Lettera agli onesti di tutti i partiti/Terza parte

Terza parte

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Seconda parte Conclusione


Del resto il delicatissimo uomo, cui parve delicato tanto l’opporsi alla inchiesta sulla Banca Romana, essendone debitore clandestino e domandandole due dì appresso altro sconto, quanto lo attestare il falso ad un giudice, ha torto di affastellare contro la luce del sole smentite inutili,

bugie, quando si scopre che si mandano cinquantamila lire per un gran cordone. Dopo tutto non è gran somma; egli è abituato a ben maggiori e - fatto ragguaglio dei tempi e della età e dell’altissimo grado dell’uomo, non esorbita le proporzioni del prezzo che - semplice giovane avvocato in Palermo - sotto il governo dei Borboni chiedeva per ottenimento, non di decorazioni, ma di impieghi.

Ne fa fede un vecchio istromento notarile del dicembre 1845 da tempo giuntomi nel suo autentico originale, rogato dal notaio Francesco Marchese al quale è annesso l’allegato seguente:


Palermo, dicembre 1845

Tengo in mio potere ducati trecento, denaro del cav. Giuseppe Vassallo Paleologo che mi obbligo pagarlo al sig. avvocato D. Francesco Crispi, qualora in fra mesi quattro dalla data del presente otterrà un posto di consigliere di Intendenza in una delle provincie del regno delle due Sicilie.

Scorso tal termine senza che il real decreto o real rescritto di elezione siasi emanato, i suddetti ducati trecento saranno da me restituiti al cennato sig. cav. Vassallo. Il cennato sig. avvocato Francesco Crispi resta obbligato di giustificare che nel termine anzidetto abbia avuto luogo la elezione a consiglier di Intendenza del signor cav. Vassallo e ciò non fatto nel termine stesso, io sottoscritto potrò restituire a quest’ultimo i ducati trecento.

Visto: GIUSEPPE VASSALLO PALEOLOGO


Segue istromento notarile 26 decembre 1845 atti Marchese di Palermo confermante la obbligazione suddetta relativa al deposito fatto di onze cento da parte del sig. Giuseppe Vassallo Paleologo, per pagarle al sig. avv. Francesco Crispi ove fra quattro mesi si verificasse la condizione in detto tengo in mio potere annunziata.

L’atto è in forma esecutiva e firmato autenticamente dal notaio.


Venuto a sentore di questo documento, quel tal amico di Crispi, retour de Londres (Comandini, n.d.r), mise subito avanti le mani e telegrafò per tutta Italia ai giornali della Casa, che la mia prova dell’affare di Herz non sarebbe stata altro che questo. Ma no, ottimo reduce, io non cito quell’aneddoto antico che a solo studio di fisiologia, perché è nella giovinezza dei grandi uomini che se ne giudicano le vocazioni.

A 24 anni, a 22 anni i fratelli Bandiera e Domenico Moro nel luglio 1844 avevano la vocazione di morir per l’Italia e farsi fucilare dai soldati del Borbone nel Vallone di Rovito. A 26 anni, nel dicembre 1845 - un anno e mezzo dopo - Francesco Crispi aveva quella di procurar impieghi del Borbone per denaro.

Un contratto lecitissimo, non c’è che dire; anzi il reduce di Londra e gli altri scribi della Casa assicurano che vi furono a Napoli “numerosi avvocati, giovani specialmente, che patrocinavano affari personali presso i dicasteri centrali governativi e tali patrocinatori chiamavansi appunto avvocati ministeriali: e l’avvocato Francesco Crispi era del numero”, sicché era proprio una cosa bellissima; tanto vero che fu rogata da notaio.


Lo spionaggio ansioso, sporco, affannoso, esercitato in questi giorni dal servitorame di casa Crispi intorno a me - spinto fino al nauseante spettacolo di membri del governo postisi alle costole di intimi miei - se ha ben rivelato come sentasi di coscienza il padrone, che per non dar di sé conto, ai 15 dicembre scappava - meritava dopo tutto un castigo.


Che del resto il Crispi già ventiseienne all’epoca che i Bandiera e i Moro e tanti altri più giovani di lui per l’Italia eran già morti - non desto ancora agli entusiasmi italici, fosse perfettamente a posto suo nel delicato ufficio che esercitava allora - e che spiega tanta parte del Crispi di poi - cioè si fosse cattivate le simpatie vive e le buone grazie del Borbone - che era il requisito indispensabile per esercitarlo, questo neanche i suoi stessi biografi panegiristi lo negano. Ei se l’era cattivate colle sue prose borboniche del 1840 e 1841 nel giornale di Palermo l'Oreteo (dove eravate intanto voi pensatori e cospiratori e martiri della Giovane Italia?) in onore e gloria di Ferdinando di Borbone e della sua casa “a cui era data (sue parole) la gloria di rigenerare la Sicilia”. [...]

Né io le ricorderei qui, se non avessi le orecchie stanche alla nausea dal sentir tutti i giorni gli scribi della Casa, ad ogni legittima censura degli atti del padrone, rispondere col ritornello che egli stava facendo l’Italia, mentre i censori non erano nati.

E fu in grazia di quelle prose che Francesco Crispi, da Palermo tramutandosi al foro di Napoli, ottenne la grazia specialissima – riservata solo ai ben pensanti - della dispensa dall’esame rigorosamente prescritto per la iscrizione regolare nel foro napoletano: grazia secondo quanto fu detto allora e poi, personalmente e direttamente chiesta al re: tanto che gli stessi biografi panegiristi non lo impugnano e il povero Leone Fortis nella biografia per commissione è ridotto a confessare, che anche “data od esclusa la domanda diretta e personale è certo che la concessione fatta al Crispi dovette avere il beneplacito del re, come è fuor di dubbio che Crispi per l’esercizio della sua professione, ebbe a chiedere frequenti udienze del Borbone - il quale fu sempre con lui affabile e cortese e fece spesso ragione ai suoi reclami tanto che Crispi stesso riconosce di non avere a che lodarsi dei rapporti avuti con lui”.

Ah, gli amici! Già per certi servigi non ci son che loro. Ma quando il povero Leone Fortis scriveva quelle linee di storia, non era ancor venuto fuori il rogito notarile di Palermo del 1845 - a rivelare in qual modo Francesco Crispi metteva a profitto le “frequenti udienze del Borbone per l’esercizio della sua professione”.


E se io fossi stato presente a quella udienza in cui Francesco Crispi - ai deputati di Calabria, venuti, non è guari, a reclamare per la loro terra infelice contro il furto impudente dei soccorsi a lei dati dalla pubblica carità - rispondeva insolentendo e richiamando burbanzosamente i suoi vanti di cospiratore per la Calabria sotto i Borboni, ah, se io fossi stato presente, come lo avrei messo al posto, rifacendogliela io la sua storia vera da cospiratore!

Io, sì, gliela avrei detta quale fu la sua parte nella cospirazione calabra e messinese del 1847, dove fioccarono innumerevoli condanne feroci alla morte ed all’ergastolo e alle pene minori, ed egli non ebbe neppure torto un capello, neppure il più piccolo disturbo di una chiamata in polizia, a cui non isfuggivano anche i più lontanamente sospetti; - e la sua parte nella rivoluzione del gennaio 1848 a Palermo dove - sapendo che la insurrezione era fissata pel 12, lasciò La Masa da Napoli recarvisi solo e aspettò che La Masa e i Carini e Buscemi e Oddo e Paolo Paternostro e Jacona e Bivona e Grammonte e tutti gli altri eroi chiamassero il popolo in Fieravecchia alle armi e lo portassero alla battaglia e alla vittoria, per imbarcarsi allora da Napoli, sullo stesso piroscafo che portava il generale borbonico, recantesi a negoziare cogli insorti vittoriosi!

Io sì, se fossi stato coi deputati calabri, insolentiti nell’ora in che compivano un dovere, glie l’avrei ridotta alle proporzioni vere e modeste la sua parte in quei giorni, per la Sicilia gloriosi, che ebbero - meno male! - virtù di convertire alla nuova fede il postulante delle udienze borboniche: in quella insurrezione, di cui ebbe il coraggio di farsi, dai suoi scribi adulatori pagati, dipingere come l’anima e la mente, il capo (!)- mentre il general Filangeri, sottomettendo Palermo, non gli fece neanche l’onore di comprenderlo nei 43 gloriosi esclusi dalla piena generale amnistia!

E gli avrei ricordato i vanti non meno grottescamente bugiardi con cui della Impresa dei Mille, tentò sfrondare - nei pagati panegirici - la gloria al gran duce e appropriarsi il vanto di iniziatore, preparatore, organizzatore dell’impresa rivendicato da Garibaldi unicamente a Rosalino Pilo, a Nino Bixio, a Bertani! quale fu la sua parte vera nelle battaglie che non lo videro e di cui si fece spacciare persino il genio strategico!


Questo avrei detto io, l’umile, io l’ultimo dei fantaccini di Milazzo, al glorioso sostitutor di Garibaldi.

Ma è una storia che riserberò - documentandola - ad altro tempo, se occorrerà, perché mi accorgo che la nausea mi ha già tratto troppo lunga digressione. [...]