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Lettere (Seneca)/Lettera VI

Lettera VI

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Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Lettera VI
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LETTERA VI

Jam tibi iste persuasit etc. Ep. XLVII.



Già cotesto amico tuo t’ha persuaso, ch’egli è un uomo da bene: ma avverti che un uomo da bene così presto non solo non si può fare, ma nè anco comprendere. Sai tu di qual uomo da bene ora io ti parli? Di quello, che vien compreso sotto questa seconda nota. Perocchè quell’altro forse, non altrimenti che una fenice, nasce ogni cinquecento anni una volta; nè ci dovrà maravigliare, che da così lungo intervallo si generino sì gran cose. Le mediocri e che volgarmente nascono, spesso son da Fortuna prodotte; ma le grandi sono con la rarità istessa commendate. Ora costui è ancor molto lontano da quello, di chi egli fa professione: e se sapesse quel ch’è esser uomo da bene, non si persuaderebbe d’esserlo ancora, e forse anco si despererebbe di poterlo mai essere. Oh gli dispiacciono i tristi. Il medesimo avvien nei tristi istessi, i quali non han pena maggiore della scelleratezza loro, che il dispiacere a se medesimo, et ai suoi pari. Oh ha in odio quelli, che per subita grandezza s’insolentiscono. Il medesimo egli farebbe, quando avesse il medesimo potere. I vizj di molti sono ascosti, perchè non han più forze che tanto, i quali però non avrebbono meno ardire, se rispondessero loro le forze, che abbiano quelli che sono scoperti dalla [p. 38 modifica]felicità. A quelli mancano i mezzi e gl’instrumenti di manifestar la lor malignità. Così anco sicuramente si maneggia un pestifero serpe, mentre egli è agghiacciato dal freddo: non è ch’egli sia privo di veleno, ma è di sorte abbattuto, che non ha forza. La crudeltà, l’ambizione, e la lussuria di molti non può al par de’ più tristi aver ardire, perchè non ha il favor della fortuna: ma se tu darai loro poter quanto vogliono, conoscerai apertamente che saranno di quel medesimo volere. Sovvienti, che dicendomi tu di poter disponere di non so chi, io ti risposi che quel tale era volubile e leggiero, e che tu non lo tenessi per li piedi, ma per le penne. Ma io mentei, perocchè era solo attaccato per la piuma, la quale, fuggendosi, ha rimessa. Tu sai quanto spasso egli poi t’abbia dato, e quante cose abbia tentato, che sarebbono poi cadute sopra di lui. Non vedeva che per por altri in pericoli, egli rovinava se stesso: non pensava di che peso fussero le cose, che dimandava, ancorchè non fussero soverchie. Dovemo dunque considerare che in quelle cose, le quali con ogni affetto cerchiamo, e con gran fatica contendiamo, o non vi è comodo alcuno, o l’incomodo avanza molto più. Molte cose son superflue, e molte non bastano. Ma non consideriamo tant’oltre, e pensiamo che ci sian date in grazia le cose, che ci costano carissimo. E di qui si può conoscere l’ignoranza nostra, che pensiamo che solo quelle cose si comprino, per le quali paghiamo danari: e dimandiamo dateci senza prezzo quelle, per le quali [p. 39 modifica]spendemo noi medesimi; le quali non compreremmo, se ci convenisse dar per averle la nostra casa, o qualche ameno e fruttifero podere, e non dimeno per possederle non guardiamo nè a fastidj, nè a pericolo, nè a perdita d’onore, di libertà, e di tempo. Tanto tenemo poco conto di noi, che non vi è cosa a ciascheduno più vile di se medesimo. Facciamo dunque in tutte le deliberazioni, e in tutte le cose nostre quel che solemo far con questi, che vendono mercanzie; e vediamo quel che noi desideriamo quanto si venda. Molte volte vi son cose di grandissimo prezzo, che s’han poi per niente. Io ti posso mostrare che molte cose, dopo averle acquistate e tenute, n’hanno tolto la libertà. Noi saremmo nostri senza dubbio, se queste cose non fussero nostre. Considera dunque tra te medesimo queste ragioni, non solo nell’accrescimento di questi beni di fortuna, ma ancora nella perdita; e risolviti che tutti siano caduchi. E poichè sono avventizj, tanto facilmente vivrai senza essi, come vivevi prima che ti fussero dati dal caso. Se lungamente gli hai posseduti, puoi dir d’avergli perduti, dopo che te ne sei saziato: se gli godi poco tempo, tu gli perdi prima che tu vi facci l’uso. Se averai minor somma di danari, averai anco minor fastidio: se sarai manco in grazia del mondo, sarai ancor manco invidiato. Considera di grazia tutte queste cose, che ci fanno impazzire, e la perdita delle quali ci causa anco fin alle lacrime; e conoscerai apertamente che non è il danno che ne tormenta, ma l’opinion del danno. Nessuno s’accorge [p. 40 modifica]ch’elle siano perite, ma lo pensa. Chi ha se medesimo, non può dir d’aver perduta cosa alcuna. Ma quanto avvien ch’altri sia patron di se stesso? Sta sano.