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Le novelle della nonna/Lo sposo d'Oretta

Lo sposo d'Oretta

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Il lupo mannaro Il Diavolo e il Romito
Lo sposo d’Oretta

L’Annina aveva dimostrato, nei primi giorni della settimana, un’allegria insolita. La gente di casa poteva illudersi che quell’allegria fosse provocata dal piacere di ritrovarsi in mezzo ai suoi, ma ella sapeva bene che aveva un’altra causa. Il suo cervellino, in quei giorni, viaggiava nel ridente avvenire, ed ella si vedeva già a Firenze, in una bella casa mobiliata come la villa della signora Durini, ben vestita, e accanto a sé scorgeva sempre quel Carlo, a cui volontariamente pensava. La ragazzina lo aspettava da un momento all’altro di ritorno da Firenze, e ogni volta che sentiva il passo di un cavallo e il rumore di una sonagliera sulla via maestra, si metteva in ascolto, oppure correva dietro ad una siepe per vedere se era lui. Tutte le vetture, passando, si fermavano a Farneta per prendere i trapeli, e in quei giorni ne passavano molte; perciò l’Annina ogni momento era in palpiti. Ella non era molto affezionata a Carlo, perché lo conosceva troppo poco, ma si sentiva tanto lusingata che egli l’avesse scelta, che quella soddisfazione di amor proprio prendeva quasi le apparenze dell’affetto, o almeno gliene dava le ansie e i timori. Ma il mercoledì, non vedendolo giungere, l’Annina, non potendo più aspettare, s’era lasciata tentare dai fratelli e dai cugini a seguirli in una passeggiata che volevan fare in certi boschi lontani, dove abbondavano i funghi. Ella si lusingava di tornare a mezzogiorno, sapendo che poco dopo giungeva il treno a Poppi, ma invece i piccini s’indugiarono e non furono a casa altro che dopo le due. Affamati, rossi in viso e carichi di funghi, i piccini Marcucci entrarono in cucina, ma invece di correre a pigliare i tegami della minestra che la massaia soleva serbare intorno al fuoco per quelli che non s’erano messi a tavola col resto della famiglia, rimasero inchiodati sulla porta. L’Annina, anzi, se non fosse stato perché perché, sarebbe scappata via vedendo Carlo seduto fra il babbo e la Regina. - Vieni avanti, - le disse questa, - il signor Carlo ti aspetta. La ragazzina si fece rossa vedendo Carlo che si era alzato e le andava incontro a salutarla. Pareva che le donne di casa avessero aspettato lei per isbandarsi. Tutte si rammentarono proprio in quel momento che i loro bimbi non avevano desinato, e sopra una tavola laterale prepararono i piatti; la Regina disse che sarebbe andata a fare un pisolino, e Maso, rivoltosi all’Annina, le disse di condurre il giovine a veder l’orto. Si capisce che Carlo, vedendosi incoraggiato a quel modo, cogliesse il momento per esternare all’Annina l’animo suo. Non c’è bisogno di ripetere ciò che egli disse. Basta narrare che un quarto d’ora dopo il giovane rientrava nella grande cucina di casa Marcucci, e andando difilato dalla Carola, le diceva: - Vi contentate che da qui avanti vi chiami mamma? Fra un anno avrete un figliuolo di più. Figuriamoci la felicità generale e quella dell’Annina! Le donne circondarono subito gli sposi, e Carlo, che era un giovane assennato, disse che con i pochi capitali che aveva messi da parte, intendeva di mettere subito a Farneta una cantina. Per ora avrebbe comprato le uve dai contadini per fare con quelle un tipo di vino che sperava smerciar bene, mercè i molti rapporti che aveva con albergatori di fuorivia; in seguito si sarebbe dato anche alla coltivazione delle vigne. Intanto, però, affidava a Maso la direzione della cantina e gli assegnava la metà sugli utili. Un sospiro di sollievo uscì dal petto della Regina, la quale, attratto a sé Carlo, lo baciò in fronte, dicendogli: - Lei non sa quanta consolazione mi porta! Se volevano approfittare della prossima raccolta non c’era da perder tempo. Così Carlo e Maso visitarono subito la tinaia di Farneta, e stabilirono il numero e la capacità dei vasi da vino che occorreva comprare. Il giovane affidò una sommetta al suo futuro suocero, rimettendosi interamente all’esperienza di lui. Insieme con Carlo, era il benessere che rientrava in casa Marcucci, la tranquillità perduta, e tutti eran matti dalla consolazione. Quella sera stessa lo sposo, accompagnato da Maso, ricondusse l’Annina dalla signora Durini, e il capoccia, sul tardi, passo passo, se ne tornò a Farneta. Tutta la settimana i Marcucci furono in faccende. Maso girava le fattorie in cerca di tini, di botti e di bigonce, e quando non trovava vasi usati, li ordinava a Poppi; i fratelli intonacavano la tinaia, la sbarazzavano degli attrezzi vecchi, riaccomodavano il tetto; insomma, tutti lavoravano per preparare la dimora al nuovo ospite di guadagno, dal quale speravano la prosperità della famiglia. Si trovarono alla domenica senza accorgersene, paghi del lavoro già compiuto, e fu con una grande allegria nel cuore che si riunirono, sull’imbrunire, attorno alla loro buona vecchietta, che consideravano come l’angiolo tutelare della famiglia. La Regina, lieta anch’essa, incominciò a dire:

- C’era una volta a Porciano un certo conte Sigismondo, il quale non aveva altri sulla terra che una figlia bellissima per nome Oretta. Il Conte era altero di lei, ma spesso l’affliggeva, perché soffriva di gotta, e quando era in preda a uno di quegli attacchi che lo facevano tanto smaniare, andava in bestia. Il Conte non poteva muoversi più dal suo castello, anzi, da un seggiolone, e il ricordo delle guerre, delle cacce, dei tornei, a cui non poteva più partecipare, gli faceva parere anche più dolorosa la sua infermità. Se poi udiva da lungi il suono del corno e vedeva i suoi due levrieri alzar le orecchie e correre, impazienti di seguire la caccia, diventava più noioso e più rannuvolato del solito. Un giorno Oretta era seduta dinanzi a lui, occupata a ricamare un velo. - Figlia mia, - le disse il vecchio, - per darmi un po’ di calma, ti sentiresti la forza di farmi una promessa? - Sono vostra figlia, comandatemi e ubbidirò con piacere. - Ebbene, Oretta, io mi accorgo che la tua vita accanto a me non è lieta. Però io non posso assuefarmi al pensiero che anche tu debba abbandonarmi per seguire uno sposo. Ebbene, promettimi che non mi lascierai se non che guarito o morto. - Io non desidero altro che assistervi; non mi mariterò mai. Questa risposta spontanea, rasserenò il Conte; ma poi, riflettendovi, gli parve una ingiustizia di sacrificare la gioventù e la bellezza della sua unica figlia. Un giorno il vecchio, pensa e ripensa, ebbe una specie d’ispirazione, ed esclamò: - Oretta sposerà colui che mi guarirà! - E allora, sorridente già alla nuova speranza, aggiunse: - Anche se egli fosse povero e di oscuri natali, lo sceglierò per genero. Porterà il mio nome, non avendo io figli maschi. Sì, è stabilito: darò il feudo di Porciano e la figlia mia a chi mi renderà la salute! Il cappellano fu subito fatto chiamare ed ebbe ordine di copiare su alcuni fogli di pergamena questa risoluzione del conte Sigismondo, e di trasmetterla in tutti i castelli vicini, e poi di far montare a cavallo Leone, lo scudiero preferito del Conte, insieme con un araldo, per fare annunziare la notizia in tutto il Casentino. Leone era un giovane bello, ma di nascita oscura. Però aveva dimostrato in molte occasioni la sua perizia nelle armi e il suo valore. Spesso gli era concesso il favore di recitare versi in presenza della bella Oretta, o di accompagnare con la viola le serventesi che ella cantava per distrarre le tristi serate del padre. E Leone s’era preso di amore per la bella castellana e non lasciava mai il suo castello senza prima inviarle furtivamente un bacio con le dita; insomma, per lei avrebbe dato la vita. Figuriamoci con che cuore egli sentisse annunziare dall’araldo che il primo villano venuto, purché avesse saputo guarire dalla gotta il conte Sigismondo, avrebbe ottenuto la mano della figlia! Non bastava che temesse da un momento all’altro di vederla andare sposa a uno dei signori dei castelli vicini: ora tutti potevano aspirare a Oretta; tutti! Col cuor affranto, egli seguì l’araldo fino ad Arezzo; ma al ritorno, invece di riaccompagnarlo a Porciano, s’internò nei boschi e costì, a voce alta, si diede a sfogare il suo dolore. Mentre parlava, sentì una voce umana uscire dal tronco di un vecchio albero di castagno. Le lacrime offuscavano la vista del povero scudiero; egli le terse, guardò il tronco e vide che era vuoto e formava una specie di grotta rivestita di borraccina, nella quale apparve un vecchietto con la lunga barba bianca, in veste d’eremita. Quel vecchio aveva inteso qual cruccio opprimeva il cuore di Leone, e gli disse in tono benevolo: - Vieni meco, figlio mio, forse potrò sollevare le tue pene. Il tronco dell’albero era assai vasto per contenere due uomini. Non vi era altro che un letto di foglie secche, una croce di legno, e una pietra che faceva da sgabello. - Coraggio, - disse il romito dopo aver fatto cenno a Leone di sedersi sullo sgabello. - Credi pure che nel mondo vi sono afflizioni maggiori delle tue pene di amore. Per mostrartelo, ti voglio narrare la mia storia. Lo scudiero fece un gesto rispettoso per indicare che era pronto ad ascoltarlo. - Colui che ti parla, - prese a dire il romito, - fu uno dei più potenti signori della corte di Ferrara. Aveva feudi, ricchezze, e quel che è meglio ancora, una numerosa discendenza. Una volta, quando il duca, mio signore, mosse guerra ai Veneziani, io avevo intorno a me, sotto la stessa bandiera, tredici uomini fra figli e nipoti. E li ho veduti tutti cadere, uccisi dal nemico, in una battaglia o in un’altra. Dopo tanta rovina, ho rinunziato al mondo, ed eccomi ridotto a menare vita d’anacoreta, cambiando spesso paese, pregando sempre per i miei morti. Le bestie dei boschi sono ora i miei soli compagni; la mia dimora sono le grotte e i tronchi degli alberi; i giorni lieti sono quelli in cui posso fare un poco di bene al mio simile. Un cristiano non è mai assolutamente misero; gli rimane sempre la speranza in una vita migliore, la speranza in Dio! Leone fu commosso dalla dolce rassegnazione del vecchio, e gli disse: - Padre venerando, io sono sicuro che le vostre preghiere sono ascoltate in Cielo. Pregate per me, affinché io trovi un rimedio per il Conte, e possa divenire il marito della dolce e bella Oretta. - Pregherò, figlio mio; torna a visitarmi fra una settimana e speriamo ch’io possa consolare il tuo cuore afflitto. Lì per lì Leone si sentì rinfrancato; ma appena fu un po’ lontano dal castagno, lo prese il dubbio. Che cosa poteva fare un povero romito per la guarigione del Conte? Era pazzia di sperare. Nel giungere a Porciano, il giovane scudiero salì nella sua cameretta, che guardava la campagna, e si mise alla finestra. Da lungi egli vide una comitiva che si dirigeva al castello, e poco dopo vide abbassarsi il ponte levatoio. - Ecco già un pretendente alla mano di Oretta! - pensò il povero giovane, e in fretta discese le scale e si appostò nel cortile. Era infatti una specie di ciarlatano vestito di stoffa di molti colori e seguìto da due servi e da due muli, carichi di cassette. - Guidami dal tuo signore, - disse rivolto a Leone, - io gli porto un rimedio infallibile. Il giovane scudiero, sgomentato dalla sicurezza con cui parlava il ciarlatano, diceva fra sé: - La bella e delicata Oretta andrà nella mani di questo villano? Dio mio, non lo permettete! E intanto non si moveva per guidarlo al conte Sigismondo. - Ho parlato a te; - disse con piglio di comando il ciarlatano, - ubbidisci! Leone salì le scale con la testa bassa, e poco dopo introduceva il ciarlatano alla presenza del Conte. - Ho udito il tuo bando, e vengo a portarti la guarigione, nobile signore. Non è il desiderio di acquistar ricchezze che mi ha spinto a prestarti i miei lumi, ma la fama della bellezza di tua figlia. Prima di cominciare la cura, lascia che io veda la mia sposa. Leone si sentì morire udendo quelle parole, e quando vide entrare Oretta tutta turbata e vergognosa, avrebbe volentieri punito con la spada lo screanzato che osava offenderla con lo sguardo. - La fama non mentisce, - disse il ciarlatano, dopo che ebbe squadrato la fanciulla da capo a piede. - Ora, signore, assegnami alcune stanze nelle quali io possa preparare i miei unguenti e in breve avrò debellato il tuo male. Il ciarlatano fu subito condotto a un quartiere destinato agli ospiti, e Oretta ritornò nelle sue stanze a piangere. Ella era figlia sottomessa, ma le pareva un sacrifizio troppo grande quello di unirsi con un uomo come quello screanzato ciarlatano. Quanto soffrisse poi il povero Leone, non si descrive; e la notte, senza poter prendere sonno, stette sempre a pensare al modo di strappare Oretta a quell’uomo indegno di lei. La mattina dopo il ciarlatano incominciò la cura e coprì di empiastri le gambe del Conte. Ogni momento egli domandava: - Come ti senti, nobile signore? - Male, - rispondeva il conte Sigismondo. E infatti smaniava, urlava, minacciava di gettar via gli empiastri, tanto lo spasimo erasi fatto intollerabile, e il ciarlatano sorridendo esclamava: - Pazienza, queste sofferenze sono la prova più chiara, più evidente che questo mio specifico, il quale rese la salute a tanti re, imperatori e papi, produce l’effetto voluto. Domani, nobile signore, sarai guarito, completamente guarito. E il Conte pazientò tutta la notte; ma il domani, vedendo che le sue gambe si erano gonfiate in modo spaventoso e soffrendo pene atroci, buttò via gli empiastri e ordinò a Leone di cacciare subito dal castello il ciarlatano. Figuriamoci se il giovane scudiero eseguisse con piacere l’ordine ricevuto! In pochi momenti il ciarlatano, i servi e tutte le carabattole portate da loro, erano fuori di Porciano, e il povero scudiero respirava liberamente. Ma il sole non era ancora tramontato, che eccoti un nuovo ospite. Era questi un uomo magro allampanato, tutto vestito di nero, che si spacciò per un fisico di vaglia, sciorinando attestati di signori. Leone dovette introdurlo presso il Conte e guidarlo nelle stanze destinategli. Al contrario dell’altro, costui parlava poco e non chiese di vedere Oretta. Però volle esser lasciato solo col Conte, dicendo che non avrebbe potuto curarlo in presenza di terzi, e si rinchiuse nella camera del malato. Leone, che era molto affezionato al suo signore, non era punto tranquillo. Che cosa voleva mai fare così solo quello sconosciuto? Egli avvertì Oretta di questo fatto, e la buona fanciulla, che ormai aveva gli occhi sempre pieni di lagrime pensando alla sorte che l’aspettava, gli disse: - Leone, non ti muovere dalla porta della camera di mio padre; veglia su di lui e avvertimi se avviene qualche cosa d’insolito. Gli ordini d’Oretta erano sacri per Leone. Il giovine si appostò all’uscio della camera del Conte, e in tutta la notte non lo sentì mai lamentarsi. Quel silenzio del malato, che avrebbe dovuto rassicurarlo, invece lo agitava. Quali farmachi aveva mai usati lo sconosciuto per farlo così lungamente e profondamente dormire? La mattina Leone riferì ad Oretta il risultato della veglia e la supplicò di ottenere una parola dal Conte, anche attraverso la porta chiusa. Oretta andò all’uscio e chiamò: - Padre mio! Nessuna risposta. - Padre mio, come ti senti? Nulla. Allora la fanciulla incominciò a tremare e ingiunse al fisico di aprire. - Voi, madonna, volete rovinarmi; - rispose questi, - finché vostro padre non è guarito, nessuno deve vederlo. - Io sono sua figlia e voglio entrare. - Voi non entrerete, perché io non aprirò. Oretta fece un cenno a Leone ed il giovane, con un pugno, abbatté la porta. Il Conte giaceva esanime sul letto, più pallido di un cadavere. - Voi l’avete addormentato; destatelo, - ordinò Oretta al fisico. Questi, per tutta risposta, si gettò ai piedi della fanciulla e disse: - Madonna, da più ore tento di destarlo, ma non vi riesco. Gli ho amministrato una bevanda per calmare i suoi dolori, e ora non posso distruggerne l’effetto. - Impostore! - esclamò Oretta, - che sia rinchiuso in una prigione; e se il Conte soccombe, egli morrà! L’ordine di Oretta fu subito eseguito con giubilo da Leone, il quale, tornato dalla fanciulla, le chiese il permesso di recarsi dall’eremita, per indurlo a pregare per il Conte. Intanto la settimana era trascorsa e il vecchio attendeva Leone sul limitare della sua cella, rivestita di borraccina. Quando lo scòrse da lungi, gli fece un amichevole saluto e gli disse: - So tutto; un angiolo mi è apparso in sogno e mi ha rivelato qual pericolo corre il Conte. Per salvarlo dalla morte tu devi subito ungergli il corpo con l’olio di gelsomino e introdurgli in bocca questa ghianda, che ho trovato accanto a me nel destarmi, e che l’angiolo solo può avermi recato. Dopo, confido di guarirlo dalla gotta e di farti assegnare l’ambito premio. Leone spronò il cavallo, e in poco tempo giunse a Porciano. Il Conte era sempre privo di conoscenza; Oretta si struggeva in lagrime. - Come faremo ora a trovar l’olio di gelsomino? - diss’ella quand’ebbe udito la narrazione del sogno del romito. - Rimonta a cavallo, o scudiero fedele, e riportamelo più presto che sia possibile. Leone sapeva che le monache di San Giovanni Evangelista di Pratovecchio, solevano distillare essenze, e si rivolse a quel monastero. - Ti aspettavo, - disse la Badessa al giovine allorché ebbe esposta la sua richiesta. - Stanotte mi è apparso un angiolo e mi ha detto: «Madre Badessa, prepara olio di gelsomino in gran quantità per guarire il signor di Porciano». Dopo queste parole, Leone non dubitò più che il suo signore non guarisse e che Oretta non fosse un giorno sua sposa. A spron battuto egli tornò al castello, e dopo che ebbe unto con l’olio di gelsomino tutto il corpo del suo signore, gli pose in bocca la ghianda, e attese. Di là a poco il Conte dischiuse gli occhi e disse: - Quanto ho dormito, o mio fedele scudiero. Mi pare di aver riposato un’eternità. Oretta fu subito avvertita del fatto, ed ella disse a Leone, appena le fu dato di trovarsi con lui: - Tu meriti una grande ricompensa per la tua devozione; chiedi. - Quello che io ambisco, mia dolce signora, è vera follia. - Ma parla, Leone! - Il vostro affetto, madonna. Oretta non rispose, ma toltasi dal petto una rosa carnicina, l’offrì al giovine, che vi posò le labbra. Il Conte si riebbe presto dallo spossamento cagionatogli dal lungo letargo; ma la gotta lo tormentava sempre ed egli invocava un sollievo, quando un giorno si presentò al castello il romito e chiese di parlare al signore. Leone, nel vederlo, fremé. Come, quel vecchio, cui aveva aperto l’animo suo, quel vecchio che gli aveva promesso aiuto, veniva ora a curare il Conte per ottenere il premio promesso? Il sospetto si avvalorò nell’animo di Leone, vedendo che il romito fingeva di non conoscerlo e di non averlo mai veduto prima. Il Conte però, che si era ormai insospettito, non accolse il romito a braccia aperte, come aveva fatto col ciarlatano e col fisico, e volle sapere quali rimedî avrebbe usati per guarirlo. - Un rimedio semplicissimo, - rispose il vecchio. - Ho portato meco alcune bottiglie di un’acqua sorgiva efficacissima; tu ne berrai due bicchieri al giorno, e in capo a una settimana la gotta non ti tormenterà più. Il Conte sorrise e rispose: - Io non credo all’efficacia della tua acqua, ma siccome mi pare cosa innocua, mescila ed io la berrò. E infatti ne trangugiò un bicchiere intero. Il romito chiese il permesso di ritirarsi in una stanza lontana per pregare a suo agio, e disse che la mattina dopo sarebbe tornato dal Conte. Questi, sera e mattina, beveva l’acqua e ne risentiva grande giovamento. Il terzo giorno i dolori erano cessati, il quinto camminava speditamente e il sesto poté inforcare un cavallo. Allora, ricordando il bando fatto, ordinò a Oretta di tenersi pronta per la celebrazione delle nozze, poiché l’acqua del romito lo aveva guarito e intendeva compensarlo degnamente. Oretta pianse tutta la notte. Le era impossibile di accettare quel vecchio cadente per marito; ma pure occorreva chinar la testa e ubbidire. Per ordine del padre ella dovette vestirsi sontuosamente e attendere lo sposo. Ella sperava almeno che il romito avrebbe lasciato quell’abito di rozza saia, rattoppato, che portava, ma invece egli si presentò nella sala, in cui erano adunati tutti i Porcianesi, scalzo e con la tonaca tutta a brandelli. Oretta piangeva, Leone fremeva dal dispetto. Il romito offrì la mano alla bella fanciulla che pareva una vittima che andasse al supplizio, non che una sposa sorridente alla futura felicità, e insieme si diressero alla cappella del castello e s’inginocchiarono dinanzi all’altare. Ma quando il cappellano prese l’anello per benedirlo, il romito si alzò dal suo posto e rivoltosi al Conte, gli disse: - Signore, è vero che ti ho guarito, non per virtù o scienza mia, ma per volere di Dio. Sappi peraltro che io fui intenerito dai lamenti del tuo fedele scudiero Leone, il quale si strugge d’amore per la tua Oretta. Ed io, per consolarlo, ho pregato il Signore di guarirti, e l’Onnipotente mi ha mandato due volte i suoi angioli; una volta ho potuto salvarti dal letargo e dalla probabile morte, mercè i suggerimenti di un angiolo; un’altra, ho potuto scoprire la sorgente che ti ha liberato dalla penosa infermità. Io dunque potrei, secondo la tua promessa, condurre in sposa Oretta; ma ti supplico invece di concederla al tuo fedele scudiero, a Leone, che l’ama teneramente. Leone impallidì, Oretta rimase a capo chino sull’inginocchiatoio, pazza di gioia, ansiosa e tremante, attendendo la risposta del padre. - Santo romito, - disse quegli, - tu hai saggiamente parlato. Una giovane fiorente non può essere la compagna di un vecchio, né si deve unire la splendida primavera al gelido inverno. L’amore, inoltre, comanda amore, e Leone avrà la figlia mia, ma non prima che egli si sia meritati in qualche battaglia gli sproni di cavaliere; che egli parta, che si copra di gloria e torni qui, dove troverà un padre affettuoso e una sposa fedele. Al cappellano non rimase altro che andarsi a spogliare degli abiti sacerdotali. Il romito tornò ai suoi boschi, e Leone partì, dopo aver ricevuto in dono dal Conte un cavallo bellissimo e una spada, e da Oretta una sciarpa di seta, riccamente trapunta dalle sue mani. Pochi mesi dopo, una sera si udì echeggiare il corno sotto le mura del forte castello e uno scudiero andò ad annunziare che il cavaliere Leon Forte desiderava rendere omaggio al signor di Porciano. Il ponte levatoio fu subito abbassato, e il cavaliere e la sua scorta penetrarono sotto le vôlte di pietra della feudale dimora. Il Conte non riconobbe a prima vista nel bel cavaliere, vestito di maglia, il giovinetto partito poco prima da Porciano in cerca di gloria; ma allorché Leone alzò la visiera dell’elmo, egli gli buttò le braccia al collo, chiamandolo: - Figlio, figlio mio! Allora il cavaliere chiese che fosse avvertita la sua sposa, e inginocchiatosi dinanzi a lei disse: - Per te ho combattuto e vinto, diletta del mio cuore. Partendo di qui, mi sono unito ai cavalieri di Carlo d’Angiò, che movevano alla conquista del reame di Sicilia. Ho combattuto a Tagliacozzo, nelle prime file, sempre col nome tuo sulle labbra; ho fatto strage di nemici, e il re, per ricompensarmi, mi ha creato cavaliere e mi ha investito di un feudo, cui ha dato il nome di Forte. Oretta, sono degno di te; supplica tuo padre che egli esaudisca i nostri voti. Oretta non ebbe bisogno di parlare; il Conte, alzatosi, aveva presa la mano di lei e l’aveva posta in quella del prode cavaliero. Alcuni giorni dopo furon celebrate le nozze; il romito non vi assisté. Egli era sparito senza lasciar traccia di sé, sparito per sempre. Leone raccolse la croce di legno, costruita da quelle sante mani, e volle che essa fosse collocata nella cappella in memoria di colui che era stato il suo protettore. Il Conte, ormai guarito, aveva ripreso la sua vita attiva di cacce e di scorrerie, e visse lunghi, lunghissimi anni vedendo Oretta felice con lo sposo di sua scelta, e con i suoi numerosi figli. La sorgente scoperta dal romito s’era esaurita, ma il Conte morì di vecchiaia e non ebbe più bisogno di ricorrere a nessun’acqua curativa. Leone, dopo la sua morte, amministrò saggiamente il feudo della moglie, e l’affetto unì quei due cuori in modo indissolubile per tutta la vita.

Il professor Luigi, quando la Regina ebbe terminato di narrare, le fece al solito i complimenti, e quindi volle sapere dove si trovava Porciano. Cecco si offrì di accompagnarvelo il primo giorno di festa. Dopo questo, il discorso fu riportato sul grande avvenimento della settimana, che occupava grandi e piccini: sul matrimonio dell’Annina. - Che farà ora? - domandò Vezzosa. - Ve lo dirò io. L’Annina, in questo momento, è a tavola, - disse il professor Luigi. - Ma se la signora Durini pranza allo scoccar di mezzogiorno! - Non vi ho mica detto che pranzava alla villa. Oggi i proprietarî dell’albergo, che sono a Camaldoli, festeggiano la sposa futura con un pranzo sull’erba, verso l’eremo. Io non sono profeta; ma un uccellino, che mi onora delle sue confidenze, me lo è venuto a dire mentre leggevo in giardino. - Ed io aggiungerò, - disse Beppe, che era stato ad accompagnare i forestieri e tornava in quel momento, - che il signor professore sbaglia. Il pranzo c’è stato, ma a quest’ora gli invitati lo hanno quasi digerito e, se non sbaglio, si divertono a lanciar razzi e dar la via a palloni. Dirò di più, e questo il signor professore non lo sa: l’Annina ha trovato sotto il tovagliolo un orologio e una catena d’oro. La Carola, che aveva ascoltato in silenzio, incominciò a singhiozzare. - Ohè, ci sono i lucciconi? - domandò Maso. La Carola non rispose, e i bimbi rimasero a bocca aperta. In famiglia non vi era nessuno che avesse l’orologio d’oro. Il capoccia e i fratelli avevan certi cipolloni d’argento, buoni per cuocerci le uova, ma che formavano l’ammirazione dei ragazzi. Gigino stette un momento pensieroso e poi disse: - L’Annina mi vuol tanto bene: se glielo chiedo, me lo darà. - Aspettalo! - gli risposero. - Vedrete! Tutti risero alla scappata del bimbo e la veglia si sciolse.