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Le novelle della nonna/Lo stemma sanguinoso

Lo stemma sanguinoso

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Il talismano del conte Gherardo Il berretto della saggezza
Lo stemma sanguinoso

La fede nelle proprie forze, rinata nei Marcucci, aveva in parte dissipato la malinconia degli ultimi giorni. Inoltre, un fatto avvenuto appunto il sabato li aveva tutti rincorati. L’ispettore di Camaldoli, sceso a Farneta insieme con la moglie per visitare i suoceri, aveva detto a Maso che gli occorreva un ragazzetto svelto per accudire al vivaio delle piante boscherecce che aveva su, vicino alla sua casa; e Maso, senza tante esitazioni, gli aveva parlato di Tonio, il secondo dei suoi figliuoli, che aveva fatto la quarta elementare e mostrava buone attitudini per divenire un eccellente alunno forestale. - La posizione per ora non è bella, - aveva detto l’ispettore, - non gli posso assegnare altro che una quarantina di lire al mese; ma col tempo la paga gli sarà cresciuta, e, se impara, potrà far carriera. Era una bocca di meno al podere e un pane assicurato per la vita, e Maso fu oltremodo contento dell’offerta. Così, già tre dei suoi figli eran sistemati, e il peso della famiglia incominciava a scemare. - Dio ci assiste, - aveva detto la Regina. - Egli vede le nostre miserie e le solleva. Animo, figliuoli, e arriveremo alla fine di quest’anno come siamo arrivati in fondo a tanti altri. I dolori sopportati con rassegnazione e condivisi, sono meno acerbi di quelli a cui si aggiunge la disperazione e la solitudine. Tonio era tutto lieto di diventare a un tratto un omino, e di bastare a se stesso. - Vedrete, nonna, - diceva, - come mi farò voler bene, come imparerò. Anche noi dobbiamo rimboscare i terreni come fa il governo, così avremo del legname da vendere, e i nostri campi saranno meno esposti ai vènti ed al freddo. Questa teoria l’aveva sentita esprimere dall’ispettore, e subito la faceva sua, movendo il riso in quanti lo ascoltavano. I cugini lo canzonavano chiamandolo già: «Signor Ispettore», e la buona Regina, che prevedeva che quello scherzo finirebbe con una baruffa, impose silenzio a tutti, dicendo: - È l’ora della novella; lasciatemi raccontare.

- C’era una volta un tale che nessuno sapeva chi fosse. Egli aveva un vestito tutto nero, con uno stemma ricamato in argento sul petto, e questo stemma consisteva in una croce rossa in campo d’argento. Non vestiva armatura, ma aveva due lunghi e grossi sproni ai tacchi e una spada così alta che gli giungeva alla spalla. Sull’impugnatura dell’arma si vedeva una testa di morto. In capo portava un berretto nero, e, per ripararsi dal freddo, si avvolgeva in un mantello, nero anch’esso. Nonostante quegli sproni così grossi, egli camminava a piedi e si diceva che avesse viaggiato mezzo mondo. Quando, tante e tante centinaie di anni addietro, giunse qui in Casentino, gli fu chiesto chi fosse e come si chiamasse. - Chi sono non deve importarvi, - rispose. - Il mio nome è Espiazione! Figuratevi se queste risposte, date da quello strano personaggio, destarono meraviglia, tanto più che invece di andare a chiedere ospitalità nei numerosi castelli che s’ergevano su tutte le vette del Casentino, l’uomo misterioso dormiva sotto il sagrato delle chiese, e chiedeva l’elemosina alla gente del contado, e non ai signori. Una notte, mentre il cavaliere era coricato sulla nuda terra, dinanzi alla chiesa di Pratovecchio, e dormiva, tre contadini, che andavano a badar l’uva, videro la croce rossa dello stemma che lo sconosciuto portava sul petto, mandar vive fiamme, e l’argento in cui campeggiava scintillare come se fosse percosso dai raggi del sole meridiano. Essi si fecero il segno della croce, e il giorno dopo andarono a narrare ciò che avevan veduto a una certa Costanza, Badessa del convento delle Camaldolesi, donna di nascita illustre e di molto sapere, tenuta in grande considerazione di saggezza e di pietà da tutto il popolo. - Fate che il misterioso cavaliere venga a me e che io gli parli, - rispose la Badessa. - Forse allora potrò spiegarvi il perché del prodigio che narrate. I tre contadini, Meco, Sandro e Cecco, andarono al luogo ove durante la notte avevano scôrto il cavaliere; ma non videro più fiammeggiargli la croce sul petto, né scintillare il campo d’argento. - Messere, - gli dissero alquanto impacciati, - la badessa Costanza vorrebbe parlarvi. - Io non desidero quest’abboccamento e non mi scomodo per nessuno, - egli rispose. - Ditele che, se vuole parlarmi, venga qui. I contadini crederono che lo sconosciuto fosse pazzo, sentendosi dare quella risposta. Non supponevano neppure che vi fosse qualcuno sulla terra che non accondiscendesse subito a un desiderio espresso dalla badessa Costanza, e non lo considerasse come un comando. Mogi mogi se ne tornarono dunque al monastero e riferirono a parole tronche, arrossendo, la risposta di quello strano cavaliere. - Figli miei, - disse Costanza, - quell’uomo altero dev’essere un grande infelice, bisognevole di soccorso morale. Se egli non vuol venire presso di me, andrò io da lui; accompagnatemi. E la bella Badessa, avvolta nel suo manto di lana bianca che le scendeva in morbide pieghe attorno alla snella persona, uscì dal monastero seguìta da Meco, da Sandro e da Cecco, e con passo sicuro, inchinata reverentemente da quanti passavano, si diresse verso il sagrato della chiesa. L’uomo misterioso non si mosse dalla sua giacitura, vedendola fermarsi a pochi passi, e neppure si degnò di toccarsi il berretto. Ella non parve offesa da quella villania, e disse con voce dolce: - Fratello, tu non puoi rimanere di notte in questo luogo; degnati, per l’amor di Dio, di accettare un ricovero nella nostra foresteria, ove trovano ospizio tutti i pellegrini. - Io non sono un pellegrino, madre Badessa, e il solo tetto che mi conviene è la vôlta del firmamento. - È un tetto malsicuro; talvolta in questi paesi imperversa per più giorni la bufera e soffia il vento gelato dai monti. Tu non hai diritto di rifiutare quello che ti è offerto nel nome santissimo di Dio. L’uomo misterioso parve riflettere un momento e quindi disse: - Io ti seguirò, madre Badessa, ma col patto che nessuno mi domandi mai dell’essere mio, e che io possa partire quando il soggiorno della foresteria del tuo convento incominci a pesarmi. - Il mistero in cui ti avvolgi sarà rispettato e tu potrai partire a tuo beneplacito. Di più ti dico che tu non devi avere verso di me nessuna gratitudine, poiché io compio verso di te un dovere e non esercito un’opera di misericordia. Dopo aver avuto questa promessa, il cavaliere nero si alzò e disse: - Madre Badessa, il mio nome è Espiazione, e così desidero di esser chiamato. - Sarà come tu vuoi, - replicò la monaca. Meco, Sandro e Cecco avevano assistito a questo dialogo senza fiatare, ma quando videro che il cavaliere, dopo essersi alzato, andava avanti alla monaca, spinti dal sentimento del rispetto che avevano per lei, fecero un movimento per trattenerlo e lasciarla passar prima; ma ella lo impedì e disse: - Figli miei, lasciate che Espiazione mi preceda; chi porta quel nome deve poter correre il mondo liberamente. Il padre forestale fece boccuccia vedendo quell’uomo dall’aspetto sinistro, e ben volentieri gli avrebbe sbatacchiato l’uscio in faccia. La Badessa finse di non accorgersi delle intenzioni del monaco e gli ordinò di preparare una camera all’ospite, aggiungendo che in quanto al nutrimento ci avrebbe pensato lei. La prima giornata passò senza incidenti, ma quando giunse la notte il forestale fu svegliato da un gran rumore. Si mise in orecchio, e sentì che quel rumore partiva dalla camera dello sconosciuto. - San Romualdo benedetto! - esclamò, - me l’ero figurato che quel ceffo fosse un diavolo o imparentato coi diavoli. Andiamo a vedere quel che fa. E presa con una mano la lanterna e con l’altra una croce, salì in camera di Espiazione. - Fratello, - gridò attraverso l’uscio, - aprimi; che cosa fai? Tu spicini tutti i mobili. - Io non faccio nulla; - rispose lo sconosciuto, - ma tutto si muove appena io mi corico nel letto. Il forestale mise l’occhio al buco della serratura e vide infatti Espiazione disteso sul letto, col vestito in dosso. La croce rossa mandava fiamme; dal campo dello stemma partiva una luce viva, che illuminava la ridda dei tavolini e delle sedie. Il padre forestale non volle vedere altro e corse a precipizio a rinchiudersi nella sua cella, pregando tutti i santi del Paradiso di liberarlo di quell’incomodo ospite. Nel rimanente della notte egli non riuscì a chiuder occhio, e la mattina dopo andò a bussare al monastero e disse che doveva parlare alla madre Badessa. Questa lo ricevé in sagrestia, e subito gli domandò del forestiero. - Madre, - rispose il forestale, - quell’uomo, salvo mi sia, è indiavolato! - Queste parole non vorrei udirle in bocca tua, - replicò la monaca. - Ma se voi foste stata in foresteria, stanotte, direste come me, madre Badessa. Quell’uomo era steso sul letto e intanto i mobili ballavano il trescone in camera di lui. - Tu vaneggi certo. Stasera, accompagnata da una conversa, mi apposterò nell’orto sul quale rispondono le finestre di Espiazione, e se tu mi hai scomodata per nulla, te ne pentirai. La Badessa fece cenno al forestale di uscire, ed egli, nel ritornare alla casa che abitava, e che era appunto separata dal monastero mediante l’orto di cui aveva parlato Costanza, borbottava: - È peggio di san Tommaso la nostra Badessa: ma stanotte vedrà! Quando il forestale tornò nella casa in cui abitava, andò di nuovo a spiare dal buco della chiave quel che faceva Espiazione, e lo vide disteso sul letto e addormentato. - Lo credo, che riposi ora! - disse. - Stanotte non deve aver chiuso occhio. Tanto meglio, se dorme! E lentamente scese per accudire alle sue faccende. Era in cucina intento a sgusciar certe fave per cuocersi la minestra, quando, alzando il capo, fece uno scossone. Pallido, sconvolto, gli stava davanti Espiazione. - Che vuoi? - gli domandò il forestale. - Voglio che tu mi aiuti a togliere tutti i mobili dalla camera. - Non posso, - rispose l’altro. - Se non mi porti un ordine scritto della Badessa, io non levo da quella camera, quasi quasi, neppure i ragnateli. Il forestale pensava che se avesse tolto i mobili, la Badessa non avrebbe udito rumore, ed egli si sarebbe sentito tacciar di bugiardo. - Dunque non vuoi levare le suppellettili di camera mia? - domandò Espiazione. - No, no, e poi no! - Ma tu non hai pietà di me! - esclamò. - Non hai inteso che musica la notte scorsa? Se tu non le togli, le butto io dalla finestra o ritorno a dormir sul sagrato delle chiese. A questa minaccia il padre forestale fece un salto, chiuse l’uscio, tirò chiavistelli e spranghe, e lasciò Espiazione solo. E noi torniamo un passo addietro e vediamo perché lo stemma del cavaliere mandava fiamme la notte. Per saperlo, ci convien uscir di Casentino e andare in un castello costruito fra le macchie della Maremma, nel castello di Bolgheri, di proprietà dei conti della Gherardesca. In quel castello era nato e cresciuto Adalberto, il misterioso cavaliere. Egli aveva un fratello maggiore per nome Valdifredo, bello e forte della persona, il quale stava per condurre in moglie la bella Olimpia, unica figlia del conte Donoratico. Adalberto vedeva con segreta invidia questo matrimonio. I grandi occhi di Olimpia gli avevano ferito il cuore, ed egli non poteva tollerare che quella bella fanciulla divenisse moglie del fratello, al quale, inoltre, spettavano i feudi paterni. Le nozze dovevano celebrarsi in breve, e già il castello di Bolgheri era pieno di parenti, giunti da Pisa, per assistere alla cerimonia, quando un giorno Adalberto, per non veder nessuno, se ne andò a cavallo sulla sponda del mare. Il litorale di Maremma, in que’ tempi, non era punto sicuro per i frequenti sbarchi dei barbareschi, che andavano colà a saccheggiare i castelli e a far prigionieri per il loro Sultano. Adalberto lo sapeva, ma, noncurante della vita com’era, spinse il cavallo molto distante da Bolgheri, in un punto in cui la macchia scendeva fino al lido del mare. Quando fu costì, vide una barca tirata a spiaggia. La barca aveva appunto la forma di quelle usate dai barbareschi. Egli spronò il cavallo per allontanarsi, ma era troppo tardi. Già due mani vigorose lo avevano afferrato per la briglia e molti ceffi neri lo circondavano. - Sei nostro prigioniero, - gli dissero. Un pensiero malvagio traversò la mente di Adalberto. - Prendetemi pure, non mi oppongo; ma io non ho ricchezze in dosso. - Non importa, sei un cristiano. - Un momento. Dov’è il vostro capo? Io ero venuto per proporgli un affare molto più vantaggioso che la mia cattura; guidatemi a lui. E nel dir questo balzò di sella e, lasciato il cavallo in balìa di due barbareschi, seguì gli altri nel fitto bosco. Essi lo condussero a una grotta, scavata probabilmente dal mare nella sabbia. La grotta era guardata da una specie di gigante, armato fino ai denti, che gli dette uno spintone per cacciarlo dentro. Nella grotta poi vi era un uomo mollemente disteso su tappeti orientali; le pareti sparivano sotto le stoffe e le armi damaschinate, e dinanzi a lui, sopra un desco, era apparecchiato un lauto pranzo. - Signore, - dissero i barbareschi al loro capo, - qui c’è un cristiano, un cavaliere che desidera parlarti. - Esponi ciò che hai da dirmi, - ordinò il capo ad Adalberto, - e sii breve. - Vorrei che tu solo ascoltassi le mie parole, - rispose Adalberto. E per incutere maggior fiducia a quella rozza gente, si tolse la spada e il pugnale e li consegnò a quelli che lo avevano guidato nella grotta. - Ritiratevi, - disse loro il capo. Adalberto allora prese a dire: - Signore, da qui a tre giorni, la bella Olimpia, contessa di Donoratico, va sposa al conte di Bolgheri. Volete voi impossessarvi di lei e dei tesori che ella reca in dote al marito? - Chi sei per offrirmi questo patto? - Sono uno che non tollera di veder moglie del conte Valdifredo la bella Olimpia. - Ebbene, dimmi il punto più adattato per sorprendere il corteggio nuziale e quanti uomini occorrono per il colpo. Adalberto, con molta precisione, indicò il luogo e disse che occorrevano venti uomini forti e destri. Dovevano, costoro, tenersi celati nel bosco e quindi piombare a un tratto sul corteo. Così, mentre alcuni di loro avrebbero aggredito i cavalieri, gli altri porterebbero via la sposa e le mule cariche della dote e dei gioielli. - Ma tu potresti frattanto tradirci, come ora tradisci i tuoi, - rispose il capo dei barbareschi. - Perciò io ti tengo in ostaggio. Appena compiuto il colpo tu sarai riposto in libertà. Adalberto fu turbato da quella risoluzione del capo, ma dovette rimanere nella grotta. Già sentiva cocente il rimorso della sua mala azione, e più volte, mentre il capo dei barbareschi dormiva sul soffice letto di tappeti orientali, Adalberto ebbe la tentazione d’immergergli un pugnale nel cuore. Ma nella grotta vedeva sempre luccicare lo sguardo di un moro, che vegliava durante il sonno del suo padrone, ed ogni volta che si spingeva fino all’imboccatura dell’antro s’accorgeva che era guardato da una squadra di armati. Quando poi spuntò il terzo giorno, e Adalberto vide partire il capo e i suoi per quell’impresa suggerita da lui, scoppiò in pianto e squassò le forti catene di cui l’avevan caricato, sperando di potersi liberare e correre in tempo a Donoratico per avvertire il fratello del pericolo che correva. Ma le catene erano fissate ad un anello murato alla parete, e l’imboccatura della grotta era chiusa da un masso pesante. Quello che soffrì il traditore in quelle ore d’attesa non c’è pensiero umano che possa concepirlo. Finalmente udì delle voci, il masso fu scostato e nella grotta comparvero alcuni barbareschi, recando nelle braccia la bella Olimpia svenuta. Adalberto avrebbe voluto che la grotta precipitasse e la terra si sprofondasse per inghiottirlo. Egli non poteva sopportare la vista di quella sposa, adorna ancora degli abiti nuziali, e tanto meno avrebbe potuto tollerare il bello sguardo di lei se ella si fosse riavuta. La fanciulla fu adagiata sui tappeti orientali e il capo stesso le spruzzò il volto d’acqua per farla tornare alla vita. Intanto Adalberto era stato sciolto dalle catene, ma i barbareschi esitavano a riporlo in libertà per timore che egli, compiuta la vendetta, li tradisse. In questo frattempo, Olimpia aveva riaperto gli occhi e, scorgendo il cognato, lo aveva fissato. Poi, leggendogli in volto il rimorso, esclamò: - Che tu sia maledetto, traditore del sangue tuo! E, veloce come il lampo, aveva afferrato il pugnale che il capo teneva infilato nella cintura e se l’era ficcato nel petto. Un grido del capo de’ barbareschi chiamò i suoi. In quel trambusto Adalberto afferrò la sua spada e fuggì, fuggì sempre finché le sue forze lo ressero, perseguitato dallo spettro della bella Olimpia col seno squarciato dal pugnale. E appena le ombre della sera si abbassarono sul bosco, la croce del suo stemma prese a fiammeggiare. Era ancora notte quando Adalberto riprese la fuga. Egli errò per molti mesi nei boschi, su per i monti, sempre inseguìto da quello spettro, sempre dilaniato dal rimorso, senza mai poter posare la testa sopra un sasso, senza che quel sasso non prendesse a ballare una ridda d’inferno. Peregrinando sempre, incalzato dal ricordo della sua colpa, giunse in Casentino; ma non aveva mai, in mezzo a tanta desolazione, provato il desiderio di confessare i suoi falli; accanto al rimorso non aveva mai veduto sorgere il pentimento. Le sue notti erano meno angosciose quando le passava sul sagrato delle chiese, col capo posato sulla nuda terra; allora nulla si moveva intorno a lui, e talvolta riusciva a prender sonno. Quella giornata che egli passò rinchiuso nella camera della foresteria del monastero di cui era badessa Costanza, fu per lui angosciosa come le altre, e quando vide avvicinarsi la sera, si diede a chiamare a gola aperta il forestale, supplicandolo di avere pietà di lui e di aprirgli. Intanto Costanza, che aveva capito che solamente il rimorso di un truce fatto poteva spingere, ramingo, Espiazione, aveva adunate le sue monache in coro e aveva raccomandato loro di pregare per l’infelice. Venuta la sera, quando tutti i lumi erano già spenti nelle celle, la Badessa, seguìta da una conversa, era andata nell’orto e si era collocata in orazione sotto la finestra dello sconosciuto. Mentre pregava, ella aveva veduto salire da quelle finestre delle lingue di fuoco e aveva udito nella stanza un rumore indiavolato coperto dalle grida del cavaliere. - Pèntiti! - s’era messa a urlare ella dal basso. - Pèntiti e sarai liberato! - Oh! se lo potessi! - rispondeva Espiazione. - Devi volere! - lo esortava la monaca, e intanto riprendeva la preghiera a voce alta. A un tratto nel cielo scuro comparve una nuvoletta bianca, e scese, scese, finché non si fermò dinanzi alla finestra del traditore. Un urlo più forte degli altri gli uscì allora dal petto. - Son pentito! - gridò, - e una vita intera di penitenza non basterà a lavare la mia colpa. Siete voi, Madonna santissima, che avete avuto pietà di me. La nuvoletta bianca si era diradata e lasciava vedere l’immagine della Madonna col serpente sotto i piedi, com’era raffigurata in un quadro sull’altar maggiore della chiesa del monastero. La ridda delle suppellettili era cessata nella camera di Adalberto, e lo stemma del suo giustacuore non mandava più fiamme color di sangue. La monaca pregava sempre a voce alta nell’orto. La nuvoletta si addensò di nuovo e salì lentamente nel cielo buio. A giorno, il cavaliere si fece aprire, e, dal forestale, fu guidato a un confessionario dove un pio monaco attendeva i penitenti. Egli fece ampia confessione de’ suoi peccati e promise di far la penitenza che gli sarebbe imposta dal monaco. Questi gli ordinò di scrivere sul proprio petto, al posto dello stemma, un cartello nel quale narrasse il suo delitto e di tollerare per l’amor di Dio gl’insulti che gli sarebbero stati fatti. Commosso dal miracolo avvenuto per le preghiere della pia badessa Costanza, egli volle ringraziarla, e come voto appese accanto all’altare, su cui si scorgevano l’immagine della Vergine calpestante il serpente, la sua spada e il suo pugnale, dicendo: - Ormai, se voglio salvarmi, debbo tollerare tutti gl’insulti senza trarne vendetta. È meglio che mi tolga dal fianco un’arma che sono indegno di portare e che potrebbe talvolta esser per me una tentazione. E voi, madre Badessa, pregate affinché io sopporti con rassegnazione la dura croce che mi sono imposto e abbia il coraggio di serbare sul petto questo cartello che costituisce la mia espiazione. La badessa Costanza promise di accompagnare il cavaliere con le sue preci, ed Espiazione uscì dal monastero per riprendere il suo pellegrinaggio. Appena fu sulla piazza del paese, si imbatté in una comitiva di signori che andavano a caccia. Il primo di essi, che pareva il capo, fermò il suo cavallo di fronte all’infelice, e additandolo agli altri, disse: - Vedete, signori, quel brutto ceffo? Anche se non portasse il suo misfatto scritto in petto, la grinta lo denunzierebbe per traditore. Fatti da parte, fellone, e sgombra le vie maestre; i traditori non trovano terra in Casentino! Fremé, Espiazione, sentendosi insultato, e la mano corse alla cintura dov’era solito trovare la spada. Ma riavutosi subito, lasciò pender le braccia, e, chinatosi, baciò il piede del signore che lo aveva insultato, il quale rispose con un calcio all’atto umile dell’infelice, e si allontanò ridendo spietatamente. Espiazione avrebbe volentieri abbandonato la via maestra per rifugiarsi nei boschi ove sarebbe sfuggito agli insulti; ma una voce che gli parlava continuamente al cuore, gli diceva: - Rammentati che per meritare il perdono devi molto, molto soffrire. Ed egli, ubbidendo a quella voce, cercava gl’incontri e si presentava alla porta dei castelli chiedendo l’ospitalità. Naturalmente nessuno voleva ricoverarlo, e le guardie lo respingevano con insulti e con percosse. - Dio ve ne renda merito! - rispondeva per solito Espiazione. Un giorno giunse a Bibbiena. Il popolo, che non sapeva leggere, lo guardava con una specie di meraviglia e di terrore, ma non capiva quello che portava scritto in petto, Espiazione, che voleva far palese il suo delitto, andò a bussare in casa Dovizi, che era la più sontuosa e magnifica della città, e chiese di parlare al signore. I servi cercavano di respingerlo, ma egli si sedé su un muricciolo accanto al portone, aspettando che il padrone uscisse, e allorché lo vide, gli disse: - Signore, io ti chiedo l’ospitalità; sono sfinito, estenuato; dammi un letto dove riposare e gettami un tozzo di pane. Il signore lo fissò e gli rispose: - Non ospito traditori, ma sono cristiano e non nego un tozzo di pane a chi me lo chiede. E, rientrato in casa, fece gettare dai suoi servi una pagnotta all’infelice. A questa scena avevano assistito molte persone, perché la casa dei Dovizi era situata nella via più popolata della piccola città. Queste, udendo che il forestiero dallo strano ceffo stravolto era un traditore, lo circondarono insultandolo e tirandogli in faccia le immondizie. - Iddio ve ne renda merito! - rispondeva Espiazione. - Di tutto il male che mi farete, io vi renderò sempre grazie, poiché mi spiana la via del Cielo. Il popolo si divertiva a sentirsi ringraziare, e siccome ha istinti feroci, rincarava la dose. Ora non tirava più soltanto all’infelice torzoli, bucce e sterco di cavallo, ma correva in piazza a far provvista di sassi, che scagliava nella testa e nel petto al disgraziato, il quale rimaneva un momento sbalordito, ma appena riavutosi, senza neppur pensare a tergere il sangue che gli correva lungo il volto, ripeteva: - Iddio ve ne renda merito! Egli sorrideva in mezzo ai suoi carnefici, perché udiva la dolce voce, che gli parlava al cuore, ripetere: - Hai molto, molto sofferto; coraggio, il momento del perdono è vicino. Quel baccano chiamò alla finestra la signora del palazzo, la bella e pietosa madonna Chiara Dovizi. Vedendo un uomo disteso in terra e grondante sangue, preso a bersaglio dal popolo, ella ordinò ai servi di raccoglierlo e di portarlo in una camera, sopra un letto, e con le sue stesse mani lavò il sangue delle ferite. Ma Espiazione era giunto all’ultimo istante della sua vita e sorrideva nonostante gli atroci spasimi. Egli chiese un prete, e, confessatosi, morì santamente dopo poche ore. Madonna Chiara, che per volere del morente aveva udito la sua ultima confessione, fece dare al cavaliere della Gherardesca onorata sepoltura nella chiesa di San Francesco, e sopra un mausoleo di marmo fece scolpire lo stemma gentilizio della potente famiglia pisana e il nome che il cavaliere aveva scelto: Espiazione. La badessa Costanza, informata della morte del pentito, scrisse alla famiglia di lui e rimandò a Bolgheri la spada e il pugnale dell’estinto, assicurando che il pentimento sincero aveva lavato la macchia della colpa.

- E qui è finita la novella dello stemma sanguinoso, - disse Regina rivolta ai suoi. I ragazzi non erano contenti della fine, e soprattutto volevano sapere se la bella Olimpia era proprio morta in seguito alla ferita, perché dalla novella non si ricavava. - Sì, - rispose la vecchia, - ecco una cosa che avevo dimenticato. I barbareschi, quando la videro esanime, caricarono sopra una barca tutti i tesori tolti alla sposa e quelli che avevano accumulati nella grotta, e andarono a raggiungere una nave che era in alto mare. Intanto il conte Valdifredo si era dato a cercare ovunque la sua bella sposa, e trovatala alfine morta nella grotta, le aveva dato sepoltura nel suo castello. Poi, desolato di tanta perdita, aveva costruito navi per dar la caccia ai barbareschi, e in una di quelle spedizioni aveva perduto la vita. Il castello di Bolgheri era così passato a un cugino, il quale aveva avuto dalla badessa Costanza la restituzione della spada e del pugnale. E dopo una breve pausa, la Regina domandò ai nipoti: - Ed ora siete contenti? - Sì, sì, nonna, contentissimi, e vi promettiamo che domenica saremo meno curiosi. - Peccato che Tonio e l’Annina non sentano le novelle! - disse Gigino. - Ma io le voglio tener a mente, e quando verranno le racconterò. - Che bel pasticcio ne farai! - risposero gli altri. - Pretenderesti forse di saper raccontar come la nonna? Il bimbo, umiliato da quella risposta, arrossì e stava per fare i lucciconi; ma la Vezzosa seppe consolarlo promettendogli che presto sarebbe venuto un bel bimbo, col quale egli si sarebbe potuto divertire; e di quel bimbo disse tante cose carine, che Gigino badava a ripeterle: - Zia, digli che si sbrighi a venire; io mi annoio solo; gli altri sono tutti grandi.