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Le novelle della nonna/La sorte della famiglia Marcucci

La sorte della famiglia Marcucci

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Il velo della Madonna
La sorte della famiglia Marcucci

In questa lunga serie di novelle, in cui ho intrecciato le leggende alla storia della famiglia della Regina, l’abile narratrice di Farneta, vi ho fatto assistere, miei cari, a tutte le vicende, talvolta tristi e talvolta gaie, di quelle buone e semplici persone, per le quali la cara vecchia era impulso al lavoro, alla concordia, era conforto nei momenti di dolore. Non potrei dunque terminare il quarto volume delle novelle senza dirvi che cosa avvenisse dei Marcucci durante l’inverno successivo, quell’inverno che avevano veduto avvicinarsi con tanta trepidazione in seguito alla rovina del raccolto. Statemi dunque a sentire: «Il Diavolo», dice il proverbio, «non è mai così brutto come si dipinge», e il Diavolo dei Marcucci, che consisteva nel timore di non poter sbarcare l’inverno, fu anzi un Diavolo abbastanza umano, piuttosto allegro che no. Dopo che la Regina ebbe ottenuto da Maso che la data del matrimonio dell’Annina con Carlo Buoni fosse anticipata di alcuni mesi, tutte le donne di casa si diedero a preparare il corredo per la sposa. Carlo, da Firenze, ov’era tornato per dirigere l’albergo, aveva un bello scrivere che non si dessero brighe, che al corredo ci pensava lui. Sì, era come dire al muro, e lo stesso effetto producevano le parole della signora Durini. Le Marcucci erano attaccate agli usi domestici, e siccome nessuna del loro parentado si era maritata senza portare nella nuova casa un abbondante corredo fatto in famiglia, così pareva loro che all’Annina dovesse mancare ogni cosa se non aveva la roba filata, tessuta e cucita da esse. L’Annina, che era tornata a casa negli ultimi tempi, le lasciava fare, benché sapesse che di quella roba, che esse preparavano con tanta fatica, non avrebbe potuto servirsene a Firenze, e si lasciava sgridar dalla mamma per la sua indifferenza rispetto a quella faccenda, che aveva per la Carola e per le altre una importanza così capitale. Ella, invece, cuciva il corredino per il bimbo della Vezzosa e soleva dire ridendo: - In casa nostra dobbiamo essere sempre ventisei; quando escirò io, verrà lui, e prenderà il mio posto. - Di certo, - rispondeva la moglie di Cecco, - e se sarà una bimba le metteremo il tuo nome. Il Natale si avvicinava a grandi passi, con le nevi e il tramontano. In quel giorno tutti attendevano Carlo che doveva venire da Firenze per far le feste con la sposa e tornare poi a Capo d’anno per celebrare il matrimonio. Egli giunse la vigilia, portando seco un grosso baule coperto d’incerato, e quando l’aprì, le donne rimasero a bocca aperta. Vi era in esso biancheria, scarpe, vestiti, ed anche un bell’abito di morbida lana bianca per le nozze e un candido e soffice velo con un mazzetto di fiori d’arancio. Alcuni oggetti d’oro, semplici ma belli, completavano questo corredino degno di una signorina. Il resto era preparato a Firenze, nel quartiere dello sposo. - Carlo fa di te una principessa! - dicevano le zie toccando ogni oggetto con riguardo, per timore di sciuparlo. - No, faccio dell’Annina una cittadina; - disse Carlo, - ma non crediate che non desideri il momento di ricondurla per sempre in campagna, in una casa nostra, vicino a questo podere, cui sono tanto affezionato. L’Annina non ragionava più, tanto era sbalordita. Fra tutta quell’allegria, che fece dimenticare alle donne perfino la messa di Natale, e durante quella lunga veglia in cui furono vuotati diversi fiaschi di vino, nessuno si accorgeva del pallore della Vezzosa e delle sue sofferenze. Senza turbare l’allegria generale, a un certo punto, non potendone più, ella prese da parte Cecco e gli disse: - Credo che il nostro bimbo nascerà stanotte, come Gesù; io vado in camera, tu va’ a chiamare la levatrice; ma stai zitto, perché non voglio disturbare nessuno. Cecco uscì infatti, ed ella salì in camera sua. Quando il bell’artigliere tornò da Poppi in calesse con la levatrice, la cucina era buia, e la Vezzosa spasimava. Però, prima che l’alba diradasse le tenebre, Cecco le presentava un bel maschietto che ella baciava con passione. Nessuno aveva sentito nulla, perché la camera di Vezzosa era in fondo al corridoio, e i contadini hanno il sonno duro. Così la mattina, un po’ tardi, quando i Marcucci si alzarono a uno a uno, rimasero meravigliati vedendo un bimbo di più, che Cecco presentava a tutti dicendo: - Baciatelo, è il nostro Gesù bambino. La Regina lo aveva veduto prima di ogni altro, perché Cecco glielo aveva portato sul letto, ed ella aveva confuso in un abbraccio tenerissimo il figlio prediletto e l’atteso nipotino, e poi, mezza vestita, era corsa dalla Vezzosa a sgridarla perché non le aveva detto niente la sera prima. - Non ho voluto farvi perdere una nottata, mamma, - rispose la giovane madre. - Oggi dovete essere arzilla e presiedere il pranzo di Natale. Quel pranzo serbava ai Marcucci una nuova sorpresa. Carlo, quando furono a mangiare un bell’arrosto di tordi, ammazzati la mattina da Maso, si alzò e disse: - Ormai mi considero come di casa, e per questo credo di potervi trattare da parenti. Ebbene, propongo, come nipote di Cecco e di Vezzosa e come cugino del bimbo nato stanotte, che egli sia battezzato domani, che è domenica. Sono giorni di festa per noi, e ce li dobbiamo godere. Non pensate al rinfresco; il compare è stato avvertito e arriverà domani. Pensate soltanto a invitare molta gente e a stare allegri. La Carola e le cognate avrebbero invitato tutto il Casentino, tanto si struggevano di far vedere a tutti che bel giovane sposava l’Annina, e i regali che le aveva fatti. Perciò, appena alzate da tavola, mandarono tutti i figliuoli, chi di qua e chi di là, ad avvertire i parenti e gli amici che la Vezzosa aveva avuto un bel bimbo, e che il giorno dopo si battezzava con pompa. La matrigna, il babbo e le sorelle di Vezzosa erano stati avvertiti prima, e capitaron tutti, anche nel dopopranzo di Natale. La Maria salì subito dalla giovine mamma, ma le ragazzine rimasero con l’Annina a vedere il corredo e i regali, e guardavano ogni cosa con occhi di meraviglia. - Annina, che fortuna! - ripetevano. - Ogni mille una, e quell’una sei tu. La notizia della nascita del bimbo e dell’arrivo di Carlo col corredo, s’era sparsa in un battibaleno nei poderi vicini, così che la sera di Natale, benché la neve fioccasse, la casa Marcucci si empì di gente. E le donne curiose, che erano in maggior numero, guardavano alla sfuggita il neonato e mettevano invece tutta la loro attenzione agli oggetti del corredo, che consideravano come altrettante meraviglie. Se dicessi che l’invidia per la sorte toccata all’Annina non germogliava negli animi delle donne, asserirei il falso. Ragazze e mamme fissavano intensamente l’Annina, per sapere che cosa Carlo aveva trovato di speciale in lei; e il resultato di quella osservazione intensa, era che l’Annina non differiva dalle altre contadine par suo, che non era una bellezza né una ragazza intelligente. L’invidia le accecava davvero, perché l’Annina, senz’esser veramente bella, aveva un che di soavemente dolce nel visino pallido, e uno sguardo che penetrava nel cuore. Inoltre, in quei pochi mesi passati in casa Durini, ella aveva acquistato un fare composto e un garbino da persona bene educata, che si addiceva mirabilmente alla dolce espressione del suo viso e la faceva apparire molto più bella di prima. Quelle qualità dell’animo, che il volto rispecchiava, avevano legato Carlo a lei. Era la modestia e la bontà che egli cercava nella moglie, e che credeva con ragione di aver trovate nell’Annina. La mattina dopo giunse un telegramma del professor Luigi, il quale annunziava di non potersi muovere, perché leggermente indisposto. Egli pregava Carlo di rappresentarlo come compare, e dopo aver fatto gli augurî e i mirallegri a Vezzosa, annunziava l’invio di un regalo. Poco dopo arrivò da Firenze una cesta piena di liquori, paste e confetti, che i bimbi di casa Marcucci guardarono con certi occhi di golosi, girandovi intorno, finché non fu aperta. Nel dopopranzo, quando Carlo, Cecco, la signora Durini, scesa da Camaldoli per far da comare, e il bimbo, erano andati alla chiesa di Poppi per il battesimo, le donne imbandirono sopra una lunga tavola, coperta da una tovaglia di bucato, tutti i dolci e i liquori contenuti nella cesta. E la tavola non era ancora imbandita quando incominciarono a giungere gl’invitati. Un bel fuoco ardeva nel camino, e la Regina, vedendoli intirizziti, li faceva, con la sua buona grazia, accostare alla fiamma. Ma gli occhi di tutta quella gente si portavano involontariamente sulla tavola coperta di dolci, ornata di canditi e di zuccherini e su quelle montagne di confetti; e appena due si trovavano in disparte e potevano scambiare una parola, dicevano: - Eh! che lusso! I Marcucci hanno proprio avuto fortuna! I gioielli dell’Annina poi destavano l’ammirazione delle ragazze. Tutti le toccavano l’orologio, la catena, il braccialetto d’oro a forma di cordone, e uno spillo semplice e bello, ornato di alcune perline. Quando il corteo tornò dalla chiesa e il bimbo fu riportato alla mamma, la signora Durini scese a mescolarsi fra gl’invitati; furono tagliate le torte e distribuiti i confetti. La signora Durini aveva regalato alla giovane mamma una posata d’argento col bicchiere, e Vezzosa era lietissima di mostrare il dono alle amiche, perché nessuno in quei paesi possedeva simili cose. Fino a tardi, quella sera, si bevve e si mangiò, e i bimbi di casa e quelli degli invitati andarono a letto nascondendo i confetti sotto il capezzale. Carlo si compiaceva di destare la meraviglia di tutti i contadini del vicinato, perciò fece venire da Arezzo quattro carrozze coperte per condurre la famiglia e i testimoni in chiesa e al municipio, e da Firenze mandò pasticci, dolci e fiori in quantità. L’effetto di quella cucinona, ornata di fiori e piena di persone di città e di campagna, era qualcosa da non descriversi, e la sposina, vestita elegantemente di bianco, non pareva davvero una contadina. Vezzosa, anche lei, aveva voluto assistere al pranzo di nozze, e appariva più bella che mai, pallida com’era e un po’ sofferente. Al momento della partenza degli sposi non mancarono le lacrime da parte dell’Annina e dei parenti, ma furono lacrime di gioia, perché tutti sapevano che la separazione doveva terminare presto e incominciare una vita lieta. Partita che fu l’Annina, la famiglia Marcucci riprese le faticose occupazioni e la esistenza di continuo e serio lavoro. La vecchia Regina, che adorava il bimbo di Vezzosa e di Cecco, era la sola che oziasse per divertirlo, e la buona vecchia pareva ringiovanita ora che teneva di continuo fra le braccia quel caro piccino, che soleva chiamare il suo Gesù, perché era nato la notte di Natale. Però la felicità non arride di consueto molto a lungo alle famiglie, e la vita ha più giorni tristi che lieti. La buona vecchia fu presa a un tratto dalla febbre e dovette mettersi a letto. Questo avveniva ai primi di maggio, e il medico, chiamato in fretta da Cecco, disse che si trattava di un raffreddore e null’altro. Ma dopo una settimana, invece di potersi alzare, come aveva detto il medico, la Regina era sempre più abbattuta e nulla valeva a renderle il vigore. Verso i primi di giugno volle fare uno sforzo e si fece portare al sole sull’aia, ma dopo pochi minuti che era lì a guardare i fiori e a sentire il lieto bisbiglio dei bimbi, fu presa da una mancanza, e le nuore dovettero portarla a letto a braccia. Da quel giorno non si alzò più, e il 15 di giugno spirò in mezzo ai suoi, non esclusi l’Annina e Carlo, venuti da Firenze per riabbracciarla. Morì la buona e cara vecchia, senza aver perduto la lucidità della mente, raccomandando ai figliuoli di restare uniti per amor suo, raccomandando ai nipotini di seguire l’esempio dei genitori e d’essere uomini laboriosi e onesti. Non è possibile dire quale vuoto lasciasse in casa la morte della Regina e quanto fosse pianta da tutti. Con lei spariva la mente illuminata, l’anima della famiglia, la donna esperta e di buon consiglio alla quale erano soliti ricorrere nei momenti solenni e difficili della vita.

Fine