Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzo di Credi

Lorenzo di Credi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Baccio da Monte Lupo e Raffaello suo figliolo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzetto e Boccaccino IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Baccio da Monte Lupo e Raffaello suo figliolo Lorenzetto e Boccaccino

VITA DI LORENZO DI CREDI PITTORE FIORENTINO

Mentre che maestro Credi, orefice ne’ suoi tempi eccellente, lavorava in Fiorenza con molto buon credito e nome, Andrea Sciarpelloni acconciò con esso lui, acciò imparasse quel mestiero, Lorenzo suo figliuolo, giovanetto di bellissimo ingegno e d’ottimi costumi. E perché quanto il maestro era valente et insegnava volentieri, tanto il discepolo apprendeva con studio e prestezza qualunche cosa se gli mostrava, non passò molto tempo che Lorenzo divenne non solamente diligente e buon disegnatore, ma orefice tanto pulito e valente, che niuno giovane gli fu pari in quel tempo, e ciò con tanta lode di Credi che Lorenzo da indi in poi fu sempre chiamato, non Lorenzo Sciarpelloni, ma di Credi da ognuno. Cresciuto dunque l’animo a Lorenzo, si pose con Andrea del Verrocchio, che allora per un suo così fatto umore si era dato al dipignere; e, sotto lui, avendo per compagni e per amici, se bene erano concorrenti, Pietro Perugino e Lionardo da Vinci, attese con ogni diligenza alla pittura. E perché a Lorenzo piaceva fuor di modo la maniera di Lionardo, la seppe così bene imitare che niuno fu che nella pulitezza e nel finir l’opere con diligenza l’imitasse più di lui, come si può vedere in molti disegni fatti e di stile e di penna o d’acquerello, che sono nel nostro libro; fra i quali sono alcuni ritratti da medaglie di terra, acconci sopra con pannolino incerato e con terra liquida; con tanta diligenza imitati e con tanta pacienza finiti, che non si può a pena credere non che fare. Per queste cagioni adunque fu tanto Lorenzo dal suo maestro amato, che quando Andrea andò a Vinezia a gettare di bronzo il cavallo e la statua di Bartolomeo da Bergamo, egli lasciò a Lorenzo tutto il maneggio et amministrazione delle sue entrate e de’ negozii e parimente tutti i disegni, rilievi, statue e masserizie dell’arte. Et all’incontro amò tanto Lorenzo esso Andrea suo maestro, che oltre all’adoperarsi in Firenze con incredibile amore in tutte le cose di lui, andò anco più d’una volta a Vinezia a vederlo e rendergli conto della sua buona amministrazione; e ciò con tanta sodisfazione d’Andrea, che se Lorenzo l’avesse acconsentito egli se l’arebbe instituito erede; né di questo buono animo fu punto ingrato Lorenzo, poi che egli, morto Andrea, andò a Vinezia e condusse il corpo di lui a Firenze; et agl’eredi poi consegnò ciò che si trovava in mano d’Andrea, eccetto i disegni, pitture, sculture et altre cose dell’arte. Le prime pitture di Lorenzo furono un tondo d’una Nostra Donna, che fu mandato al re di Spagna, il disegno della qual pittura ritrasse da una d’Andrea suo maestro; et un quadro, molto meglio che l’altro, che fu similmente da Lorenzo ritratto da uno di Lionardo da Vinci e mandato anch’esso in Ispagna, ma tanto simile a quello di Lionardo, che non si conosceva l’uno dall’altro. È di mano di Lorenzo una Nostra Donna in una tavola molto ben condotta, la quale è a canto alla chiesa grande di San Iacopo di Pistoia. E parimente una che n’è nello spedale del Ceppo, che è delle migliori pitture che siano in quella città. Fece Lorenzo molti ritratti e quando era giovane fece quello di se stesso, che è oggi appresso Gianiacopo suo discepolo, pittore in Fiorenza, con molte altre cose lasciategli da Lorenzo, fra le quali sono il ritratto di Pietro Perugino e quello d’Andrea del Verrocchio suo maestro. Ritrasse anco Girolamo Benivieni, uomo dottissimo e suo molto amico. Lavorò nella Compagnia di S. Bastiano dietro la chiesa de’ Servi in Fiorenza in una tavola la Nostra Donna, S. Bastiano et altri Santi, e fece all’altare di S. Giuseppo in Santa Maria del Fiore esso Santo. Mandò a Monte Pulciano una tavola, che è nella chiesa di Santo Agostino, dentrovi un Crucifisso, la Nostra Donna e S. Giovanni, fatti con molta diligenza. Ma la migliore opera che Lorenzo facesse mai, e quella in cui pose maggiore studio e diligenza per vincere se stesso, fu quella che è in Cestello a una capella dove in una tavola è la Nostra Donna, S. Giuliano e S. Niccolò; e chi vuol conoscere che il lavorare pulito a olio è necessario a volere che l’opere si conservino, veggia questa tavola lavorata con tanta pulitezza che non si può più. Dipinse Lorenzo essendo ancor giovane, in un pilastro d’Or S. Michele, un San Bartolomeo, et alle monache di Santa Chiara in Fiorenza una tavola della Natività di Cristo, con alcuni pastori et Angeli; et in questa, oltre l’altre cose, mise gran diligenza in contrafare alcune erbe tanto bene, che paiono naturali; nel medesimo luogo fece in un quadro una S. Madalena in penitenza, et in un altro appresso la casa di Messer Ottaviano de’ Medici fece un tondo d’una Nostra Donna. In S. Friano fece una tavola, et in San Matteo dello spedale di Lelmo lavorò alcune figure; in Santa Reparata dipinse l’angelo Michele in un quadro, e nella Compagnia dello Scalzo una tavola fatta con molta diligenza; et oltre a queste opere, fece molti quadri di Madonne e d’altre pitture, che sono per Fiorenza nelle case de’ cittadini. Avendo dunque Lorenzo, mediante queste fatiche, messo insieme alcune somme di danari, come quello che più tosto che arrichire disiderava quiete, si commise in S. Maria Nuova di Fiorenza, là dove visse et ebbe commoda abitazione insino alla morte. Fu Lorenzo molto parziale della setta di fra’ Girolamo da Ferrara e visse sempre come uomo onesto e di buona vita, usando amorevolmente cortesia dovunque se gliene porgeva occasione. Finalmente pervenuto al 78 anno della sua vita, si morì di vecchiezza e fu sepellito in S. Piero Maggiore l’anno 1530. Fu costui tanto finito e pulito ne’ suoi lavori, che ogni altra pittura a comparazione delle sue parrà sempre abbozzata e mal netta. Lasciò molti discepoli e fra gl’altri Giovanni Antonio Sogliani e Tommaso di Stefano. Ma perché del Sogliano si parlerà in altro luogo, dirò quanto a Tommaso ch’egli imitò molto nella pulitezza il suo maestro e fece in Fiorenza e fuori molte opere; nella villa d’Arcetri a Marco del Nero una tavola d’una Natività di Cristo condotta molto pulitamente. Ma la principal professione di Tommaso fu col tempo di dipignere drapperie, onde lavorò i drappelloni meglio che alcun’altro. E perché Stefano, padre di Tommaso, era stato miniatore et anco aveva fatto qualche cosa d’architettura, Tommaso per imitarlo condusse dopo la morte di esso suo padre il ponte a Sieve, lontano a Fiorenza X miglia, che allora era per una piena rovinato; e similmente quello di S. Piero a ponte in sul fiume di Bisenzio, che è una bell’opera. E dopo molte fabriche fatte per monasterii et altri luoghi, ultimamente, essendo architettore dell’Arte della Lana, fece il modello delle case nuove che fece fare quell’Arte dietro alla Nunziata; e finalmente si morì essendo già vecchio di 70 anni o più, l’anno 1564, e fu sepolto in S. Marco, dove fu onorevolmente accompagnato dall’Accademia del Disegno. Ma tornando a Lorenzo, ei lasciò molte opere imperfette alla sua morte, e particolarmente un quadro d’una Passione di Cristo, molto bello, che venne nelle mani d’Antonio da Ricasoli et una tavola di Messer Francesco da Castiglioni canonico di Santa Maria del Fiore, che la mandò a Castiglioni, molto bella. Non si curò Lorenzo di fare molte opere grandi, perché penava assai a condurle e vi durava fatica incredibile e massimamente perché i colori ch’egli adoperava erano troppo sottilmente macinati; oltre che, purgava gl’olii di noce e stillavagli e faceva in sulle tavolelle le mestiche de’ colori in gran numero, tanto che dalla prima tinta chiara all’ultima oscura si conduceva a poco a poco con troppo e veramente soverchio ordine, onde n’aveva alcuna volta in sulla tavolella 25 e trenta e per ciascuna teneva il suo pennello appartato, e dove egli lavorava non voleva che si facesse alcun movimento che potesse far polvere, la quale troppo estrema diligenza non è forse più lodevole punto che si sia una strema negligenza: perché in tutte le cose si vuole avere un certo mezzo e star lontano dagl’estremi che sono comunemente viziosi.