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Le novelle della nonna/Il Diavolo e il Romito

Il Diavolo e il Romito

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Lo sposo d'Oretta Il Cero umano
Il Diavolo e il Romito

L’energia, la speranza rinata, si leggevano in viso ai Marcucci. Ma nonostante che il lavoro fosse molto, Cecco sudava sempre a spaccar le pietre, Beppe andava a lavorare a Soci tutte le mattine e Tonio era su a Camaldoli dall’ispettore Durini. Il capoccia, ora che alcuni dei suoi si erano impiegati fuori di casa, li lasciava proseguire la loro via, pensando che i figlioli e i nipoti crescevano e avrebbero potuto anche aumentare, e che il podere, se bastava negli anni buoni a campare la famiglia, era insufficiente in quelli cattivi, e quindi era meglio premunirsi contro questi. Egli e i suoi tre fratelli maggiori, poco distolti dai preparativi della scarsissima vendemmia, eran tutti intenti ad accomodare i tinelli per il Buoni, e a girare il Casentino in cerca di buone uve da accaparrare. Un soffio di vita li animava e non parevan più i medesimi. Il contadino toscano, per quanto laborioso, tende a rinchiudersi, come fa la chiocciola, nel suo guscio. La uniformità del lavoro e il lavoro costante, gli fa perder di vista tutto ciò che è all’infuori del suo podere. Ora, quei quattro uomini, spinti dalla molla potente dell’interesse, riacquistavano nuova energia, e questa energia si leggeva nei loro volti. Quanto ne fosse lieta la Regina non si può dire. Ringiovaniva anch’essa, e trotterellava per la casa dando una mano alle nuore in tutte le faccende; e nel dopopranzo si sedeva sull’aia a lavorare per il futuro nipotino, per il figlio di Vezzosa, col pensiero rivolto all’Annina, la quale portava sulla famiglia una nuova benedizione. Ogni giorno giungeva qualche lieto messaggio da Camaldoli: ora era Tonio che scendeva in compagnia del padrone andando a fare un’ispezione in un bosco; ora erano i ragazzi che tornavano da accompagnare qualche forestiero, e sempre portavano notizie dell’Annina e di Carlo. Il fidanzato era tutto premure per la sua promessa sposa e la copriva di piccoli doni, adattati alla condizione di lei. Ognuna di quelle notizie era molto commentata dalla famiglia e dava argomento a lunghi discorsi. E tale era il cicaleccio dei ragazzi, che la domenica si erano scordati di chiedere alla nonna la solita novella, tanto che, se non se ne fosse rammentato il signor Luigi, essi avrebbero lasciato passare quel giorno senza ripensare alla narrazione della nonna. Invitata dal vecchio signore, la Regina prese a dire:

- Tanti, ma tanti anni fa, un santo uomo, che nessuno sapeva chi fosse né di dove venisse, s’era stabilito nel folto di un bosco vicino a Bibbiena. Era un uomo alto, magro, con due occhi che parlavano senza che egli aprisse bocca, e una voce che pareva una musica. Ogni domenica questo Romito andava a Bibbiena e si metteva in piazza a predicare al popolo. Egli parlava un linguaggio che tutti capivano; raccomandava la devozione a Dio, l’affetto per il prossimo e la carità, e la sua voce era così attraente, e la sua parola tanto persuasiva, che la gente abbandonava le osterie ed i giuochi per correre ad ascoltarlo. Non v’erano più risse in paese; i nemici di antica data, commossi da quella parola dolce e penetrante, smettevano le animosità e facevano la pace. Da più anni, a Bibbiena, nessuno aveva rubato, nessuno aveva ucciso e nessuno aveva fatto danno al prossimo, e tutti quelli che morivano, volavano dritti in paradiso, senza far neppure una piccola sosta in purgatorio. Il Diavolo, vedendo che Bibbiena non gli dava più nessun contingente di anime, disse: - Bisogna che vada a fare un viaggetto in cotesto paese; così le cose vanno male. E senza neppur prendere seco un poco di bagaglio, soltanto camuffato da cavaliere, scese a Bibbiena. A tutti i crocevia le lampade ardevano dinanzi alle immagini sacre; dai monasteri partivano canti pietosi, e il Diavolo, per quanto cercasse, non trovò neppure un’osteria aperta. - Era tempo che scendessi in questa terra, - egli disse, mentre percorreva le vie deserte. - Qui la gente è troppo buona. Bisogna che io inventi qualcosa per tirarla a me. Bussò a un albergo e, dopo aver tempestato un pezzo, riuscì a farsi aprire. L’oste lo condusse in una cameretta, ma il Diavolo, appena vide un fascio di ulivo benedetto e una piletta d’acqua santa a capo del letto, indietreggiò, e disse: - In questa camera c’è un puzzo di rinchiuso che soffoca; datemene un’altra. L’oste lo condusse in una seconda, ma la vista di quelle due cose che lo fanno sempre fuggire, spinsero il Diavolo a non accettarla. - Dormirò sulla panca del focolare; - disse, - lì l’aria non manca. E così il Diavolo passò la notte in riposo. La mattina dopo si fece fare una frittata col prosciutto, una di quelle frittate che erano celebri anche all’inferno, perché vi avevano mandati tanti Casentinesi ghiottoni; e mentre l’ostessa sbatteva le uova, il Diavolo la faceva parlare. - Come mai, - le domandava, - qui non si trova neppur un’osteria aperta giungendo di sera? - Non avreste detto così qualche anno addietro, - rispose l’ostessa. - Allora eran tutte piene di giuocatori e di ubriaconi, e ogni momento correva il sangue per le vie; ma dacché in paese c’è il Romito, tutti si sono pentiti, e le benedizioni del Cielo piovono sulla nostra Bibbiena. Non vi sono più poveri, perché tutti lavorano, e anche chi stenta, si contenta del suo stato, sperando in una vita migliore, che si cerca di acquistare con la tolleranza, il perdono delle offese e la carità del prossimo. Il Diavolo aveva saputo quanto gli premeva di sapere e dopo aver mangiato la frittata, di cui fece molti elogi all’ostessa, andò in cerca del Romito. Non stentò a trovarlo, e appena lo ebbe veduto, gli disse: - Io credo, o mortale, che tu usurpi i miei diritti! - Perché? - domandò l’altro umilmente. - Sai bene che, nonostante il tuo Nazzareno sia morto in croce per redimere il genere umano dal peccato, metà della gente che muore, se non più, deve venire a popolare il mio regno. Se il tuo Nazzareno voleva davvero che tutto il genere umano salisse nel suo paradiso, doveva incominciare dal togliergli la carne, che è quella che induce gli uomini a peccare. - Addietro, Satana! - urlò il Romito facendosi il segno della croce. Il Diavolo fuggì facendo un ghigno tale, che echeggiò lontano nel bosco. Ma non per questo si diede per vinto, e passo passo ritornando verso Bibbiena, si mise a pronunziare parole misteriose in una lingua che nessun uomo parla, né capisce sulla terra. A quelle parole uscirono dalla profondità del bosco, dal fondo dei torrenti, dalle fratte, dai cespugli, una quantità innumerevole di animali spaventosi, di ogni forma e di ogni colore, come serpi, vipere, ramarri, grosse lucertole, salamandre, rospi e bòtte. Più il Diavolo camminava accostandosi alla città, e più il suo strano corteo, composto di rettili striscianti la terra o saltellanti, si ingrossava. Quando fu giunto al basso della collina su cui s’ergeva la città, Satana si fermò e disse a quella turba, nel linguaggio che ella capiva: - Salite, invadete, spaventate! E i rettili salirono alla città, invasero le vie e le case, spaventarono gli abitanti penetrando nelle camere, nei letti, nelle culle dove riposavano i bimbi lattanti, nelle dispense dove la gente serbava le provviste, in ogni cantuccio, in ogni luogo, meno che nelle chiese e nei conventi. Il pensiero dei poveri abitanti di Bibbiena, colpiti da un flagello più spaventoso di quello che colpì l’Egitto al tempo della schiavitù degli ebrei, ricorse subito al santo Romito. Essi portarono nelle poche chiese della città i loro bambini e quindi abbandonando le loro case agli invasori, mossero in processione, con i sacri stendardi spiegati, verso il bosco, dove sapevano di trovare colui che li aveva resi buoni, caritatevoli e pii. Ma appena furono usciti dalla città, videro, in mezzo alla strada, un uomo tutto vestito di nero e circondato da un numero infinito di vipere, le quali alzarono la testa, misero fuori la lingua e, come una schiera di saettatori, mossero all’attacco degli uomini salmodianti. Questi, spaventati, voltarono le calcagna e si diedero a fuga precipitosa, e una volta dentro la città sbarrarono le porte; ma le vipere, strisciando lungo le mura, salirono fino ai merli, e di lassù, con le fauci aperte, la testa eretta, parevano pronte a scendere nella misera Bibbiena. Intanto gli immondi animali, che già erano penetrati prima nelle case, avevano distrutto gran parte delle provviste e insozzate le altre, per modo che gli abitanti non avevano più da mangiare né da bere perché i pozzi e le cisterne erano pieni di bòtte e di serpi acquaiuole. Venne la domenica, giorno in cui il Romito soleva recarsi a Bibbiena, e gli abitanti, non vedendolo giungere, incominciarono a pensare che egli pure li avesse abbandonati, e, ritenendo inutili le preghiere, si diedero a mormorare contro il cielo e contro i santi. - A che ci è valsa la nostra devozione, se nessuno ci aiuta? - dicevano molti, che avevano veduti spirare i loro cari fra atroci spasimi, in seguito alle morsicature delle vipere. Intanto, nella lotta per non morire di fame, avvenivano risse; gli antichi rancori si riaccendevano e la gente, inferocita dallo spavento, dai dolori e dalle sofferenze, si allontanava dalla via del bene. Satana credé giunto il momento di impossessarsi di tutte le anime, e un giorno bussò alle porte della città. Aveva lasciato l’abito nero e nascondeva il volto maligno sotto il cappuccio di un frate francescano. - Chi è? - domandò l’uomo cui era affidata la guardia della porta. - Sono un francescano, - disse il Diavolo, facendo la voce umile. - Apritemi e vi libererò dal flagello che vi colpisce, Il guardiano della porta corse per il paese, cercando i cittadini più cospicui per riferir loro l’accaduto. Essi deliberarono che era meglio aprir subito, e mossero verso la porta, che si spalancò per lasciar entrare il finto frate. - Io vi prometto, - egli disse, - di liberare Bibbiena in poche ore dal flagello; ma voi dovete promettermi di non fare entrare più il Romito nel recinto della città; è lui che ha attirato sopra questo povero paese tanta maledizione. In quel momento i Bibbienesi dimenticarono i beneficî ricevuti dal pio Romito, e promisero tutto ciò che esigeva colui che si proclamava apportatore di salvezza. Il Diavolo incominciò a girare per le vie, a penetrare per le case e nei giardini pronunziando misteriose parole, che nessuno capiva. Però, a quelle parole, serpi, vipere, ramarri, salamandre, grosse lucertole, rospi e bòtte uscivano dai loro nascondigli, salivano su dai pozzi e dalle cisterne, sbucavano dalle tane, e intorno al frate si formava uno stuolo di quei ributtanti animali. Quando egli ebbe esplorato ogni luogo, mosse, seguìto da quel lurido corteo, verso la parte della città dalla quale era entrato, e, sceso nella pianura, disperse tutti i rettili pronunziando altre magiche parole. Dall’alto delle torri della città i Bibbienesi lo avevano seguìto con lo sguardo, e appena lo videro solo, gli andarono incontro riconducendolo a Bibbiena con grandi onori. Fu mandata subito gente nei paesi vicini a far provvista di vettovaglie, e la sera i signori della città offrirono al loro liberatore un banchetto. Il vino bevuto in grande quantità, dette alla testa a molti; nacquero delle dispute, un uomo fu ucciso, le osterie si ripopolarono, si riprese a giuocare, a bestemmiare, e nessuno pensava più al Romito né alle massime di pace, di rassegnazione e di carità che egli aveva predicato per tanto tempo. Una famiglia sola non partecipò alla baldoria generale. Questa famiglia si componeva di un vecchio padre e di due figli, i quali, prima che il Romito facesse udire la sua voce persuasiva ed ispirata, vivevano in continua discordia, con grande amarezza del vecchio. Un giorno, nel calore di una disputa, il maggiore di essi aveva preso un coltello ed erasi avventato contro il suo secondogenito, ferendolo al viso. La cicatrice di quella coltellata era ancora visibile, e il feroce e barbaro giovane, ora che si era pentito, la guardava di continuo. Appena un lampo di risentimento contro il fratello gli offuscava la ragione, la vista di quella ferita bastava a calmarlo e a suggerirgli sentimenti miti e buoni. Il vecchio e i due fratelli, udendo che il patto della liberazione di Bibbiena dal terribile flagello che li aveva colpiti si era che il Romito non riponesse più piede in città, li aveva indotti a non partecipare alla gioia generale e alle feste che si facevano in onore del liberatore. Essi erano tre poveri e rozzi uomini, ma facevano questi ragionamenti: - Se il frate ha paura del Romito, che aveva convertito tutta Bibbiena alla carità, alla tolleranza e al perdono delle offese, vuol dire che è un nemico del nostro bene, un ribaldo, forse il Diavolo in persona. E mentre tutti i cittadini bevevano, cantavano e giuocavano, padre e figli stavano rinchiusi nella loro casetta, pregando il Cielo di non abbandonare la loro città. E le loro preghiere furono udite in Cielo, dove le preci degli umili e dei buoni vengono trasportate dagli Angeli Custodi. E la Madonna s’impietosì sulla sorte di Bibbiena per l’intercessione di quel padre e di quei figli riconciliati dal Romito, e mandò loro una ispirazione. - Perché, - disse un giorno il padre, - non andiamo noi nel bosco a supplicare il Romito di riprendere le sue prediche? Egli, come quelli che sono mossi da vero spirito di carità, saprà affrontare i pericoli e trionferà del Demonio. Andiamo. E mentre la città era tutta immersa nei tripudî e nei sollazzi, il vecchio e i suoi due figli ne varcarono le mura, e andarono nel bosco. - Santo vecchio, - dissero allorché furono alla presenza del Romito, - perché hai abbandonata la nostra Bibbiena? - Io non avrei altro desiderio che quello di ritornarvi; - rispose il Romito, - ma il Diavolo vi ha stabilito il suo dominio e ogni tentativo per sloggiarlo mi pare inutile. - Vieni e tenta di cacciarlo. La fede non ti può mancare, e la fede opera miracoli. Il Romito pronunziò una breve preghiera, invocando l’aiuto del Cielo sulla impresa sua, e, accompagnato dai tre uomini, salì a Bibbiena. Nessuno guardava più le porte, perché il popolo faceva continua baldoria, e il Romito poté giungere sulla piazza della Pieve, senza che alcuno lo riconoscesse. Ma invano egli fece udire la sua voce dolce e persuasiva. Intorno a lui non vi erano altro che il padre e i due figli; il popolo, adunato nelle osterie e schiamazzante, non poteva afferrare le parole del santo uomo, il quale tornò nel bosco dopo lungo predicare. Però il Diavolo, che sapeva tutto ciò che avveniva in città, fu informato che i Bibbienesi non avevano tenuto il patto, e, adunatili la sera sulla piazza, li rimproverò acerbamente, minacciandoli di una nuova invasione di rettili, e designò i tre colpevoli, i quali vennero legati dal popolo inferocito, e rinchiusi in una prigione sotterranea. Ciò nonostante, il Romito tornò a Bibbiena dopo pochi giorni, attrattovi dalla carità verso quel misero popolo, e si mise di nuovo a predicare in piazza. Questa volta il suo uditorio si componeva di una vecchia, abbandonata nella miseria dai figli, i quali non lavoravan più per andare all’osteria a giuocare e a bere, e della moglie di un uomo ucciso in rissa. Le due povere donne piansero amaramente alle parole del Romito, il quale cercò di consolarle come meglio poteva. Anche questa volta il Diavolo fu informato di tutto, e disse fra sé: - Qui ci vuole un esempio, se no Bibbiena mi sfugge dalle mani. E appena calò la sera fece apparire sulla città tante lingue di fuoco che, abbassandosi, lambirono le mura e i tetti delle case. La gente, impaurita, temendo che l’incendio distruggesse le loro abitazioni, corse nelle vie e nelle piazze urlando e strascicandosi dietro i bambini. Il finto frate s’insinuò tra la folla e incominciò a pronunziare misteriose parole, che i grandi non udivano, ma che i piccini capivano bene. Con quelle parole prometteva loro giuochi, sollazzi, ghiottornie, ogni cosa che alletta la fantasia dei bimbi. E questi gli correvano intorno giulivi e lo seguivano. Quando ebbe radunati tutti coloro che potevano camminare, uscì da Bibbiena e si diresse verso un bosco, dove sapeva che vi era una grotta immensa, praticata nei fianchi di un monte, e ve li rinchiuse. Allora le lingue di fuoco cessarono di lambire le case, e la gente, dopo aver domato alcuni incendi prodotti da quelle, si diede a cercare i bambini. Le donne correvano sgomente per le vie chiamandoli con alte grida, gli uomini si spingevano fuori del paese, frugavano i boschi, urlavano, ma nessuna voce infantile rispondeva al loro appello e soltanto l’eco dei boschi ripeteva quei suoni desolati. Il finto frate, dopo aver compiuto il ratto dei bambini, ritornò in paese fra la gente afflitta e sconsolata. Appena i Bibbienesi lo videro, rammentando che li aveva liberati dai rettili, ricorsero a lui. - Rendeteci i nostri bimbi, - supplicarono essi, - e la nostra gratitudine sarà eterna. Il Diavolo fece un ghigno spaventoso. - Due volte, - egli rispose, - avete calpestati i nostri patti; due volte il Romito ha predicato in piazza. - Abbiamo punito coloro che lo fecero venire la prima volta, - risposero gli afflitti cittadini. - Ma non avete punito le donne che lo hanno ascoltato la seconda; mettetele a morte. - E chi sono? - domandò la folla. Il Diavolo le nominò. - Voi chiedete troppo, - risposero i cittadini, - la prima è una infelice già abbastanza provata dalla sventura; la seconda è una povera vedova; lasciatele dunque vivere, giacché non hanno mai fatto alcun male a nessuno. - Riflettete, - disse il Diavolo. - Se le ucciderete, i vostri bimbi ritorneranno in paese; se le lascerete vivere, non li vedrete più. Il finto frate, dopo aver pronunziate queste parole, sparì. I cittadini rimasero perplessi. Però non potevano risolversi a mettere a morte due innocenti; no, non potevano. - Il loro sangue ricadrebbe su noi in tanta maledizione, - dicevano i più saggi, - lasciamole vivere; Iddio ci renderà i nostri figli. E inteneriti e resi migliori da quella grande sventura, si riversarono nelle chiese, si prostrarono dinanzi agli altari e ripresero a recitare le preci che eran soliti innalzare a Dio allorché il Romito era di continuo in mezzo a loro, sostenendoli con la dolce e persuasiva sua parola. E spinti di nuovo sulla via del bene, liberarono i tre prigionieri che avevano condotto a Bibbiena il Romito, e le preci di questi e delle due donne salvate dalla carità popolare, operarono un vero miracolo. Il Romito, nella sua capannuccia, ebbe un avvertimento nel sonno. Egli si sentì chiamare da una voce celeste, che gli disse: - Va’ in città; lassù hanno bisogno di te. Il Romito si alzò nel cuor della notte dal suo giaciglio di foglie secche, e si avviò, in mezzo alle tenebre, verso Bibbiena. Il Diavolo però, che non lo perdeva di vista, gli suscitò contro una quantità di ostacoli. Prima di tutto il sant’uomo fu avvolto da una nebbia impenetrabile, ed egli, in mezzo alle alte piante, non trovava il sentiero battuto tante volte, di modo che dovette fermarsi per non camminare in una direzione opposta alla sua mèta, attendendo che sorgesse il sole. Poi, quando questo ebbe diradata la nebbia, si scatenò all’improvviso un temporale fortissimo. Fulmini spaventosi squarciavano le nubi, il vento turbinoso schiantava gli alberi, l’acqua torrenziale convertiva in fiumi i rigagnoli, la grandine percuoteva il volto del viandante, il quale dovette di nuovo fermarsi. Quando il temporale si fu sfogato, due serpenti, sbucati fuori da un ciuffo di felci, gli si avviticchiarono alle gambe, in modo che egli non poteva più camminare. Allora il Romito, supponendo che tutti quegli ostacoli fossero creati dal Diavolo, toccò con la croce i due rettili spaventosi, e questi si sviticchiarono e fuggirono via. Da quel momento egli poté continuare il cammino senza ostacoli, e giunse a Bibbiena. Il popolo, vedendolo, gli corse incontro esultante, e inginocchiatosi intorno a lui, gli disse: - Rendeteci i nostri figli; noi siamo peccatori indegni di perdono, ma intercedete per noi. E allora il sant’uomo s’inginocchiò in mezzo alla piazza della Pieve, e il popolo unì le sue preci a quelle di lui. Dopo aver lungamente pregato, il Romito volle venti uomini robusti e disse loro: - Seguitemi. Ed essi lo seguirono giù nella valle, ubbidienti ad ogni suo cenno. Mentre camminavano, egli pregava ancora. Allora si vide una bianca colomba staccarsi da un albero e volare prima verso un balconcino dove erasi affacciata una giovanetta e poi volare dinanzi a lui. Il Romito la seguiva, e finalmente ella si fermò sopra un grosso macigno. - Qui sono i vostri figli, - disse il Romito, - qui deve averli celati il finto frate. E i venti uomini si diedero, con quanta forza avevano, a smovere il macigno, ma non riuscirono neppure a scostarlo. - Qui è inutile arrabattarsi, - dissero, - ci vogliono delle corde e diverse paia di manzi! E lasciando il Romito a guardia del luogo, gli altri tornarono al paese a provvedersi dell’occorrente. La colomba intanto non si moveva dal posto ov’erasi posata, come per dire che i piccini di Bibbiena erano lì davvero. E vi rimase finché gli uomini andati in città non furono tornati con cinque coppie di bei manzi alti e poderosi, e muniti di corde e di catene. Avvolsero queste intorno al macigno, vi legarono le corde, e i buoi si misero a tirare; ma tira tira, il sasso non si moveva. Gli uomini sudavano freddo, il Romito era sgomento, e i buoi, stanchi, si rifiutavano di tirare ancora. - Figli miei, - disse il sant’uomo, - mi accorgo che il macigno è sigillato al monte da una forza soprannaturale. Andate, abbiate fede, e se le mie preci saranno ascoltate lassù ove tutto si può, io vi ricondurrò a Bibbiena i vostri figliuoli. Fra i venti uomini andati nel bosco a liberare i bambini, v’erano i due giovani figli del vecchio, quelli, cioè che nonostante il divieto del finto frate, avevano ricondotto il Romito a Bibbiena ed erano stati rinchiusi in prigione. Essi pregarono il santo vecchio di conceder loro di rimanere a fargli compagnia, e il Romito non seppe rifiutare a quei due buoni giovani ciò che gli chiedevano. Gli altri diciotto se ne tornarono dunque in paese a testa bassa, tutti pensosi, disperando quasi di rivedere i loro piccini, e non sapendo come dar la dolorosa notizia, che non erano riusciti a nulla, alle mamme ansiose e piangenti. Il Romito, appena rimasto solo con i due fratelli, disse: - Figli miei, preparatevi a passar una notte angosciosa; il Diavolo cercherà di sgomentarci con ogni mezzo. - Siamo pronti a tutto, - essi risposero. Appena le ombre della sera si allungarono sul bosco, un’aquila gigantesca incominciò a descrivere giri attorno al macigno. La bianca colomba, spaventata, volò via, ma l’aquila la inseguì e la ghermì. Un grido straziante echeggiò nel bosco, indicando che l’innocente uccello era stato vittima del suo poderoso aggressore. Poco dopo il bosco fu pieno di urli di lupo. Pareva che quei famelici animali fossero scesi a branchi dalle vette più alte in cerca di cibo. Uno di essi si accostò ai due fratelli, con la bocca spalancata, pronto ad azzannarli, ma il Romito si fece avanti coraggiosamente e invece di lanciargli contro un sasso, lo toccò con la croce del rosario. L’animale barcollò e diedesi a fuga precipitosa. Allora, sul macigno comparvero due diavoli, che mandavano fuoco dagli occhi e dalla bocca e tenevano a distanza chiunque per il fetore che emanava dai loro corpi. Il Romito alzò la mano e fece tre grandi croci nell’aria, e subito i diavoli sparirono. Ma le prove dei tre uomini non eran terminate, e poco dopo che avevano visto sparire i diavoli, si presentò Satana in persona, non più sotto le sembianze del frate francescano, ma con la sua effigie stessa, spaventosa a vedersi. - Romito, - diss’egli, - tu hai troppo potere sull’animo dei mortali; io non voglio che tu continui a vivere. - Io vivrò finché piacerà al Signore Iddio di tenermi su questa terra e con l’aiuto del Cielo spero che la mia anima non ti apparterrà mai. Il Diavolo pronunziò due parole magiche, due sole, e una schiera di demoni s’impossessò del vecchio e diedesi a soffiargli fuoco sulle carni. Queste bruciavano orribilmente, e il santo vecchio pregava, con lo sguardo rivolto al cielo. A un tratto comparve su quello una stella luminosa che via via si avvicinava alla terra spandendo una luce più mite del sole, ma egualmente bella. Quella stella si fermò di fronte al Romito e lo avvolse tutto nei suoi raggi, come avvolse il macigno, il quale incominciò a liquefarsi come se fosse stato di cera molle esposta al fuoco. Quando il macigno, ridotto liquido, ebbe lasciato aperto l’ingresso della grotta, la stella lentamente si allontanò per andarsi a confondere con le sue sorelle del cielo. Allora il Romito, cessando di pregare, chiamò a sé i compagni e disse loro: - Andiamo, con l’aiuto di Dio. E s’internarono nelle viscere della terra. Giunti che furono a una vôlta bassissima, sotto la quale bisognava andar carponi, la stella ricomparve, e i raggi di lei, invece di battere in faccia al Romito e ai due fratelli, si mossero verso il punto opposto. - Là, là debbono essere i bambini, - disse il santo vecchio, e strisciando il corpo sul terreno si avanzò seguìto dai compagni. Giunto nel punto in cui la vôlta toccava quasi il suolo, il Romito vide una pietra posata in modo da far supporre che al di là vi fosse una grotta, e rimossala fu sorpreso di scorgere una specie di sala che prendeva luce dall’alto, nella quale centinaia di bambini erano distesi per terra come morti. La stella allora li toccò con i suoi raggi, ed essi, stropicciandosi gli occhi, si alzarono e vedendo aperta la porta della prigione, ne uscirono frettolosi, curvandosi per passare. Il Romito li trattenne e disse loro di lasciarlo prima uscire con i due giovani ed essi sarebbero venuti poi; i bimbi si fermarono ubbidienti, poi lo seguirono in silenzio. Giunti che furono all’imboccatura della camera, la stella, che fino allora aveva rischiarate le buie gallerie, s’alzò splendente nel cielo e andò a posarsi sulla città di Bibbiena. Gli abitanti, vedendola, sperarono subito che essa fosse annunziatrice di felicità e mossero incontro al Romito. Questi camminava in mezzo alla turba dei bimbi, esultanti per la ricuperata libertà. Così lo videro i Bibbienesi da lungi. Impossibile descrivere la loro gioia. Ognuno chiamava a nome i figli, ognuno se li prendeva fra le braccia, e quando furono tornati in paese, le grida, le esclamazioni, i pianti delle mamme coprirono ogni altro rumore. Il Romito riprese da quel tempo le sue prediche, e Bibbiena ebbe un lungo periodo di calma dovuta alle parole del santo vecchio. Il Diavolo, per quanto facesse onde combatterne il potere, rimase sempre vinto e scorbacchiato e dovette rinunziare all’impresa, aspettando rabbiosamente che il Romito morisse. E quando questi ebbe chiusi gli occhi nella pace del Signore, tornò a regnare in Bibbiena, come regna in molti paesi, ove non c’è un’anima santa per tenerlo lontano. - E qui la novella è finita, bambini, - disse la Regina, - e forse per qualche settimana non ne racconterò altre. - Perché? - domandarono essi. - Perché la signora Durini mi vuole per un po’ di tempo a Camaldoli per insegnarle a conservare le frutta, e io non posso rifiutarle questo favore. I bimbi fecero il broncio, ma tacquero, perché erano assuefatti a rispettare la volontà della nonna.