Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Benedetto da Maiano

Benedetto da Maiano

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Sandro Botticello Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea Verrocchio IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Sandro Botticello Andrea Verrocchio

VITA DI BENEDETTO DA MAIANO SCULTORE ET ARCHITETTO

Benedetto da Maiano scultore fiorentino, essendo ne’ suoi primi anni intagliatore di legname, fu tenuto in quello esercizio il più valente maestro che tenesse ferri in mano, e particolarmente fu ottimo artefice in quel modo di fare che, come altrove si è detto, fu introdotto al tempo di Filippo Brunelleschi e di Paulo Ucello, di comettere insieme legni tinti di diversi colori e farne prospettive, fogliami e molte altre diverse fantasie. Fu dunque in questo artifizio Benedetto da Maiano, nella sua giovinezza, il miglior maestro che si trovasse, come apertamente ne dimostrano molte opere sue che in Firenze in diversi luoghi si veggiono; e particolarmente tutti gl’armari della sagrestia di S. Maria del Fiore, finiti da lui la maggior parte dopo la morte di Giuliano suo zio, che son pieni di figure fatte di rimesso e di fogliami e d’altri lavori, fatti con maggior spesa et artifizio. Per la novità dunque di questa arte, venuto in grandissimo nome, fece molti lavori che furono mandati in diversi luoghi et a diversi principi; e fra gl’altri n’ebbe il re Alfonso di Napoli un fornimento d’uno scrittoio, fatto fare per ordine di Giuliano, zio di Benedetto, che serviva il detto re nelle cose d’architettura, dove esso Benedetto si trasferì, ma non gli piacendo la stanza, se ne tornò a Firenze; dove avendo non molto dopo lavorato per Mattia Corvino re d’Ungheria, che aveva nella sua corte molti Fiorentini e si dilettava di tutte le cose rare, un paio di casse con difficile e bellissimo magisterio di legni commessi, si deliberò, essendo con molto favore chiamato da quel re, di volere andarvi per ogni modo; per che fasciate le sue casse e con esse entrato in nave, se n’andò in Ungheria. Là dove, fatto reverenza a quel re dal quale fu benignamente ricevuto, fece venire le dette casse; e quelle fatte sballare alla presenza del re che molto disiderava di vederle, vide che l’umido dell’acqua e ’l mucido del mare aveva intenerito in modo la colla, che nell’aprire gl’incerati, quasi tutti i pezzi che erano alle casse appicati, caddero in terra; onde se Benedetto rimase attonito et ammutolito per la presenza di tanti signori, ognuno se lo pensi. Tuttavia messo il lavoro insieme il meglio che potette, fece che il re rimase assai sodisfatto. Ma egli nondimeno, recatosi a noia quel mestiero, non lo poté più patire, per la vergogna che n’aveva ricevuto. E così messa da canto ogni timidità, si diede alla scultura, nella quale aveva di già a Loreto, stando con Giuliano suo zio, fatto per la sacrestia un lavamani con certi Angeli di marmo. Nella quale arte, prima che partisse d’Ungheria, fece conoscere a quel re che se era da principio rimaso con vergogna, la colpa era stata dell’esercizio che era basso, e non dell’ingegno suo che era alto e pellegrino. Fatto dunque che egli ebbe in quelle parti alcune cose di terra e di marmo, che molto piacquero a quel re, se ne tornò a Firenze, dove non sì tosto fu giunto, che gli fu dato dai signori a fare l’ornamento di marmo della porta della lor udienza, dove fece alcuni fanciulli, che con le braccia reggono certi festoni molto belli. Ma sopra tutto fu bellissima la figura che è nel mezzo, d’un S. Giovanni giovanetto, di due braccia, la quale è tenuta cosa singulare. Et acciò che tutta quell’opera fusse di sua mano, fece i legni che serrano la detta porta egli stesso, e vi ritrasse i legni commessi, in ciascuna parte, una figura, cioè in una Dante e nell’altra il Petrarca: le quali due figure, a chi altro non avesse in cotale esercizio veduto di man di Benedetto, possono fare conoscere quanto egli fosse in quello raro et eccellente. La quale udienza a’ tempi nostri ha fatta dipignere il signor duca Cosimo da Francesco Salviati, come al suo luogo si dirà. Dopo fece Benedetto, in S. Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la capella, una sepoltura di marmo nero, in un tondo una Nostra Donna e certi Angeli con molta diligenza, per Filippo Strozzi Vecchio, il ritratto del quale, che vi fece di marmo, è oggi nel suo palazzo. Al medesimo Benedetto fece fare Lorenzo Vecchio de’ Medici in Santa Maria del Fiore, il ritratto di Giotto, pittore fiorentino, e lo collocò sopra l’epitaffio, del quale si è di sopra, nella vita di esso Giotto, a bastanza ragionato, la quale scultura di marmo è tenuta ragionevole. Andato poi Benedetto a Napoli, per essere morto Giuliano suo zio, del quale egli era erede, oltre alcune opere che fece a quel re, fece per il conte di Terra Nuova, in una tavola di marmo nel monasterio de’ monaci di Monte Oliveto, una Nunziata con certi Santi e fanciulli intorno, bellissimi, che reggono certi festoni; e nella predella di detta opera fece molti bassi rilievi con buona maniera. In Faenza fece una bellissima sepoltura di marmo per il corpo di S. Savino, et in essa fece di basso rilievo sei storie della vita di quel Santo, con molta invenzione e disegno, così ne’ casamenti come nelle figure; di maniera che per questa e per l’altre opere sue, fu conosciuto per uomo eccellente nella scultura. Onde prima che partisse di Romagna gli fu fatto fare il ritratto di Galeotto Malatesta. Fece anco, non so se prima o poi, quello d’Enrico Settimo, re d’Inghilterra, secondo che n’aveva avuto da alcuni mercanti fiorentini un ritratto in carta: la bozza de’ quali due ritratti fu trovata in casa sua con molte altre cose, dopo la sua morte. Ritornato finalmente a Fiorenza, fece a Pietro Mellini, cittadin fiorentino et allora ricchissimo mercante, in S. Croce il pergamo di marmo che vi si vede, il qual è tenuto cosa rarissima e bella sopr’ogni altra che in quella maniera sia mai stata lavorata, per vedersi in quello lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bontà e diligenza, che di marmo non si potrebbe più oltre disiderare; avendovi Benedetto con molto artifizio intagliato alberi, sassi, casamenti, prospettive et alcune cose maravigliosamente spiccate; et oltre ciò un ribattimento in terra di detto pergamo, che serve per la lapida di sepoltura, fatto con tanto disegno, che egli è impossibile lodarlo a bastanza. Dicesi che egli in fare questa opera ebbe difficultà con gl’Operai di S. Croce; perché volendo appoggiare detto pergamo a una colonna, che regge alcuni degli archi che sostengono il tetto, e forare la detta colonna per farvi la scala e l’entrata al pergamo, essi non volevano, dubitando che ella non si indebolisse tanto col vacuo della salita, che il peso non la sforzasse, con gran rovina d’una parte di quel tempio. Ma avendo dato sicurtà il Mellino che l’opera si finirebbe senza alcun danno della chiesa, finalmente furono contenti. Onde avendo Benedetto sprangato di fuori con fasce di bronzo la colonna, cioè quella parte che dal pergamo in giù è ricoperta di pietra forte, fece dentro la scala per salire al pergamo; e tanto quanto egli la bucò di dentro, l’ingrossò di fuora con detta pietra forte, in quella maniera che si vede. E con stupore di chiunche la vede condusse questa opera a perfezzione, mostrando in ciascuna parte et in tutta insieme quella maggior bontà che può in simil opera desiderarsi. Affermano molti che Filippo Strozzi il Vecchio, volendo fare il suo palazzo, ne volle il parere di Benedetto che gliene fece un modello, e che secondo quello fu cominciato, se bene fu seguitato poi e finito dal Cronaca, morto esso Benedetto; il quale avendosi acquistato da vivere, dopo le cose dette non volle fare altro lavoro di marmo. Solamente finì in S. Trinità la S. Maria Madalena stata cominciata da Disiderio da Settignano, e fece il Crucifisso, che è sopra l’altare di S. Maria del Fiore, et alcuni altri simili. Quanto all’architettura, ancora che mettesse mano a poche cose, in quelle nondimeno non dimostrò manco giudizio che nella scultura, e massimamente in tre palchi di grandissima spesa, che d’ordine e col consiglio suo, furono fatti nel palazzo della Signoria di Firenze. Il primo fu il palco della sala che oggi si dice de’ Dugento, sopra la quale avendosi a fare non una sala simile, ma due stanze, cioè una sala et una audienza, e per conseguente avendosi a fare un muro, non mica leggieri del tutto e dentrovi una porta di marmo ma di ragionevole grossezza, non bisognò manco ingegno o giudizio di quello che aveva Benedetto, a fare un’opera così fatta. Benedetto, adunque, per non diminuire la detta sala e dividere nondimeno il disopra in due, fece a questo modo: sopra un legno grosso un braccio e lungo quanto la larghezza della sala, ne commesse un altro di due pezzi, di maniera che con la grossezza sua alzata due terzi di braccio, e negl’estremi ambidue benissimo confitti et incatenati insieme facevano a canto al muro, ciascuna testa alta due braccia; e le dette due teste erano intaccate a ugna in modo che vi si potesse impostare un arco di mattoni doppi, grosso un mezzo braccio, appoggiatolo ne’ fianchi ai muri principali. Questi due legni adunque erano con alcune incastrature a guisa di denti in modo con buone spranghe di ferro uniti, et incatinati insieme, che di due legni venivano a essere un solo; oltre ciò, avendo fatto il detto arco acciò le dette travi del palco non avesseno a reggere se non il muro dell’arco in giù, e l’arco tutto il rimanente, apiccò davantaggio al detto arco due grandi staffe di ferro, che inchiodate gagliardamente nelle dette travi da basso, le reggevano e reggono, di maniera che quando per loro medesime non bastasseno sarebbe atto l’arco, mediante le dette catene stesse che abbracciano il travo, e sono due, una di qua et una di là dalla porta di marmo, a reggere molto maggior peso che non è quello del detto muro, che è di mattoni e grosso un mezzo braccio. E nondimeno fece lavorare nel detto muro i mattoni per coltello e centinato, che veniva a pigner ne’ canti dove era il sodo e rimanere più stabile. Et in questa maniera, mediante il buon giudizio di Benedetto rimase la detta sala de’ Dugento nella sua grandeza; e sopra nel medesimo spazio, con un tramezzo di muro, vi si fece la sala che si dice dell’oriuolo, e l’udienza dove è dipinto il trionfo di Camillo di mano del Salviati. Il soffittato del qual palco fu riccamente lavorato et intagliato da Marco del Tasso, Domenico e Giuliano suoi frategli, che fece similmente quello della sala dell’oriuolo e quello dell’udienza. E perché la detta porta di marmo fu da Benedetto fatta doppia, sopra l’arco della porta di dentro, avendo già detto del difuori, fece una Iustizia di marmo a sedere con la palla del mondo in una mano, e nell’altra una spada con lettere intorno all’arco, che dicono: Diligite iustitiam qui iudicatis terram; la quale tutta opera fu condotta con maravigliosa diligenza et artifizio. Il medesimo alla Madonna delle Grazie, che è poco fuor d’Arezzo, facendo un portico et una salita di scale dinanzi alla porta, nel portico mise gl’archi sopra le colonne et a canto al tetto girò intorno intorno a un architrave, fregio e cornicione; et in quello fece per gocciolatoio una ghirlanda di rosoni intagliati di macigno, che sportano in fuori un braccio et un terzo; talmente che fra l’agetto del frontone della gola di sopra et il dentello et uovolo, sotto il gocciolatoio, fa braccia due e mezzo, che aggiuntovi mezzo braccio che fanno i tegoli, fa un tetto di braccia tre intorno bello, ricco, utile et ingegnoso. Nella qual opera è quel suo artifizio degno d’esser molto considerato dagli artefici, che volendo che questo tetto sportasse tanto in fuori senza modiglioni o menzole che lo reggessino, fece que’ lastroni, dove sono i rosoni intagliati, tanto grandi che la metà sola sportassi infuori, e l’altra metà restassi murato di sodo, onde essendo così contrepesati, potettono reggere il resto e tutto quello che di sopra si aggiunse, come ha fatto sino a oggi, senza disagio alcuno di quella fabrica. E perché non voleva che questo cielo apparissi di pezzi come egli era, riquadrò pezzo per pezzo d’un corniciamento intorno, che veniva a far lo sfondato del rosone, che incastrato e commesso bene a cassetta, univa l’opera di maniera che chi la vede la giudica d’un pezzo tutta. Nel medesimo luogo fece fare un palco piano di rosoni messi d’oro, che è molto lodato. Avendo Benedetto compero un podere fuor di Prato, a uscire per la porta Fiorentina per venire verso Firenze, e non più lontano dalla terra che un mezzo miglio, fece in sulla strada maestra accanto alla porta, una bellissima cappelletta, et in una nicchia una Nostra Donna col Figliuolo in collo di terra, lavorata tanto bene, che così fatta, senza altro colore, è bella quanto se fusse di marmo. Così sono due Angeli, che sono a sommo per ornamento, con un candelliere per uno in mano. Nel dossale dell’altare è una pietà con la Nostra Donna e S. Giovanni di marmo, bellissimo. Lassò anco alla sua morte in casa sua molte cose abbozzate di terra e di marmo. Disegnò Benedetto molto bene, come si può vedere in alcune carte del nostro libro. Finalmente d’anni 54 si morì, nel 1498, e fu onorevolmente sotterrato in S. Lorenzo. E lasciò che dopo la vita d’alcuni suoi parenti, tutte le sue facultà fussino della Compagnia del Bigallo. Mentre Benedetto nella sua giovinezza lavorò di legname e di commesso, furono suoi concorrenti Baccio Cellini piffero della Signoria di Firenze, il quale lavorò di commesso alcune cose d’avorio molto belle, e fra l’altre un ottangolo di figure d’avorio profilate di nero, bello affatto, il quale è nella guardaroba del Duca; parimente Girolamo della Cecca, creato di costui, e piffero anch’egli della Signoria, lavorò ne’ medesimi tempi pur di commesso molte cose. Fu nel medesimo tempo Davit pistolese, che in S. Giovanni Evangelista di Pistoia, fece all’entrata del coro un S. Giovanni Evangelista di rimesso, opera più di gran fatica a condursi, che di gran disegno. E parimente Geri Aretino, che fece il coro et il pergamo di S. Agostino d’Arezzo, de’ medesimi rimessi di legnami di figure e prospettive. Fu questo Geri molto capriccioso, e fece di canne di legno uno organo perfettissimo, di dolcezza e suavità, che è ancor oggi nel Vescovado d’Arezzo, sopra la porta della sagrestia, mantenutosi nella medesima bontà, che è cosa degna di maraviglia e da lui prima messa in opera. Ma nessuno di costoro, né altri, fu a gran pezzo eccellente quanto Benedetto, onde egli merita fra i migliori artefici delle sue professioni d’esser sempre annoverato e lodato.