Meditazioni sulla economia politica/XXX

Principj per regolare il Tributo

../XXIX ../XXXI IncludiIntestazione 16 gennaio 2008 75% Saggi

XXIX XXXI


Una nazione decaderà per colpa del tributo in due casi. Primo caso, quando la quantità del tributo eccederà le forze della nazione, e non sarà proporzionata alla ricchezza universale. Secondo caso, quando una quantità di tributo, la quale nella sua totalità è proporzionata alle forze, sia viziosamente distribuita. Nel primo caso il rimedio è solo, e semplice, cioè proporzionare il peso alla robustezza della nazione. Il secondo caso è assai variabile, e inviluppato. Cerchiamo di mettere a luogo le idee, e comprendere in capi tutti i casi particolari.

Il tributo è viziosamente ripartito quando immediatamente piomba sopra una classe di Cittadini dei più deboli dello Stato, ovvero quando nella percezione vi sia abuso, ovvero quando impedisca la circolazione, la esportazione, lo sviluppamento dell’industria, in una parola quando renda difficili quelle azioni per le quali s’accresce la riproduzione annua.

Ogni tributo naturalmente tende a livellarsi uniformemente su tutti gl’individui d’uno Stato a proporzione delle consumazioni di ciascuno. Se il tributo sarà nelle terre, suppongasi che venga pagato in derrate le quali si distribuiscano alla classe direttrice di cui poco fa ho detto. Egli è vero che tutti gl’individui di quella classe cessano allora d’esserne compratori, e il terriere vedrà diminuito il numero de’ compratori delle sue derrate, onde dovrebbe venderle, tutto il resto uguale, a un minor prezzo, e così non si compenserebbe del tributo sul restante de’ compratori. Ma dico che non restera tutto il resto uguale, e il numero de’ venditori si diminuirà: perchè imponendosi un nuovo tributo sopra i terrieri, e cadendo un nuovo interesse immediatamente, e accrescendosi sopra della loro classe tutto in un tempo un nuovo bisogno d’avere più merce universale, ne accaderà, che al bel principio i più facoltosi si asterranno dal fare le vendite aspettando prezzi più alti, e i pochi venditori che resteranno in attività ristretti a minor numero, otterranno che il prezzo si rialzi, e fattasi questa livellazione al primo imporsi del tributo, naturalmente seguiterà fin tanto che il tributo continui, tutto il resto uguale, a distribuirsi in quella forma. Suppongasi che il tributo si paghi in denaro, come realmente si fa, allora la classe direttrice formerà una nuova schiera di compratori, i quali quanto più mezzi hanno per consumare e più consumano, siccome si è veduto, onde naturalmente cooperano col terriere medesimo a rendere più cari i prezzi delle derrate, e così il proprietario delle Terre procurerà di risarcirsi sopra ciascun consumatore del tributo che avrà anticipato. Se il tributo sarà sulle merci, e sulle manifatture, i mercanti e gli artigiani cercheranno di risarcirsene, vendendone a più caro prezzo le loro manifatture, e così ripartire su i loro consumatori proporzionatamente il tributo. Se il tributo verrà imposto immediatamente sul minuto popolo che niente possede, e che locando unicamente se stesso, vive d’un giornaliero salario, il minuto popolo necessariamente esigerà salario maggiore, e così il tributo ha sempre una forza espansiva per cui tende a livellarsi sulla sfera più vasta che si può. Riguardato da questo canto solo parrebbe indifferente ch’ei cadesse più su di una classe di uomini che su di un’altra.

Ho detto: che il tributo si distribuisce, e si conguaglia naturalmente sulle consumazioni di ciascuno. Per rendere quest’idea, più chiara immaginiamoci un forastiero domiciliato da noi, il quale abbia tre mila scudi d’entrata che gli vengono dalle terre che possede nella sua patria. Suppongasi ch’egli spenda ogni anno per il proprio mantenimento tutta l’entrata. Egli deve pagare sopra le consumazioni che fa, sì immediatamente per la sua persona, quanto mediatamente per le persone de’ suoi domestici, il tributo del nostro paese; e se i tributi da noi ascendessero al diecisette per cento del valor capitale, dico che il forastiere avrebbe contribuito cinquecento scudi delle sue terre nel carico nostro nazionale. Quando i tributi sono imposti sull’ingresso delle merci in città sulla vendita de’ generi di prima consumazione, sulle case, sulle arti e mestieri, come lo sono attualmente quasi dappertutto, ella è cosa assai ovvia d’intendere, come il forastiere a misura della sua consumazione forza è che contribuisca. Ma se il tributo presso di noi fosse interamente collocato sulla sola parte dominicale delle terre, allora è più lunga la strada del conguaglio sulle consumazioni; pure egli pagherebbe le derrate di suo consumo più care di quello che le comprerebbe se non vi fosse tributo, e tutte le opere e servizj che dovrà pagare saranno proporzionatamente più cari quanto sarà maggiore il peso della terra da cui ricevono alimento i cittadini de’ quali ha impiegato l’opera. Quindi io credo che se un terriere possessore di vasti fondi consumerà pochissimo, sarà realmente piccolissima la porzion del tributo che avrà pagata; e così il forastiere che soggiorna da noi, pochissimo contribuisce alla sua nazione. Ciò anche più chiaramente si conosce riflettendo che il tributo imposto sulle terre e stabilmente e uniformemente conservato è piuttosto una diminuzione istantanea del valore delle terre accaduta nel momento in cui venne stabilito anzi che una annua diminuzione del frutto del padrone; poichè per i contratti passando i fondi di terra dopo imposto il carico a un possessore nuovo egli ne ha fatto l’acquisto impiegando il suo denaro a un determinato frutto annuo e sottraendo dal fondo l’importanza del tributo. Da ciò è nata la legge di alcuni Stati che vieta ai proprietarj delle terre di soggiornare in estero paese; legge diretta, la quale se da una parte impedisce l’uscita del denaro, e la diminuzione del numero de’ contribuenti, dall’altra però non invita l’estere famiglie a stabilirsi nello Stato, a comperarvi dei fondi, e a portarvi le ricchezze, e l’industria loro.

Per disssipare sempre più le nebbie su di questa materia si rifletta che colui che non possede cosa alcuna non può pagare verun tributo se non carpendolo dalle mani di chi possede. Un possessore sia egli o di terre, o di capitali, o d’altri fondi, s’egli mantiene degli artigiani pagherà necessariamente il tributo imposto ad essi, poichè se egli consuma il tempo e l’opera loro debbe cedere ad essi di che si alimentino, e paghino il loro debito all’erario. Lo stesso dico de’ Salariati che il possessore stipendia de’ quali pagherà il tributo sicuramente: così dico delle mercanzie tutte che il possessore consumerà, per le quali egli pagherà necessariamente al mercante il prezzo primitivo più il trasporto, più l’alimento di esso mercante, più il tributo che il mercante anticipò. A misura dunque che farà di consumazioni, maggior parte pagherà di tributo ogni possessore; e a misura che ciascuno più è aggravato di tributo cercherà di più risarcirsene nelle vendite, ed ecco come il tributo tende a conguagliarsi sulle consumazioni. Riflettasi che un terriere che abbia comprati i suoi fondi sulla rendita depurata del 3 1/2 per cento ricaverà dalla terra il frutto intero del suo capitale, e come possessore non pagherà tributo in quella guisa che acquistandosi un podere soggetto a servitù non si cede niente del proprio lasciando l’uso di essa a chi ne ha il diritto, così accadde pagando il tributo anticamente imposto sulle terre. L’idea che il sovrano sia comproprietario delle terre non mi pare vera, e se lo fosse lo sarebbe ugualmente dei magazzini delle merci. Perciò ogni uomo pagherà, il tributo in qualità di consumatore perchè di tanto pagherà di più le consumazioni quanto è il tributo, onde acquisterà tante merci particolari di meno da consumare spendendo una determinata quantità di denaro quanto è l’incarimento cagionato dal tributo, e queste merci di meno che acquisterà saranno la porzione della proprietà deposta nell’erario pubblico. Chi più consuma più contribuisce al tributo, e il tributo siccome dissi si diffonde e conguaglia sulle consumazioni.

Sembra dunque a primo aspetto, poichè il tributo tende a conguagliarsi sulle consumazioni, che arbitrario sia lo scegliere anzi una classe che l’altra del popolo: ma ciò non è; poichè questo conguaglio, e questa suddivisione del tributo è sempre uno stato di guerra fra ceto, e ceto d’uomini. Quando il possessore, e il Cittadino che ha fondi debbono anticipare il tributo, la suddivisione sul minuto popolo si fa sollecitamente e con poco ostacolo, perchè egli è il potente che richiede ragione dal debole; ma quando il tributo immediatamente cada di primo slancio sulla classe del debole, la suddivisione si farà, ma con quella lentezza" e con quegli ostacoli che debbon nascere quando il debole, e povero cerca ragione dal ricco e potente. Questi intervalli fra l’impulso e la quiete sono le crisi più importanti negli Stati; e sono ben da osservarsi in ogni cambiamento di tributo.

Il tempo che trascorre fra la imposizione del tributo e il conguaglio, è un tempo di guerra, e di rivoluzione. Quel che dico del tributo dicasi delle mutazioni nel valor numerario delle monete. In questo intervallo di tempo fra l’impulso dato dal legislatore e l’equilibrio, quel ceto d’uomini anticipatamente caricato del tributo soffre un peso maggiore delle ordinarie sue forze; quanto più sarà debole e povera la classe a preferenza caricata, tanto più sarà da temere lo scoraggimento dell’industria, o l’evasione degli abitanti. Il primo canone dunque per dirigere il tributo sarà: non piombar mai immediatamente sulla classe de’ poveri.

Si è pensato che ogni tributo termini finalmente in una capitazione, e fu questo principio si è immaginato che la forma più semplice sia tassare egualmente ogni abitante. Il ragionamento che si fa si è questo. Ogni uomo a misura che è facoltoso gode delle manifatture e dei servigj di un maggior numero di poveri Cittadini, ai quali forza è che paghi non solamente il vitto corrispondente al tempo che impiegarono per lui, ma altresì il tributo proporzionato a questo tempo medesimo che da essi si è dovuto pagare. In conseguenza di ciò la capitazione si conguaglia da se medesima, e al termine di ogni anno avrà pagato maggior tributo ogni uomo in ragione degli agj maggiori che ha goduto, e il popolo che non possede sarà stato intieramente indennizzato. Ma questo discorso ha contro di se il tempo del conguaglio, cioè lo spazio in cui debbe il povero far la guerra al ricco. Aggiungasi a tutto ciò la ostilità che seco porta un simile tributo, e la odiosa servitù a cui degrada l’uomo; poichè quando il tributo abbia per base o i fondi stabili, o le merci di un cittadino, il tributo è un’azione che cade sulla cosa, e non sulla persona; laonde la pena di non aver pagato il tributo sarà la perdita, tutto al più, del fondo o della merce: Ma quando il tributo cade sulla persona, l’uomo medesimo, la sua libertà, la sua esistenza personale vengono ipotecate per il tributo, e la povertà e l’impotenza vengono offese e oppresse da quelle leggi medesime che dovrebbero pure esser fatte per sollevarle e difenderle. Ogni angolo più riposto dello Stato, ogni povera capanna debb’essere visitata dai perlustratori; se la famiglia d’un povero contadino non ha la moneta del censo, l’insensibile esattore la ridurrà all’esterminio; si vedranno i gabellieri a forza strappare le marre, i vomeri, e una semplice virtuosa e povera famiglia resterà in totale rovina. Questa immagine deve realizzarsi dovunque vi sia un tributo diviso per capitazione. Dovunque paghi l’uomo, e non il possessore, ivi è violata radicalmente la libertà civile. Le idee morali della nazione saranno in pericolo, perchè continui esempj della forza pubblica esercitata sopra gl’innocenti le distruggeranno. L’industria viene corrosa nella sua radice, e la nazione non riceverà mai spinta ad accrescere l’annua riproduzione, perchè fischia il flagello delle leggi terribilmente sul capo degli uomini riproduttori avviliti e scoraggiti. A questi mali un altro se ne aggiugne, cioè la spesa della percezione di questo tributo, per esigere il quale, sotto questa forma, conviene mantenere de’ subalterni in tanto numero da stendersi e visitare ogni anno ogni più riposta abitazione dello Stato.

Le spese della percezione del tributo sono di un mero aggravio allo Stato per due ragioni. Una ragione si è perchè data la somma del tributo corrispondente ai bisogni dello Stato, dal medesimo forza è che si paghi in oltre il dippiù che costano i gabellieri. L’altra si è perchè quanto più s’accrescono i gabellieri di ogni genere, tanto si aumenta nello Stato una classe d’uomini, i quali non essendo nè riproduttori, nè mediatori, ma semplici consumatori, e consumatori che non possedon fondi, che non difendono lo Stato, sono perciò uomini puramente a carico. Il loro officio naturalmente odioso, la loro abitudine di soffocare i principj di compassione, le insidie che talvolta tessono per profittare di un vero o supposto contrabbando, rendono per lo più questa classe di uomini da restringersi quanto è possibile. Il secondo canone adunque che debbe dirigere il tributo si è: sceglier quella forma che importi le minori spese possibili nella percezione.

Il tributo ferisce immediatamente la classe del più minuto popolo non solamente in ogni capitazione palese e manifesta, ma altresì in ogni capitazione tacita e occulta. Tale si è ogni tributo imposto fu i generi di prima necessità, e molto più se qualche privativa se ne appropriasse il Principe per venderli solo al popolo. In questi generi di prima necessità consumandone presso a poco egual porzione tanto il facoltoso, quanto il povero, egli è manifesto che quanto ai suoi effetti un simil tributo si riduce a capitazione.

Quella capitazione, tacita però, sebbene porti con se il contrasto fra il debole e il forte nel di lei conguaglio, non è nella esecuzione tanto odiosa e ostile, quanto la vera capitazione, essendovi Tempre una sorta di spontaneità nel contribuente, ed essendo garanti verso l’erario non la nuda esistenza dell’uomo, ma gl’indispensabili bisogni di lui.

Cade il tributo sulla classe de’ Cittadini più deboli immediatamente quando venga particolarmente imposto sulle vendite più minute -. In alcuni paesi è libero il contrattare in grosse partite di alcune merci di uso pubblico, e non lo è il venderne in ritaglio per i giornalieri bisogni del più minuto popolo senza pagare un separato tributo. Da ciò ne nasce che i più poveri e bisognosi mancando sempre di un capitale per provvedersi ad un tratto della consumazione di qualche settimana, debbono colle piccole compre di ogni giorno pagare talvolta la merce perfino il doppio di quello che la pagano i più facoltosi. Ognuno facilmente sentirà quanto poco sia umana e giusta una sì fatta maniera di distribuire il carico, e che tutti questi pesi, di primo slancio imposti a quella parte di uomini che non possede, tendono a scoraggiare l’industria, e desolare la parte più operosa della nazione, e conseguentemente essere tributi, che sarà sempre possibile ripartire altrimenti con utile della nazione.

Ho detto di sopra che il secondo vizio nella ripartizione del tributo si è quando nella percezione di esso vi sia abuso. Sarà un abuso nella percezione del tributo se nella classe degli uomini desitnati alla finanza vi sarà o eccesso nel numero, o eccesso ne’ salarj; poichè, come si disse, questo peso ricaderà sulla nazione. Il problema che deve sciogliersi tutte le volte che si tratta di tributo si è sempre questo. Come si possa fare che fra la somma totale pagata dal popolo, e la somma totale entrata nell’erario vi sia la minore differenza possibile; lasciando alla nazione tutta la possibile libertà.

Sarà un abuso nella percezione del tributo, e abuso massimo, quando vi sia luogo ad arbitrio, e che i finanzieri possano esentar gli uni, aggravare gli altri a loro talento, e che il debole lontano, sia nella alternativa o di sofrrire con pazienza una forza ingiustamente adoperata contro di lui, ovvero intentare una lite contro un potente incaricato della riscossione dei tributi, che ha un facile accesso ai tribunali. Tutte le volte che nella società possa più l’uomo che la legge, non si speri mai industria. Questa non regna se non vi è sparsa generalmente sulla faccia della nazione la sicurezza della persona, e dei beni: nè si vedrà mai l’industria dar vita ad un popolo se non sia fiancheggiata dalla libertà civile, per cui dalla sacra autorità delle leggi tanta protezione riceva ogni membro della società, che nessuno possa mai impunemente usurpargli del suo. Il terzo canone adunque del tributo si è: ch’egli abbia per norma leggi chiare, precise, inviolabili da osservarsi imparzialmente verso di qualunque contribuente.

Il terzo vizio nella ripartizione del tributo si è quando direttamente si opponga alla circolazione, ovvero all’accrescimento dell’annua esportazione, e in una parola quando si opponga di fronte a quella azione che è utile a promovere nello Stato per accrescere l’annua riproduzione. Ogni tributo che sia imposto sul trasporto delle merci da luogo a luogo nello Stato fa l’effetto medesimo, come si è di sopra accennato, come se si allontanasse fisicamente un luogo dall’altro: conseguentemente tende a diminuire i contratti e la circolazione. Ogni tributo imposto sul passaggio delle strade, e sul trasporto delle merci, come i pedaggi, i carichi sulle vetture, su i carri ec. è del genere medesimo, e fa il medesimo effetto di diradare la nazione, e rendere le parti di essa più isolate, e meno comunicanti. Questi mali, come ognun vede, risguardano la circolazione, ossia i contratti interni dello Stato. Giova allontanare talora un compratore estero; talora un estero venditore, e quest’effetto lo fanno i tributi sulle merci, di che si dirà al paragrafo XXXIV; ma non giova mai anzi nuoce, l’allontanare l’uomo dall’uomo, il villaggio dal villaggio, il compratore interno dal venditore interno, di che si trattò antecedentemente.

Impedirà la circolazione interna parimente ogni tributo che sia imposto su i contratti; poichè sebbene immediatamente non impedisca il trasporto, rallenta però la rapida comunicazione dei Cittadini, diminuisce il numero dei contratti, scema la circolazione, conseguentemente tende a impicciolire l’annua riproduzione. Quarto canone adunque sarà; non collocare mai il tributo in modo che direttamente accresca le spese del trasporto da luogo a luogo nello Stato, o s’interponga mai fra il venditore e il compratore nell’interno dello Stato.

Se vorrà imporvisi tributo all’ingresso nello Stato delle materie prime, sulle quali si esercita l’industria nazionale, ovvero sugli stromenti che si adoperano dall’industria per le manifatture, l’annua riproduzione delle manifatture scemerà, come ognun vede: parimente se s’imponga tributo nell’uscita dallo Stato sulle manifatture nazionali, vi sarà da temere che esse nella concorrenza vengano posposte presso degli esteri per il prezzo troppo caro, ammeno che l’eccellenza delle manifatture non sia giunta a segno da non aver concorrenti.

Se a misura che le terre vengono dall’industria accresciute di valore, a misura che l’agricoltura si stende su’ terreni in prima derelitti, a misura che un’artigiano accresce il numero de’ telaj, in una parola se a misura che l’uomo cerca di migliorar la sua sorte coll’attività dell’industria, gli caderà proporzionatamente sul capo un sopraccarico di tassa sul tributo, questo tributo sarà diametralmente opposto ai progressi dell’industria, e tenderà direttamente a impedire l’avanzamento dell’annua riproduzione. Quinto canone adunque: non si debbe far mai che il tributo segua immediatamente l’accrescimento dell’industria.

Non fa d’uopo ch’io ricordi come tutt’i tributi imposti sulle nozze sono dannosi, perchè sono un ostacolo diretto contro la popolazione.

Si osservi inoltre che se il tributo si pagherà una o due volte l’anno, e o non si divida o si divida in poche parti, ne accaderà che avvicinandosi il tempo di pagarlo si sottrarrà dalla circolazione tutta ad un tratto una massa importante di denaro, anzi dovrà cominciarsi qualche tempo anticipatamente a radunarla, e così con un moto forzato uscirà dalla carriera dei contratti una quantità sensibile di merce universale, e si rallenterà l’attività del commercio. Per lo che in quanto maggior numero di pagamenti più piccoli si potrà dividere il tributo, tanto più si conserverà uniforme il moto della circolazione.