Novelle (Bandello)/Prima parte/Novella LVII

Prima parte
Novella LVII

../Novella LVI ../Novella LVIII IncludiIntestazione 30 luglio 2010 75% novelle

Prima parte - Novella LVI Prima parte - Novella LVIII

Una cortesia usata da Mansor re e pontefice maomettano di Marocco


ad un povero pescatore suo soggetto.


Non accade, signori miei, usar meco queste preghiere con tanta cortesia ed umanitá a ciò che io alcuna cosa notabile di quelle che in Affrica ho vedute vi narri, oltra quelle che giá da me udite avete, ché cose pur assai d’essi affricani e dei costumi loro e de la varietá de le lor religioni v’ho dette. Essendo adunque io prontissimo di farvi cosa grata, vi dico che quando io era fanciullo, non passando ancora quindeci anni, mi partii da Genova mia nobile e famosa patria ed in compagnia di messer Niccolò Cattanio gran mercadante navigai in Barbaria, e seco arrivai nel regno e cittá d’Orano posta sul mare Mediterraneo, ove praticano assai i nostri genovesi e v’è una contrada nomata da tutti la «loggia dei genovesi». Era il Cattanio in grandissimo credito in quella cittá e molto accetto al re di quella, ed aveva molti privilegii ed immunitá ottenute da lui, il perché mercadantava e maneggiava gli affari suoi con grandissimi avantaggi. Quivi io molti anni dimorai ed appresi benissimo la lingua loro e medesimamente i lor costumi, onde insieme con alcuni mercadanti oranesi, uomini affabili ed umani, essendo a quelli per mezzo del Cattanio raccomandato dal re, mi disposi andar negoziando per l’altre provincie de l’Affrica. E passai per diversi paesi e vidi molte grandi cittadi assai popolose e civili, in molte de le quali ci sono collegii per scolari ove sono i lor lettori di varie scienze che dal commune sono salariati. Ci sono ancora diversi spedali dove i poveri che vanno mendicando sono con una gran caritá ricevuti e provisti del vivere, estimando essi acquistar grazia infinita appo Dio de le elemosine che fanno. Io veramente assai fiate ho ritrovato piú caritá e cortesia in molti di loro che talora non ho fatto tra i nostri cristiani. Fui in una gran cittá, edificata, per quanto mi dissero alcuni cittadini di quella, al tempo del re Mansor che anco era pontefice di Marocco. Essi mi mostrarono una lor cronica, perché son molto diligenti in scrivere e tener memoria di tutte le cose che a la giornata accadeno, ed usano i caratteri arabici dei quali io assai ho notizia, perché nel principio che fui in Affrica mi diedi agli studii di quella lingua. Narrano adunque le croniche loro che il re Mansor si dilettava molto de la caccia; onde essendo un giorno fuor per quelle contrade, levossi un oscuro e turbulentissimo temporale con una guazzosa pioggia e soffiamenti d’impetuosi e fierissimi venti, di tal maniera che cercando i cortegiani di salvarsi al coperto, il re Mansor si smarrí e perse la compagnia, ed errando in qua e in lá né sapendo ove s’andasse, fu sovragiunto da una oscura e tempestosa notte, convenendogli in tutto alloggiare a la campagna. Del che molto si trovò di mala voglia, tanto piú che non ardiva muover il cavallo, perché dubitava per l’oscuritá de la notte non s’affogare in alcuna di quelle paludi che colá d’intorno stagnavano. Il perché afermatosi ed aguzzando gli occhi e stendendo gli orecchi per spiare se vedeva o sentiva persona, vide assai vicino un lume che da una finestrella dava splendore; onde pensando, come era, che vi fosse alcuna abitazione, diede una gran voce chiamando chi colá dentro fosse. Abitava in quella povera casa un pescatore, il cui costume era, giá lungo tempo, in quei paduli pescar anguille de le quali erano quell’acque abondevoli. Egli udita la voce del chiamante re, ancor che nol conoscesse ma stimasse esser alcun viandante che per quei luoghi smarrito si fosse, incontinente uscí di casa e disse: – Chi chiama? – Il re accostatosi lo domandò dicendo: – Buon uomo, mi saperesti tu insegnar la via che mi conducesse ove il nostro re dimora? – L’alloggiamento del re, – rispose il pescatore, – è lontano di qui diece buone miglia. – Adunque ti piaccia, – soggiunse il re, – farmi la guida fin lá, ché io ti pagherò molto cortesemente de la tua fatica e te ne resterò con obligo. – Se vi fosse il re Mansor in persona, – disse il buon pescatore, – e mi richiedesse di questo, io non presumerei condurlo a quest’ora a salvamento a la sua stanza, temendo tuttavia che egli in queste paludi non pericolasse. – Udendo ciò il re disse: – E che! appartiene a te prenderti cura de la vita del nostro re? che hai tu a far seco? – Oh, – rispose il buon uomo, – il re da me amato è vie piú che io non amo me stesso. – Seguitò alora il re: – Adunque t’ha egli fatto alcun grandissimo beneficio poi che tanto l’ami? Ma io ti veggio cosí poveramente in arnese e sí ma alloggiato che non so ciò che me ne dica. – Alora gli replicò il pescatore: – Ditemi, gentiluomo, di grazia: qual piú ricco bene e maggior beneficio posso io ricever dal mio re in questo mio povero stato, che il bene ed utile de la giustizia e de la gran bontá ed amorevolezza che egli usa nel governo di questi suoi popoli, e la unione e pace in che gli conserva, e tutti ci diffende da le incursioni degli arabi e da altri che cercassero molestarne e farci danno? Sotto l’ombra e protezione del nostro re, io povero pescatore insieme con mia moglie e mia povera famigliuola mi godo la mia povertá in pace, e attendendo senza paura a la pescagione de l’anguille, e le porto a le propinque ville a vendere e del guadagno me e i miei mantengo; e di notte e di giorno esco de la mia capanna e vi ritorno quando me ne vien voglia, né fra queste valli e luoghi selvaggi ci è mai stato chi m’abbia offeso; il che riconosco io dal mio re e ogni dí prego Iddio e il suo gran profeta Maomá che conservino esso re. Ma voi, gentiluomo, che tutto sète molle da la passata pioggia, venite, se egli vi piace, a pigliar alloggiamento in questo mio albergo per questa notte, e domatina io vi guiderò ove il re dimora o dove piú v’aggradirá d’andare. – Accettò Mansor molto volentieri l’invito, e smontato da cavallo entrò in casa. Fu il cavallo provisto d’orzo e fieno in una capanetta ove il buon pescator teneva un suo asinello. Il re, acceso buon fuoco, attese ad asciugarsi, e la moglie del pescatore acconciò per cena de l’anguille le quali pose innanzi al re. Egli svogliato e non gli piacendo pesce, domandò se ci era carne. Il pescatore disse che aveva una capra che lattava un capretto e che stimava gran ventura di darlo per ésca a tal gentiluomo quale egli gli pareva. E cosí l’ammazzò e ne fece cucinar quelle parti che il re volle, il quale dopo cena si corcò e prese riposo fino al levar del sole. Venuta l’ora, il re montò a cavallo e con la guida del cortese oste si mise in viaggio. Né ancora erano fuor dei paduli che trovarono molti de la corte che andavano cercando il re per quei luoghi, gridando e chiamandolo. Tutti, come il videro, si rallegrarono meravigliosamente. Il re alora rivolto al pescatore gli disse che era Mansor e che in breve gli farebbe conoscere che la di lui cortesia non gli saria uscita di mente. Aveva di giá il re in quelle campagne fatto edificar alcuni palazzi per la comoditá de la caccia, e v’erano anco alcun’altre abitazioni fatte fare da’ suoi cortegiani. Onde deliberato il re di rimeritare il pescatore de la sua cena e de l’albergo, fece in poco di tempo asciugar quei paduli e cinger di mura le case e i palagi di giá edificati, dando loro il circuito d’una gran cittá, e diede di molte immunitá a chi v’andava ad abitare; di modo che in breve la cittá divenne popolosa e di bellissimi edificii piena, e volle il re che si chiamasse Cesar Elcabir, cioè «il gran palazzo». Ridotta dunque la cittá in buonissimo essere, di quella ne fece cortese dono al povero pescatore e a’ suoi figliuoli e successori, i quali per lunga successione l’hanno posseduta, accrescendo sempre la bellezza e bontá del luogo. Quando io ci era, la vidi tutta piena d’artegiani e di mercadanti. Aveva molte belle moschee ed un collegio di scolari ed uno spedale. Vi sono molte cisterne, non si possendo cavar buoni pozzi. Gli abitatori di quella sono uomini buoni e liberali e piú tosto semplici che altrimenti, e vestono bene ed usano assai tele bambagine. Fuor de la cittá sono molti giardini con bonissimi frutti, ed ogni lunedí si fa ne la campagna un grossissimo mercato da le terre circonvicine. È lontana da Azella, che noi chiamiamo Arzilla, che ora è in mano dei portogallesi, non piú che diciotto miglia. Cosí adunque si conosce che a tutti si deve usar cortesia ancor che non si conoscano, perché si fa ufficio d’uomo da bene e a la fine le cortesie sono rimeritate, come nel nostro povero pescatore s’è veduto.


Il Bandello a la molto illustre e vertuosa eroina


la signora Ginevra Rangona e Gonzaga


Esser sempre stata la vertú in ogni secolo ed appo tutte le genti d’ogni parte del mondo in grandissima stima, e i vertuosi uomini cosí ne la dottrina de le lingue come de la filosofia e in ogni altra arte eccellenti esser stati da’ grandissimi prencipi e da le bene institute republiche sempre onorati, tenuti cari, essaltati e largamente premiati, tanto per le memorie che se n’hanno e per quello che tutto il dí si vede è chiaro che di prova alcuna non ha bisogno. Erano in Milano al tempo di Lodovico Sforza Vesconte duca di Milano alcuni gentiluomini nel monastero de le Grazie dei frati di san Domenico, e nel refettorio cheti se ne stavano a contemplar il miracoloso e famosissimo cenacolo di Cristo con i suoi discepoli che alora l’eccellente pittore Leonardo Vinci fiorentino dipingeva; il quale aveva molto caro che ciascuno veggendo le sue pitture, liberamente dicesse sovra quelle il suo parere. Soleva anco spesso, ed io piú volte l’ho veduto e considerato, andar la matina a buon’ora e montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dí che non v’averebbe messa mano, e tuttavia dimorava talora una e due ore del giorno, e solamente contemplava, considerava, ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L’ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie, ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di subito partirsi e andar altrove. Era in quei dí alloggiato ne le Grazie il cardinal Gurcense il vecchio, il quale si abbatté ad entrar in refettorio per veder il detto cenacolo, in quel tempo che i sovradetti gentiluomini v’erano adunati. Come Lionardo vide il cardinale, se ne venne giú a fargli riverenza, e fu da quello graziosamente raccolto e grandemente festeggiato. Si ragionò quivi di molte cose ed in particolare de l’eccellenza de la pittura, desiderando alcuni che si potessero veder di quelle pitture antiche che tanto dai buoni scrittori sono celebrate, per poter far giudicio se i pittori del tempo nostro si ponno agli antichi agguagliare. Domandò il cardinale che salario dal duca il pittore avesse. Li fu da Lionardo risposto che d’ordinario aveva di pensione duo mila ducati, senza i doni ed i presenti che tutto il dí liberalissimamente il duca gli faceva. Parve gran cosa questa al cardinale, e partito dal cenacolo a le sue camere se ne ritornò. Lionardo alora a quei gentiluomini che quivi erano, per dimostrare che gli eccellenti pittori sempre furono onorati, narrò una bella istorietta a cotal proposito. Io che era presente al suo ragionamento, quella annotai ne la mente mia, ed avendola sempre tenuta ne la memoria, quando mi posi a scriver le novelle, quella anco scrissi. Ora facendo la scelta d’esse mie novelle ed essendomi venuta questa a le mani, ho voluto che sotto il vostro valoroso nome sia veduta e letta. Il perchè quella vi dono e al vostro nome dedico e consacro in testimonio de la mia servitú verso voi e de le molte cortesie vostre a me, la vostra mercé, usate. State sana.