi che a pena a l’ago ed al fuso siamo bastanti. Primieramente di casa ci partimmo per far conoscere che i nostri mariti non erano stati omicidi, non pure di messer Aloise, che è qui, ma anco di nessun altro, ed a questo avevamo sufficiente e degna testimonianza. Ma in ciò affaticarsi non bisogna, levandoci in tutto la fatica che accader poteva, la presenza di messer Aloise, né altro si sa che sia stato ucciso. Restaci una cosa, la quale è che la mia madonna Luzia ed io riverentemente supplichiamo il serenissimo prencipe, che degni con il favore ed autoritá sua e di questi eccellentissimi signori reconciliarne con i mariti nostri, e far che da loro impetriamo pace, quando averemo lor fatto toccar con mano che noi siamo le offese ed essi gli offensori, e che tanto è stato il nostro errore, se error perciò si può dimandare, quanto vollero eglino che fosse. E per venire a la conchiusione dico cosí, che mai sí garzona non fui, che io non sentissi dire a la buona memoria di madonna mia madre, che molto spesso le mie sorelle e madonna Luzia con noi (che nosco fu nodrita) ammaestrava di varie cose, che tutto l’onore che possa far la moglie al marito consiste in questo, che la femina viva onestissimamente, imperò che senza la pudicizia non deverebbe la donna rimanere in vita, e tanto piú quanto che, come si sa che la moglie d’un gentiluomo o d’altri faccia del corpo suo copia ad altrui, ella diventa femina del volgo e vien mostrata per tutto a dito, ed il marito anco viene biasimato e schernito da tutti, parendo che questa sia la maggior ingiuria e scorno che da la moglie riceva l’uomo, e il piú vergognoso vituperio che a le case si faccia. Il che conoscendo noi, e non volendo che gli stracurati e sfrenati appetiti dei nostri mariti quelli recassero a disonesto fine, con fedele e lodevol inganno facemmo quella provigione che a noi parve il minor male. So che non accade che qui si racconti la nemicizia che da molti anni in qua tra i padri dei nostri mariti e tra loro poi malamente è stata, perciò che a tutta la cittá nostra è notissima. Onde noi sin da la culla insieme nodrite, poi che ci avvedemmo de la nemicizia dei mariti, facemmo di necessitá vertú, eleggendo piú tosto mancar de la nostra soavissima conversazione, che dar lor materia di gridar per casa. Ma la vicinanza de le stanze ne mostrò quello che la nemica de la natura nemicizia ne celava e vietava. Il perché assai sovente quando eglino fuor di casa si ritrovavano, noi negli orticelli nostri, che da una semplicissima siepe di cannuccie marine sono separati, a ragionamento ci riducevamo insieme. E discretamente usando cotale commoditá, essendoci avviste che voi, mariti nostri, eravate l’uno de la moglie de l’altro innamorati, o forse fingevate d’essere, communicammo tra noi questi vostri amori, e leggemmo sempre insieme le lettere amorose che voi ci mandavate. Ed altro scorno non ci parve di farvi di questa dislealtá che a noi vostre moglieri usavate, ancor che bene stato vi fosse, perché l’avervi avvisati era contrario al desiderio nostro, che altro non cercavamo se non che voi diventassi amici. Onde, se stato detto nulla vi fosse di questi innamoramenti, era accrescer maggior nemicizia tra voi e porvi l’arme in mano. Consegliateci adunque da noi istesse e concordevolmente in un voler accordate, poi che giudicammo che gli avvisi nostri ne verrebbero fatti senza danno o vergogna di nessuna de le parti, anzi con piacer e sodisfazione di tutti, tutte quelle notti che voi fingevate d’andare or qua or lá, madonna Luzia, con aita di Cassandra mia fante, per via de l’orto a la mia camera ne veniva, ed io col mezzo di Giovanna sua servente per la medesima strada a la sua camera me n’andava. E voi con la guida d’esse nostre donne a le camere condotti, vi giacevate ciascuno con la moglie sua, e cosí i vostri campi e non l’altrui, come era la credenza vostra, coltivavate. E perché gli abbracciamenti vostri non erano da mariti ma da innamorati, e con noi sempre vi congiungevate con piú ardente disio che non era il solito, tutte due ci siamo trovate gravide. Il che sommamente vi deve esser gratissimo, se vero è che tanta voglia voi aveste, come mostravate, d’aver figliuoli. Se altro adunque delitto non vi grava, se altro la conscienza non vi rimorde, e se d’altro non sentite dolore, vivete allegramente e ringraziatene de l’astuzia nostra e de la giovevol beffa che fatta vi abbiamo, e se fin qui sète stati nemici, omai deposti gli antichi odii, rappacificatevi insieme, e da amichevoli gentiluomini per l’avvenir vivete, donando le vostre nemicizie a la patria, la quale come pietosa ed amorevol madre vorrebbe veder tutti i suoi figliuoli d’un medesimo animo. Ora, perché non crediate che io mi abbia quanto ho detto fatto su le dita a modo di favola, a salvezza vostra ed a nostro profitto, eccovi tutte le lettere vostre a noi mandate. – Quivi diedero poi l’una dopo l’altra tanti testimonii e tanti contrasegni ai mariti, e sí bene approvarono le lor ragioni al prencipe e a quei signori, che i mariti per contenti si chiamarono, e i signori tutti si tennero ottimamente sodisfatti, di modo che tutti ad una voce pronunziarono i dui mariti dever esser liberi. E cosí di commune consenso del prencipe e di quei signori furono tutti dui interamente assoluti. Erano stati i parenti ed amici dei mariti e de le moglieri con ammirazion grandissima ad udir cosí lunga istoria, e sommamente lodarono l’assoluzione fatta e tennero tutte due le donne per saggie, e che madonna Isotta fosse molto eloquente, avendo cosí bene diffesi i casi suoi e dei mariti e de la compagna. Anselmo e Girolamo publicamente con molta allegrezza abbracciarono e basciarono le donne loro; dapoi, toccatasi la mano e basciatisi, fecero una fratellanza insieme e restarono per l’avvenire in perfetta amicizia, cangiando l’amor lascivo che verso le donne avuto avevano in benevolenza fraternale. Il che fu di grandissima contentezza a tutta la cittá. Ora, racchetata tutta la gente che a l’udienza era, il prencipe con gratissimo aspetto a madonna Gismonda rivoltato, cosí le disse: – E voi, bella giovane, che ricercate voi? Diteci i casi vostri animosamente, ché noi di grado vi ascoltaremo. Madonna Gismonda, tutta nel viso divenuta rossa e piú del consueto vaga apparendo per il nativo colore del minio che per le guance se l’era sparso, poi che un poco con gli occhi chini a terra stette, quelli donnescamente alzando e preso un poco di ardire, disse: – Se io, serenissimo prencipe, a la presenza di persone che mai amato non avessero o non sapessero che cosa fosse amore, devessi ragionare, mi ritrovarei vie piú che dubiosa di ciò che io avessi a dire, e forse che per avventura non ardirei d’aprir la bocca. Ma avendo altre volte a mio padre, di buona memoria, udito narrare che voi, serenissimo prencipe, ne la vostra giovinezza non ischifaste aprir il petto a le fiamme amorose, anzi fuste ferventissimo amatore, e tenendo per fermo che qui non sia persona che poco o assai non abbia amato, mi persuado di quanto ora per me si parlerá appo tutti trovar pietá non che perdono. Onde al fatto venendo, non permetta giá Iddio che, volendo io parer una santocchia e donna di quelle che tutto il dí mangiano paternostri parlando coi santi, e partoriscano diavoli, resti ingrata, sapendo esser l’ingratitudine un vento che adugge ed asciuga la fontana de la divina pietá. Mi è cara la vita, come a tutti naturalmente suol essere; appresso poi metto l’onore, che forse le deverebbe esser anteposto, perché non è dubio alcuno che senza l’onore veramente non giova vivere, e quella vita è una viva morte, ove l’uomo o la donna con vituperosa macchia in fronte viveno. Ma l’amore che io porto al mio da me unicamente amato messer Aloise Foscaro, che lá vedete, mi è sovra ogni cosa caro, e conseguentemente molto piú de la mia vita stimo lui. E questo nel vero con grandissima ragione, perciò che quando mai per adietro io amata da lui stata non fossi, che pur amata m’ha quanto si puote, ed io lui per caro tenuto non avessi, che l’ho avuto carissimo ed amatolo a par anzi vie piú degli occhi miei, l’amorevole ed affettuosissima dimostrazione che egli in questo ultimo ha usato meco, mostrandosi liberale anzi pur prodigo de la vita propria perché io non restassi con una minima sospezione d’impudica, fa che io incomparabilmente debbia mai sempre aver lui piú caro che la vita e l’anima istessa. Ed ove si truova che mai piú fosse tal liberalitá cosí liberamente da amante nessuno usata? Chi fu che giá mai di propria volontá per non infamar altrui eleggesse morire? Certo, che io mi creda, nessuno o pochi, ché di cotal sorte rari si truovano, e piú rari che i corbi bianchi. O singolar e non mai udita liberalitá! O dimostrazione a pieno non mai lodata! O amor veramente amore, e dove fizzione alcuna essere non si può imaginare! Messer Aloise, prima che macchiar in una minima particella la fama mia, o lasciar un tantillo d’ombra appo nessuno, che potesse dar sospetto di me, di propria volontá s’è confessato ladrone, assai piú cura tenendo di me e de l’onor mio, che del suo e de la propria vita. E quantunque egli avesse potuto in mille modi salvarsi, nondimeno poi che ebbe detto, essendo da la caduta ancora mezzo stordito, che da le mie finestre era caduto a basso, e s’avide quanto questa confessione era per apportar pregiudicio a la fama mia e denigrar la chiarezza di quella, elesse di propria volontá prima morire, che piú dir parola che potesse in modo alcuno generare mala openion di me o tanto d’infamia apportarmi quanto sia un picciolo nevo. Perciò, non potendo ritornar indietro ciò che giá detto aveva de la caduta, né quello in modo colorire che stesse bene, pensò l’altrui fama col suo danno salvare. Dunque se egli sí prontamente la vita per beneficio ed util mio ha posto a manifestissimo periglio, e vie piú de la conservazione de l’onor mio cura ha voluto prendere che di se stesso, io per salute sua l’onore in abbandono non porrò? Ma che? e l’onore e la vita, se mille vite avessi, tutte per salvezza sua darei, e se di nuovo mille migliaia di volte le recuperassi, altre tante volte a rischio le tornarei a mettere, pur che io sapessi in minima parte potergli giovare. Ben mi doglio e dorrommi sempre che non mi sia lecito piú poter fare di quello che la mia poca possibilitá sostiene. Che se egli morisse io certamente viver non potrei. E se egli non ci fosse, io in vita che farei? Né io per questo, prencipe giustissimo, credo perder dramma di onore, perciò che essendo, come veder si puote, giovane e vedova, e cercando di rimaritarmi, lecito mi era vagheggiare ed esser vagheggiata, non perciò ad altro fine che per trovar marito al grado mio convenevole. Ma se ben perdessi l’onore, perché non lo debbo perdere per colui che per salvar il mio, come tante volte si è detto, ha voluto perder il suo? Ora venendo al fatto, dico con ogni debita riverenza non esser vero che mai messer Aloise a casa mia venisse come ladrone, né contra mia voglia. Ben vi venne egli con mio consentimento, e vi venne come caro ed affettuoso amante. Che se io dato non gli avessi licenza di venire, come averebbe egli avuto il modo di trar tant’alto una scala di fune, e lá su in modo fermarla che fosse sempre stata ferma? Se quella finestra è de la camera ove io dormo, come stava aperta a quell’ora s’io non lo consentiva? Io con l’aita de la mia servente, poi che ebbi mandato giú lo spago al quale egli appiccò la scala, in alto la tirai, e quella accomandata di modo che non poteva dislegarsi, feci cenno a messer Aloise che su salisse. Ma come la sua e mia sventura volle, senza pur potermi toccar la mano, in terra con mio inestimabil dolore precipitò. Il perché rivochi la confessione che d’esser ladro ha fatto, e dica pur il fatto come fu, poi che io di confessarlo non mi vergogno. Eccovi le lettere che egli tante mi scriveva ricercandomi di parlare, e sempre chiedendomi per moglie. Ecco la scala, che fin ora sempre è rimasa in camera mia. Ecco la mia fante, che ad ogni cosa m’è stata mezzana ed aiutrice. – Messer Aloise, domandato da quei signori, confessò la cosa come era. Onde medesimamente fu da quei signori assoluto, e volle la sua cara amante sposar per legitima sposa. Il prencipe molto lo commendò. Andarono adunque tutti i parenti de le parti a casa di madonna Gismonda, ove con general piacer di tutti, solennemente la sposò, e si fecero le nozze sontuose ed oltra modo onorevoli, e messer Aloise con la sua sposa lungamente in santa pace visse. Madonna Luzia e madonna Isotta al tempo loro partorirono dui belli figliuolini maschi. Il che non poco accrebbe il piacer dei padri loro, che vissero con le madri tranquillamente, e tra lor dui come fratelli, piú volte de le beffe loro saggiamente da le mogli fatte ridendo. E per Vinegia il savio parer del prencipe fu da tutti senza fine commendato e molto accrebbe la fama de la sua prudenza. Ché in vero fu prencipe prudentissimo, e molto col suo sapere e col conseglio aggrandí il dominio de la sua Republica, la quale ne l’ultimo, senza che meritato lo avesse, molto poco grata se gli dimostrò, deponendolo da la sua degnitá ducale perché era troppo vecchio.


Il Bandello al valoroso signore


il signor Francesco Cantelmo duca di Sora


Il giorno dopo che io partii da Mantova e venni a Gazuolo, il vostro e mio gentile ed ufficiosissimo messer Paris Ceresaro con un suo servidore mi mandò la vostra lettera, che voi da Milano mi avete scritta, la quale se mi fu grata oltra modo non potrei dirvi, ché in vero mi fu, se dir lice, piú che gratissima. E perché io in breve sarò in Milano, ove mi fermerò per qualche tempo, non vi risponderò altrimenti a l’ultima parte di essa lettera, perché quando saremo insieme io sodisfarò molto meglio a bocca a quanto desiderate che per me si faccia che ora non farei con lettere; e mi rendo sicuro che il tutto senza difficultá nessuna otterremo, e tanto piú facilmente quanto che colui dal quale voi devete esser servito ha bisogno del favore dell’illustrissimo monsignor di Lautrecco, il quale leggermente da voi gli sará impetrato, non ricercando egli se non cosa giusta ed onesta, e voi appresso il detto monsignor potendo molto, come la fedele ed assidua vostra servitú e le vostre rare vertuti meritano. Or tornando a la lettera vostra, pensate se poteva in meglior luogo e tempo trovarmi che in Gazuolo. Come ella fu da me letta, io la diedi in mano al nostro cortesissimo signor Pirro Gonzaga, dicendogli queste precise parole: – Se io ora in Mantova o altrove mi ritrovassi, al ricever di questa lettera me ne montarei a cavallo e verrei a ritrovarvi ovunque voi vi ritrovassi, per servir il signor Francesco. Pensate mò quello che io farò essendo qui a la presenza vostra. – Alora egli lesse la lettera, e ridendo mi disse: – To’ la tua lettera, e non mi dir parola, ché io non farò cosa di che mi parli, ma farò ben quanto il signor Francesco ti scrive. – Poi soggionse come egli si mette in ordine per andar a la corte del re cristianissimo, e passerá per Milano ove tutto ciò che bramate averete. E forse che di compagnia verremo. Restami a la terza parte de la lettera vostra rispondere, ove voi mi pregate ch’io voglia farvi copia d’alcune mie novelle. Io era d’animo d’aspettar fin che io venissi a Milano, ma sovvenutomi poter al presente sodisfarvi, ve ne mando una avvenuta non è molto in Mantova, che io questi dí scrissi, essendo stata recitata a Diporto, a la presenza di madonna Isabella da Este marchesana di Mantova, da messer Alessandro Orologio, segretario dell’illustrissimo e reverendissimo signor Gismondo Gonzaga cardinal di Mantova. Questa adunque vi mando e voglio che vostra sia in testimonio de l’amor nostro. A Milano poi ve ne mostrerò molte altre, da me a diversi amici e signori miei donate, per non aver io altro con cui possa mostrarmivi grato. State sano.