Novelle (Bandello)/Prima parte/Novella VIII

Prima parte
Novella VIII

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Giulia da Gazuolo, essendo per forza violata, in Oglio si getta, ove morí.


Vuole il nostro signor Pirro marchese di Gonzaga e signor di Gazuolo, che qui sovra la riva de l’Oglio vedete posto a la banda di verso il Po, il quale è stato per lunga successione dei signori gonzagheschi, che io, signor umanissimo e voi cortesi signori, narri il memorabil accidente de la morte d’una Giulia di questa terra, che non è molto avvenne. Poteva esso illustrissimo signore molto meglio di me il successo de la cosa dire. Vi sono anco molti altri che averebbero in questa materia sí bene come io sodisfatto e il tutto puntalmente narrato. Ma poi che egli mi comanda che io sia il narratore, io voglio e debbo ubidirlo. Ben mi rincresce ch’io non sia atto a commendare il generoso e virile spirito di Giulia come il singolar atto da lei fatto merita. Devete adunque sapere che, mentre il liberale e savio prencipe, l’illustrissimo e reverendissimo monsignor Lodovico Gonzaga, vescovo di Mantova, qui in Gazuolo abitava, che egli sempre vi tenne una corte onoratissima di molti e vertuosi gentiluomini, come colui che si dilettava de le vertú e molto largamente spendeva. In quei dí fu una giovane d’etá di dicesette anni chiamata Giulia, figliuola d’un poverissimo uomo di questa terra, di nazione umilissima, che altro non aveva che con le braccia tutto il dí lavorando ed affaticandosi guadagnar il vivere per sé, per la moglie e due figliuole, senza piú. La moglie anco, che era buona femina, s’affaticava in guadagnar qualche cosa filando ed altri simili servigi donneschi facendo. Questa Giulia era molto bella e di leggiadri costumi dotata, e molto piú leggiadra che a sí basso sangue non conveniva. Ella ora con la madre ed ora con altre donne andava in campagna a zappare e far altri essercizii, secondo che bisognava. Sovviemmi che un giorno, essendo io con l’eccellentissima madama Antonia Bauzia madre di questi nostri illustrissimi signori, e andando a san Bartolomeo, che incontrammo la detta Giulia, la quale con un canestro in capo a casa se ne ritornava tutta sola. Madama, veggendo cosí bella figliuola che poteva avere circa quindeci anni, fatto fermar la carretta, le domandò di chi fosse figliuola. Ella riverentemente rispose e disse il nome del padre, e molto al proposito a le domande di madama sodisfece, che pareva che non in un tugurio e casa di paglia fosse nata e allevata, ma che tutto il tempo de la sua etá fosse stata nodrita in corte, di modo che madama mi disse volerla pigliar in casa ed allevarla con l’altre donzelle. Perché poi si rimanesse, io non vi saperei giá dire. Ritornando dunque a Giulia, vi dico che ella tutti i giorni che si lavorava non perdeva mai tempo, ma o sola od in compagnia sempre travagliava. Le feste poi, come è la costuma del paese, ella dopo il desinare andava con l’altre giovanette ai balli e davasi onestamente piacere. Avvenne un dí che, essendo ella in etá di circa dicesette anni, che un camerier del detto monsignor vescovo, che era ferrarese, le gettò l’ingorda vista a dosso veggendola ballare, e parendogli pure la piú vaga e bella giovanetta che veduta di gran tempo avesse, e tale che, come s’è detto, pareva ne le piú civili case nodrita, di lei sí stranamente s’innamorò, che ad altro il suo pensiero rivolger non poteva. Finito il ballo, che era parso lunghissimo al cameriero, e cominciandosi a sonare un’altra danza, egli la richiese di ballare e ballò seco un ballo a la gagliarda, perciò che ella a la gagliarda danzava molto bene e tanto a tempo, che era un grandissimo spasso a mirarla come aggraziatamente si moveva. Ritornò il cameriero a danzar seco, e se non fosse stato per vergogna, egli ogni danza l’averebbe presa, parendogli quando la teneva per la mano che sentisse il maggior piacer che sentito avesse giá mai. E ancor che ella tutto il dí lavorasse, nondimeno ella aveva una man bianca, lunghetta e morbida molto. Il misero amante cosí subitamente di lei e de le sue belle maniere acceso, mentre che credeva mirandola ammorzar le novelle nascenti fiamme che giá miseramente lo struggevano, non se ne accorgendo a poco a poco le faceva maggiori, accrescendo con gli sguardi la stipa al fuoco. Ne la seconda e terza danza che seco fece, assai motti e parolucce il giovine le disse come far sogliono i novelli amanti. Ella sempre saggiamente gli diede risposta dicendo che non le parlasse d’amore, perciò che a povera giovane come ella era non stava bene mai a dar orecchie a simil favole, né altro mai l’importuno ferrarese cavare ne puoté. Finito il ballare, il ferrarese le andò dietro per imparar ove ella aveva la stanza. Ebbe poi piú volte e in Gazuolo e fuori comoditá di parlar con Giulia e di scoprirle il suo ferventissimo amore, sforzandosi pur sempre di farla de le sue parole capace e riscaldarle il freddissimo petto. Ma per cosa ch’egli le dicesse giá mai ella punto non si mosse dal suo casto proponimento, anzi caldamente lo pregava che la lasciasse stare e non le desse noia. Ma il meschino amante a cui l’amoroso verme fieramente rodeva il core, quanto piú ella dura e ritrosa si mostrava, tanto piú egli s’accendeva, tanto piú la seguitava e tanto piú s’affaticava di renderla pieghevole a’ suoi appetiti, ben che il tutto era indarno. Fecele da una vecchia, che pareva santa Cita, parlare, la quale fece l’ufficio suo molto diligentemente, sforzandosi con sue lusinghevoli ciance corromper l’indurato affetto de la casta Giulia. Ma la giovanetta era cosí ben fondata, che mai parola che la ribalda vecchia le dicesse non le puoté nel petto entrare. Il che intendendo il ferrarese, si trovava il piú disperato uomo del mondo, non si potendo imaginare di lasciar costei, con speme pure che pregando, servendo, amando e perseverando, devesse la fiera durezza di Giulia render molle, parendogli impossibile che a lungo andare egli non la devesse ottenere. Egli, come proverbialmente si dice, faceva il conto senza l’oste. Ora veggendo che di giorno in giorno ella piú si mostrava ritrosa e che quando lo vedeva lo fuggiva come un basilisco, volle provare se ciò che le parole e la servitú non avevano potuto fare, lo farebbero i doni, riserbandosi la forza da sezzo. Tornò a parlare a la scelerata vecchia e le diede alcune cosette non di molta valuta, che portasse da parte sua a Giulia. Andò la vecchia e ritrovò che Giulia tutta sola era in casa; e volendo cominciar a parlar del ferrarese, le mostrò i doni che egli le mandava. Ma l’onesta figliuola, tolte quelle cosette che la vecchia recate aveva, tutte le gettò fuori de l’uscio su la via publica, e la traditora vecchia cacciò di casa, dicendole se piú le tornava a far motto ch’ella anderebbe in Rocca a dirlo a madama Antonia. La vecchia, prese le cose che su la strada erano, se ne tornò a parlar al ferrarese e a dirgli che impossibil era piegar la fanciulla, e che ella non saperebbe piú in questo caso che farle. Il giovine si trovava tanto di mala voglia quanto dir si possa. Egli volentieri si sarebbe da l’impresa ritirato; ma, come egli pensava di lasciarla, il misero si sentiva morire. A la fine non potendo il povero e cieco amante piú sofferire di vedersi sí poco gradire, deliberò, avvenissene ciò che si volesse, se la comoditá bella si vedeva, quello per viva forza da lei prendere che ella di grado dar non gli voleva. Era in corte uno staffiero di monsignor vescovo molto amico del ferrarese, e, se ben mi ricordo, egli anco era da Ferrara. A costui il cameriero scoperse tutto il suo ferventissimo amore, e quanto s’era affaticato per imprimere nel petto de la fanciulla un poco di compassione, ma che ella sempre s’era dimostrata piú dura e piú rigida che un marino scoglio, e che mai non l’aveva potuta né con parole né con doni piegare. – Ora diceva egli – veggendo io che viver non posso se i desir miei non contento, sapendo quanto tu m’ami, ti prego che tu voglia esser meco ed aiutarmi a conseguir quanto io desio. Ella va spesso sola in campagna, ove, essendo le biade giá assai alte, poteremo far l’intento nostro. – Lo staffiero, senza pensar piú oltre, li promise che sempre sarebbe seco a far tutto quello che egli volesse. Il perché il cameriero, spiando di continuo ciò che ella faceva, intese un dí che ella tutta sola usciva di Gazuolo. Onde, chiamato lo staffiero, lá se n’andò ove ella faceva non so che in certo campo. Quivi giunto, cominciò come era consueto a pregarla che omai volesse di lui aver pietate. Ella, veggendosi sola, pregò il giovine che non le desse piú fastidio, e dubitando di qualche male se ne venne verso Gazuolo. Il giovine, non volendo che la preda gli uscisse di mano, finse col compagno di volerle far compagnia, tuttavia con umili ed amorevoli parole affettuosamente pregandola che avesse de le sue pene pietá. Ella, messasi la via fra’ piedi, frettolosamente verso casa se n’andava. E caminando senza dar risposta a cosa che il giovine dicesse, pervennero ad un gran campo di grano che bisognava attraversare. Era il penultimo giorno di maggio e poteva quasi esser mezzo dí, e il sole era secondo la stagione forte caldo, e il campo assai rimoto da ogni abitazione. Come furono nel campo entrati, il giovine, poste le braccia al collo a Giulia, la volle basciare; ma ella, volendo fuggire e gridando aita, fu da lo staffiero presa e gettata in terra, il quale subito le mise in bocca uno sbadaglio a ciò non potesse gridare, e tutti dui la levarono di peso e per viva forza la portarono un pezzo lungi dal sentiero che il campo attraversava; e quivi, tenendole le mani lo staffiero, lo sfrenato giovine lei, che sbadagliata era e non poteva far contesa, sverginò. La miserella amaramente piangeva e con gemiti e singhiozzi la sua inestimabil pena manifestava. Il crudel cameriero un’altra volta, a mal grado di lei, amorosamente seco si giacque, prendendone tutto quel diletto che volle. Dapoi la fece disbadagliare, e cominciò con molte amorevoli parole a volerla rappacificare, promettendole che mai non l’abbandonaria e che l’aiuteria a maritare, di modo che starebbe bene. Ella altro non diceva, se non che la liberassero e la lasciassero andar a casa, tuttavia amaramente piangendo. Tentò di nuovo il giovine con dolci parole, con larghe promesse e con volerle alora dar danari, di rachetarla. Ma il tutto era cantare a’ sordi, e quanto piú egli si sforzava consolarla ella piú dirottamente piangeva. E veggendo pur che egli in parole multiplicava, gli disse: – Giovine, tu hai di me fatto ogni tua voglia e il tuo disonesto appetito saziato; io ti prego, di grazia, che omai tu mi liberi e mi lasci andare. Ti basti quanto hai fatto, che pur è stato troppo. – L’amante, dubitando che per dirotto pianto che Giulia faceva non fosse discoperto, poi che vide che indarno s’affaticava, deliberò di lasciarla e di partirsi col suo compagno; e cosí fece. Giulia, dopo l’aver amaramente buona pezza pianto la violata verginitá, racconciatasi in capo i suoi disciolti pannicelli e a la meglio che puoté rasciugatosi gli occhi, se ne venne tosto a Gazuolo e a casa sua se n’andò. Quivi non era né il padre né la madre di lei; v’era solamente in quel punto una sua sorella d’etá di dieci in undeci anni, che per esser alquanto inferma non era potuta andar fuori. Giunta che fu Giulia in casa, ella aperse un suo forsiero, ove teneva le sue cosette. Dapoi, dispogliatasi tutti quei vestimenti che indosso aveva, prese una camicia di bucato e se la mise. Poi si vestí il suo valescio di boccaccino bianco come neve ed una gorgiera di velo candido lavorato, con uno grembiale di vel bianco, che ella solamente soleva portar le feste. Cosí anco si messe un paio di calzette di saia bianca e di scarpette rosse. Conciossi poi la testa piú vagamente che puoté, ed al collo si avvolse una filza d’ambre gialle. Insomma ella s’adornò con le piú belle cosette che si ritrovò avere, come se fosse voluta ire a far la mostra su la piú solenne festa di Gazuolo. Dapoi domandò la sorella e le donò tutte l’altre sue cose che aveva, e quella presa per mano e serrato l’uscio de la casa, andò in casa d’una lor vicina, donna molto attempata, che era gravemente nel letto inferma. A questa buona donna lagrimando tuttavia, narrò Giulia tutto il successo de la sua disgrazia e sí le disse: – Non voglia Iddio che io stia in vita, poi che perduto ho l’onore che di stare in vita m’era cagione. Giá mai non avverrá che persona mi mostri a dito o sugli occhi mi dica: – Ecco gentil fanciulla ch’è diventata puttana e la sua famiglia ha svergognato, che se avesse intelletto si deveria nascondere. – Non vo’ che a nessuno dei miei mai rinfacciato sia, che io volontariamente abbia al cameriero compiaciuto. Il fine mio fará a tutto il mondo manifesto e dará certissima fede che, se il corpo mi fu per forza violato, che sempre l’animo mi restò libero. Queste poche parole v’ho voluto dire a ciò che ai dui miei miseri parenti possiate il tutto riferire, assicurandoli che in me mai non fu consentimento di compiacere al disonesto appetito del cameriero. Rimanetevi in pace. – Detto questo, ella uscí fuori e andava di lungo verso Oglio, e la sua picciola sorella dietro la seguiva piangendo, né sapendo di che. Come Giulia arrivò al fiume, cosí col capo avanti nel profondo de l’Oglio si lanciò. Quivi al pianto de la sorella che gli stridi mandava sino al cielo, corsero molti, ma tardi, perciò che Giulia, che volontariamente dentro il fiume s’era gettata per annegarsi, in un tratto se stessa abbandonando vi s’affogò. Il signor vescovo e madama, udito il miserabil accidente, la fecero pescare. In questo il cameriero, chiamato a sé lo staffiero, se ne fuggí. Fu il corpo ritrovato, e divolgatasi la cagione per che s’era affogata, fu con universal pianto di tutte le donne ed anco degli uomini del paese con molte lagrime onorata. L’illustrissimo e reverendissimo signor vescovo la fece su la piazza, non si potendo in sacrato seppellire, in un deposito mettere che ancora v’è, deliberando seppellirla in un sepolcro di bronzo e quello far porre su quella colonna di marmo ch’in piazza ancor veder si puote. E in vero per mio giudicio, quale egli si sia, questa nostra Giulia non minor lode merita che meriti Lucrezia romana; e forse, se il tutto ben si considera, ella deve esser preposta a la romana. Solo si può la natura accusare, che a sí magnanimo e generoso spirito come Giulia ebbe, non diede nascimento piú nobile. Ma assai nobile è tenuto chi è de la vertú amico e chi l’onore a tutte le cose del mondo prepone.


Il Bandello al magnifico messer


Lancino Curzio filosofo e poeta


Non credo che di mente vi sia uscito il dilettevol contrasto che ai giorni passati cosí allegramente avemmo, essendo in casa del nostro vertuosissimo ed integerrimo, dal mondo riverito e da noi amato, il signor Giacomo Antiquario, protonotario apostolico, perciò che la materia era tale che di leggero non ve la sarete scordata. Noi questionammo onde avviene che tutto il dí si veggiono molte saggie donne, quando piú sono tenute avvedute e prudenti, commetter grandissimi errori, per i quali in un tratto perdeno il buon nome che avevano. Si vede oggi, quella per aver piú largo campo ai suoi appetiti avvelenare il marito, come se le fosse lecito, essendo vedova, far quanto le aggrada. Quell’altra, dubitando che il marito non discopra gli amori che ella fa, per via de l’amante lo fa ammazzare; e mille altre cose meno che buone, anzi molto vituperose fanno. E quantunque i padri, i fratelli e i mariti molte di loro, per levarsi dagli occhi il manifesto vituperio che rende loro la malvagia vita de le figliuole, sorelle e mogli, con veleno, con ferro e con altri mezzi facciano morire, non resta, per questo che molte di loro, sprezzata la vita che naturalmente a tutti è cosí cara e sprezzato l’onore che tanto si deverebbe stimare, non si lascino dagli sfrenati appetiti trasportare in qualche fallo. Si dissero cose assai, volendo noi investigare se secondo il corso de la ragion naturale vi si trovava argomento di questa lor trascurata vita. E dicendosi che era il poco cervello da la natura a quelle dato, per diffetto di cui si lasciano abbagliar molto leggermente dal piacer presente, senza aver riguardo al futuro male e danno che assai sovente dapoi ne segue, fu detto che cotesta ragione era frivola e di pochissimo momento; perciò che parimente gli uomini, che noi ci sforziamo di voler far di maggior capacitá, cascano nei medesimi errori, perciò che veggendo tutto il dí impiccar quelli e squartar questi ed abbruciar quegli altri, offoscati anco essi dal mal regolato appetito, non cessano di commetter furti, latrocinii, rapine, omicidii, adulterii, e mille altre sceleratezze. Il che ordinariamente de le donne non avviene, le quali, se peccano, errano il piú de le volte per esser troppo amorevoli e credule a le false lusinghe degli uomini che ogni dí, anzi ogni ora, dicasi pure il vero, cercano d’ingannarne qualcuna, parendo a molti di trionfare e d’aver cacciato il Turco d’Europa quando una semplice donna hanno beffata. Ora, non essendo donna nessuna presente ai nostri ragionamenti che la ragione del lor sesso diffendesse, e tutti noi essendo naturalmente inclinati a dar loro a dosso, non ritrovando altro, volemmo pur gettare la colpa dei loro errori nel lor poco cervello. Ma se il mondo si cangiasse e che le donne potessero aver una volta la bacchetta in mano e attendere agli studi cosí de l’arme come de le lettere, nei quali senza dubio molte di loro si farebbero eccellentissime, guai a noi. Io penso bene che ci renderebbero mille per uno e piú, e che ci farebbero star tutto il dí con la conocchia a lato e col naspo e l’arcolaio, e ne cacciarebbero come guattari in cucina; e saremmo forse ben pagati, poi che noi molte volte fuor di ragione e oltre ogni convenevolezza facciamo loro tanti torti e le trattiamo molto domesticamente. Ma io non vo’ dar contra gli uomini e far come i cacatocci di Milano, che danno contra gli amici per parer savii, ché dicendo male de gli uomini direi mal di me stesso. Non voglio ancora armarmi di quella volgatissima autoritá: «Amico Socrate, amico mi è Platone, ma piú assai amica mi è la veritá». Medesimamente io non vo’ dir male de le donne né biasimarle, essendo io d’una donna nato e amandole come faccio e cercandole sempre d’onorare e riverire in ogni cosa che per me si puote, come molte di loro infinitamente meritano; ma ben piú l’una che l’altra, de le quali io non vo’ per ora far il catalogo, ché a questo mosso non mi sono a scrivervi questa mia. Ben vi vo’ far partecipe d’una novella che occorse questa quadragesima passata, secondo che questi dí il nostro dotto messer Stefano Dolcino narrò, essendo egli stato a cena con la gentilissima signora Cecilia Gallerana contessa Bergamina. E nel discorso di questa novella potrete comprendere che non ostante tutti i rispetti i quali ne la nostra disputa si raccontarono, che quegli uomini che gettata la ragione dopo le spalle lasciano il freno a l’appetito, e le donne che disprezzato il prezzo de l’onestá, de la quale né piú bella né piú cara cosa deveriano avere, si lasciano governar a l’amorose voglie, che il piú de le volte a mal fine si conducono. Vedrete anco di quanto male sia cagione l’ingorda e scelerata vita d’alcuni religiosi. Questa novella adunque a voi dono, a ciò che ne le mani dei lettori vada sotto il vostro nome. Vi piacerá poi mostrarla al nostro umanissimo messer Dionisio Elio, il quale sorto certissimo che subito entrará in còlera grandissima contra il ribaldo frate, e in vero averá ragione non picciola. State sano.