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Le novelle della nonna/La pastorella del Pian del Prete

La pastorella del Pian del Prete

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La campana d'oro fino Il barbagianni del Diavolo
La pastorella del Pian del Prete

- Resta a casa, Cecco, nessuno dei tuoi fratelli va fuori la domenica, - diceva Vezzosa in tono supplichevole al marito, che ella aveva chiamato da parte per sottrarlo alle insistenze dei compagni, i quali anche quella domenica erano andati a chiamarlo. - Non sai che cosa dicono se ti do retta? Che tu mi comandi e che non son più padrone di me. - Che te ne importa di quel che dicono, purché tu non rechi dispiacere alla mamma e a me, che ti vogliamo tanto bene? - Appunto perché mi volete bene, non dovete permettere che gli amici si burlino di me. Se cominciano, non la finiscono più; c’è Bista, per esempio, che mi metterebbe in croce se non andassi a dargli la rivincita della partita a bocce che gli vinsi domenica. Tu e la mamma siete due donne ragionevoli, e non potete affliggervi se vado a fare un po’ di chiasso con gli amici. Addio dunque, Vezzosa. - Rimani, Cecco, fallo per amore mio! - supplicava la giovine sposa. Il bell’artigliere s’accorgeva che gli amici l’osservavano e che Bista sogghignava. Se essi non lo avessero veduto, avrebbe ceduto certo alle dolci istanze della moglie; ma vedendosi osservato, volle fare il forte e, respinta con mal garbo la Vezzosa, disse agli amici: - Andiamo! - Mamma, Cecco non mi vuol più bene! - sussurrò Vezzosa all’orecchio della suocera. - Non lo dire, - rispose pacatamente la vecchia. - Cecco sente, come quasi tutti gli uomini, un falso punto di onore, che consiste nel voler apparire padrone di sé, e nel rinnegare qualsiasi dominio, anche quello dolcissimo dell’affetto. Bisogna che tu cerchi di studiarlo e di capirlo, se no sarai una gran disgraziata. - Mamma, lo sono già tanto! - Non credere; queste sono le giornate senza sole nella vita delle donne; quelle burrascose son ben altra cosa. - Quanti segreti con Vezzosa! - esclamò l’Annina. - Scommetto, zia, che la nonna ti grida, poiché ti fanno capolino i lucciconi. - E di che dovrei gridarla? - domandò la vecchia. - Non lo so; forse di non esser più allegra come prima, mentre noi tutti le vogliamo tanto bene, - disse la ragazzina. - Tutti! - esclamò la giovine sposa, mentre il suo sguardo si diresse verso il punto dove poco prima aveva veduto sparire Cecco, e vi rimase come inchiodato. La Regina scrollò mestamente il capo, e per distrarla l’attirò a sé e prese a dire:

- Tutti sapete che posto sia, d’inverno, il Pian del Prete, quella spianata che c’è prima d’arrivare al Pian delle Antenne! Il vento ci soffia spazzandovi anche la neve, se non vi gela subito, e in certi giorni spazza anche gli uomini e le pietre. Ebbene, tanti, ma tanti anni fa, in una giornata di quelle proprio da lupi, un monaco di Camaldoli, che se ne veniva dal monastero di Strumi al suo Eremo, passò, a cavallo a una fida mula, per il Pian del Prete, e fu molto meravigliato di vedere un fagotto di panni turchini e rossi posato sulla via. Benché la terra fosse coperta di neve ghiacciata e il vento mugolasse e fischiasse, il monaco scese per raccogliere l’involto, e vide che era fermato con due sassi, affinché non volasse via. Capì allora che non si trattava di cosa caduta dal dorso di un mulo o da una carretta, ma abbandonata in quel luogo con intenzione, e, tolti i sassi, rimase come di sale nel vedere che il fagotto conteneva una bella bambina di pochi mesi, placidamente addormentata. - E ora che ne faccio? - disse fra sé il monaco, che avea nome Buono. - In monastero c’è clausura e non ve la posso portare; ad ogni modo non ci sarebbe carità a lasciarla qui. E presa la bimba fra le braccia, risalì a cavallo alla mula e giunse al monastero di Camaldoli, allora chiamato Ospizio di Fonte-Buona, dove i monaci facevano una specie di prova prima di passare all’Eremo, che era ed è più su, a un’oretta di cammino. Frate Buono depose la bimba, così avvolta com’era, sopra una panca nello stanzone del portinaio, e saputo che l’Abate maggiore si trovava in quel giorno a Fonte-Buona, chiese di parlargli. - Padre santo, - gli disse dopo avergli riferito l’ambasciata affidatagli dall’abate di Strumi, - io ho trovato fra la neve, venendo quassù, una creatura umana. - Spero che l’avrai fatta riscaldare e le avrai dato da mangiare. - Gli è, padre santo, che quella creatura non può mangiare. È una bimba di pochi mesi che avrebbe bisogno del latte e delle cure di una donna. L’Abate maggiore rimase perplesso e poi disse: - Tu sai, fra’ Buono, che i nostri statuti ci proibiscono di tener donne quassù; come faremo dunque ad allevare quella creaturina? - Padre santo, per ora diamola al padre forestale, e cercheremo poi una vacca, una pecora o un’asina che la nutrisca. - La carità cristiana c’impone di non abbandonarla. Intanto battezziamola, poiché non sappiamo se ella sia cristiana. La bimba dormiva ancora, ma quando l’Abate maggiore in persona le gettò l’acqua lustrale sulla testa, ella aprì gli occhi, e, invece di mettersi a piangere, schiuse la bocca a un sorriso e stese le manine al monaco. Questi le impose il nome di Buona, e si sentì intenerire a veder quella piccina così bella e gaia, che non aveva altra famiglia che i monaci, altra casa che il convento di Fonte-Buona. Il padre forestale scelse un’asina più giovane e forte delle altre, e, fattala mungere, dette a bere quel latte caldo a Buona. Così fu nutrita la bimba per alcuni mesi. Ogni giorno l’Abate maggiore diceva al forestale che doveva cercare una contadina che avesse cura della piccina, e ogni giorno quel monaco trovava un pretesto nuovo per tenerla presso di sé. Ora diceva che era raffreddata e non voleva farla uscire; ora nevicava, ora tirava vento. Contadine ce n’erano molte nei poderi dipendenti dal monastero, ma il fatto si è che il forestale non voleva staccarsi da quella creaturina, e fra’ Buono neppure. Così passò l’inverno, e quando già Buona aveva circa un anno e camminava spedita, il forestale un giorno la prese in collo e si avviò giù per la scesa per portarla in una casa di contadini; ma gli rincresceva quanto mai di separarsi da Buona, che lo abbracciava, gli metteva le manine nella barba e lo chiamava babbo. Giunto al di là della spianata del convento, il forestale vide una capannuccia abbandonata, dove solevano rifugiarsi i pastori, e pensò: - Perché devo portare Buona in casa d’altri, quando qui potrebbe essere come in casa sua? Le porterei da mangiare, la verrei a vedere, e a guardia della bimba potrei lasciar Lupo, il can da pastori di cui tutto il vicinato ha paura. Quest’idea parve così bella a fra’ Ilario, il forestale, che, invece di andar oltre, posò la bimba sopra un mucchio di fieno e, chiusa alla meglio la porta, corse al monastero a prendervi coperte, guanciali e utensili per arredare la capanna. Dopo poco egli tornò da Buona recandosi dietro Lupo, e trovò la bimba placidamente addormentata. Egli approfittò di quel momento per ripulire la capanna, per rimettere alcune assi che mancavano alla porta e cogliere sul prato tanti fiori per allietare la sua Buona. Poi munse una bella vacca che pascolava, e quando Buona si destò, vedendo tutti quei fiori, batté le manine esclamando: - Babbo, belli! Fra’ Ilario dette del latte alla bimba e le mostrò che era in una ciotola sopra una panchetta; poi le raccomandò di esser buona, e, dopo aver ordinato a Lupo di accucciarsi accanto alla creaturina, alla quale era tanto affezionato, tornò al suo monastero. Ma prima di varcare la soglia della capanna, alzò le mani al cielo, esclamando: - Vergine santa, io pongo quest’anima benedetta sotto la vostra protezione; vegliate su di lei! Dopo questa invocazione, fra’ Ilario chiuse la porta, si mise in tasca la chiave, e quindi si avviò verso il Cenobio di Fonte-Buona. Mattina e sera il monaco, appena aveva accudito ai suoi doveri, correva da Buona e la trovava sempre allegra, sana, sorridente. Ella si baloccava con Lupo, si gingillava con i fiori, cantava con una vocina dolce le canzonette sacre che le insegnava fra’ Ilario e correva sotto gli alberi durante il giorno. La notte dormiva saporitamente, e mai nessun male l’aveva tormentata. Di vestiti non aveva che una specie di camicia di lana bianca, tagliata da una tonaca vecchia di fra’ Ilario. I capelli biondi le scendevano sulle spalle a guisa di manto, e i piedini rosei parevano quelli di una regina. Buona cresceva a vista d’occhio, e appena fu grandicella andò da sé a far legna nel bosco e a cogliere fragole e lamponi, che insieme col latte, con le uova e col pane che le portava fra’ Ilario, costituivano tutto il di lei cibo. Così Buona raggiunse i tre anni. Il forestale aveva già confessato a fra’ Buono e all’Abate maggiore come l’aveva allevata e come l’aveva posta sotto la protezione della Madonna, e i due monaci non lo avevano biasimato. Ogni volta che essi uscivano a passeggiare, passavano dinanzi alla capanna, e la bimba, che li conosceva, correva loro incontro e parlava loro con affetto. Appena ella ebbe sette anni, l’Abate, che molto si occupava di quella creaturina affidata al monastero, disse che bisognava darle un’occupazione, e a tale scopo le affidò alcune pecore affinché ella le portasse a pascere. Poi l’Abate diede incarico a fra’ Buono d’istruirla come si conveniva a buona cristiana, e il monaco ogni giorno si avviava, dopo il vespro, alla capanna e insegnava a Buona a leggere in latino e in volgare, affinché potesse imparare le preci e le laudi della Madonna sua protettrice. La capanna intanto non era più così spoglia come quando il padre forestale vi aveva portato la sua protetta. Vi era una tavola con alcuni libri, vi erano due sgabelli, un lettuccio e un focolare, nel quale Buona aveva cura di mantenere sempre il fuoco. Ella imparava con una facilità straordinaria, ed era così cortese e nobile nelle maniere, che l’Abate maggiore, ogni volta che parlava di lei, diceva: - Quella Buona si direbbe nata in una corte! Passavano gli anni e la bimba si faceva grande, ma non aveva mai portato altro vestito che una tonaca bianca simile a quella dei Camaldolensi, e chi la vedeva da lontano guidare le pecore al pascolo, la prendeva per un novizio. La vita all’aria aperta l’aveva fatta crescere forte e robusta, e la convinzione di esser protetta dalla Madonna la faceva esser coraggiosa, quasi temeraria. Un giorno di autunno ella aveva spinto il gregge verso l’Abetiolo, per trovare un po’ d’erba fresca. L’accompagnava, come di solito, il grosso cane da pastore, che era stato il suo compagno d’infanzia e che ora s’era fatto alquanto vecchio; ed ella camminava svelta, chiamando le pecore quando cercavano di sbandarsi per salire qualche piaggia erbosa. Era sola sola in quel luogo deserto, ma quella solitudine non le ispirava alcun timore, perché nessuno le aveva mai fatto alcun male, e quando i pastori vedevan comparire su qualche poggio la sua figurina tutta bianca, si mettevano le mani alla bocca, affinché la loro voce le giungesse, e le gridavano: - Figlia della Madonna, prega per noi! Ella era davvero sicura in quel paese deserto, e mentre filava, pregava. Quel giorno dunque, mentre badava al gregge, ella vide Lupo diventare inquieto e correre di qua e di là, abbaiando. Buona, con la voce e col gesto, cercava di calmarlo, quando a un tratto si vide davanti un lupo, che si gettò nel branco delle pecore. Queste, spaventate, corsero via; ma una, più vecchia delle altre, fu raggiunta dalla fiera, che l’avrebbe certamente sbranata, se il cane non si fosse buttato a difenderla a corpo morto. Allora, fra il difensore e l’assalitore s’impegnò una lotta tremenda, nella quale il buon cane stava per soccombere. La pastorella del Pian del Prete assisteva piangendo a quella lotta. Il lupo azzannava il suo avversario e lo faceva sanguinare da tutte le parti, inferocito. Buona, senza riflettere al pericolo che correva, alzò il bastone sull’animale feroce, e disse solennemente: - In nome della Madonna, mia protettrice, ti ordino di rispettare ciò che mi appartiene! Il lupo, da furente che era, si fece mansueto a queste parole, e a coda bassa andò a leccare la mano della pastorella, la quale, intenerita, tolse dal canestro il pane destinato alla sua colazione e lo gettò alla fiera. Il cane intanto era fuggito cacciandosi avanti le pecore, ed era corso da fra’ Ilario. Il forestale, vedendo Lupo solo e le pecore senza la loro guardiana, temé che a questa fosse accaduta qualche sventura; ma poco dopo rimase meravigliato vedendola comparire sulla viottola, col lupo accanto, che la seguiva come un agnellino. - È un miracolo! - esclamava fra’ Ilario. - Figlia mia, tu sei già santa in vita, tu sei una benedizione per il monastero! E tutto commosso da quel fatto, corse da fra’ Buono e dall’Abate maggiore a raccontar l’accaduto. - Erigeremo un santuario nel luogo ove Buona è stata salvata! - disse l’Abate, - e faremo venir da Firenze un abile pittore per dipingere sulle mura di quello, la storia della bambina, da quando fu trovata fra la neve fino al momento che ha ammansito il lupo. - Sarà meglio lasciare due pareti bianche per dipingervi in seguito altri fatti della vita di questa fanciulla, cara alla Madre del Signore; - disse fra’ Buono, - poiché ella è veramente santa, e la Madonna si servirà di lei per operare altri miracoli. - Da che lo arguisci, fra’ Buono? - domandò l’Abate. - Padre santo, l’umile capanna ove ella abita è sempre olezzante di gigli e viole; il corpo di lei non è stato mai soggetto a nessuna infermità; quando ella canta le laudi della Vergine, gli uccelli corrono a stormi dai boschi e le si posano sulle spalle; le piante che ella coltiva dànno fiori, anche quando soffia il tramontano. Ed era vero quel che diceva fra’ Buono, perché tutti i fatti da lui citati erano avvenuti sotto i suoi occhi; ma quello che il buon frate non sapeva, si era che appena la notte avvolgeva la terra, una luce viva illuminava la capanna, e appena Buona chiudeva gli occhi, due angeli scendevano dal cielo a vegliare sulla fanciulla dormente. E l’umile monaco non sapeva neppure che tutta questa protezione che la Vergine concedeva alla fanciulla, raccolta da lui in mezzo alla neve, era fervidamente implorata da più anni da un cuore desolato di madre. Bisogna sapere che un terribile dramma di famiglia aveva cagionato l’abbandono di Buona. Il conte di Poppiano e il conte di Romena erano fra loro nemici acerrimi; questa inimicizia era nata quando Corso, figlio del primo, era già un giovinetto, e Selvaggia, figlia del secondo, era una bella e graziosa fanciulla. L’inimicizia era scoppiata per una contestazione di confini fra i loro feudi, e i due signori avevan fatto ricorso all’Imperatore, il quale aveva dato ragione al conte di Romena. Tanto il vincitore quanto il vinto s’erano giurati odio vicendevole ed eterno. Ma lo scoppiare di quest’odio aveva fatto sentire a Corso e a Selvaggia, educati e cresciuti insieme, quanto bene si volevano; e si erano scritti, prima per deplorare l’inimicizie dei loro padri, poi per sfogare il dolore che risentivano di non vedersi più. E queste lettere, recate dalla balia di Corso alla balia di Selvaggia, alimentarono tanto il loro affetto, che i due giovani, non vedendo mezzo alcuno per ottenere una riconciliazione fra le loro famiglie, stabilirono di sposarsi senza il consenso dei loro padri. Corso, col pretesto di una caccia nei monti, uscì dal castello di Poppiano molto segretamente; ma ad un certo punto, fingendo d’inseguire un animale, si sottrasse allo sguardo dei suoi, e, spronato il cavallo, giunse in prossimità di Romena. Costì rimase nascosto fino a notte inoltrata nella casa della balia di Selvaggia, dove verso sera erasi recata la fanciulla sotto pretesto di visitarla e portarle dei doni; e quando l’oscurità fu completa, messer Corso pose in groppa al suo cavallo la bella figlia del conte di Romena, e la portò fino ad Arezzo. Era appena giorno quando vi giunsero, e senza prendere nessun riposo, entrarono in una chiesa e fecero celebrare il loro matrimonio da un prete che ufiziava. Poi i due sposi andarono ad alloggiare da una vecchia zia del signor di Poppiano, dove menarono vita oscurissima. Nessuno può figurarsi l’ira del conte di Poppiano quando, dopo aver cercato inutilmente per più giorni il figlio, supponendo gli fosse accaduta una disgrazia alla caccia, seppe che anche la figlia del suo nemico era sparita! Né minore fu l’ira del conte di Romena quando non trovò più la figlia. Tutti e due i vecchi si chiusero nei loro rispettivi castelli mulinando una vendetta, e intanto spedirono fidi messi in traccia dei fuggiaschi. Passarono i mesi senza che questi tornassero. Furono fatte ricerche a Firenze, a Siena, in Romagna, in Umbria, e anche ad Arezzo; ma i due sposi stavano così celati agli occhi di tutti, temendo l’ira dei genitori, che anche ai bracchi dal fino odorato, riusciva impossibile scoprirli. Intanto i due vecchi fremevano nell’attesa di notizie; essi temevano di chiuder gli occhi prima di avere sfogata la vendetta, e ogni giorno che passava la ideavano più atroce: il conte di Romena, contro Corso che accusava di avergli rubata la figlia; il conte di Poppiano, contro Selvaggia. Frattanto la bella moglie di messer Corso aveva dato alla luce una bambina. La madre la nutriva col suo latte, il padre vegliava sempre sulla culla di lei; ma l’odio del vecchio conte di Poppiano per la nuora minacciava la felicità di Corso e di Selvaggia. Infatti, il vecchio scriveva lettere sopra lettere agli uomini che aveva sguinzagliati contro il figlio, e uno di questi, che si trovava appunto ad Arezzo, per non esser più incitato, si mise a ricercare messer Corso, facendo la posta di giorno e di notte vicino alle case dei parenti e degli amici, che il giovane aveva nella città. E una notte d’inverno lo vide uscire cautamente da una porticina della casa della zia, che dava sopra un chiassuolo, accompagnato dalla moglie, la quale reggeva una creaturina lattante. Il giorno dopo quell’uomo era già a Poppiano a informare il Conte della scoperta fatta. Quali ordini gli desse il vecchio, è inutile dirvi. Vi basti sapere che la sera successiva quattro uomini erano appostati nel chiassuolo, dentro una rimessa, e tre cavalli sellati aspettavano sotto le mura della città, sulla via del Casentino. Appena messer Corso, come di consueto, fu uscito nella strada insieme con la moglie per farle prendere una boccata d’aria, due dei quattro appostati gli saltarono addosso e due altri imbavagliarono Selvaggia per portarla via insieme con la piccina. La donna si difendeva, e Corso, sguainata la spada, menava colpi da ogni lato per proteggere la sua cara sposa; ma tutto fu inutile. Un colpo ricevuto al fianco lo fece cadere, mentre Selvaggia veniva portata via svenuta. Dopo un’ora, circa, dal fatto, i quattro malfattori calavano, da una casa addossata alle mura, una donna e una bambina, e per la stessa via essi pure uscivano dalla città, temendo il bargello e il capestro. - Eccovi la moglie del figlio vostro, - disse il capo della spedizione giungendo a Poppiano. - Che sia rinchiusa nella prigione più oscura del castello, - ordinò il Conte. - E della figlia che dobbiamo farne? - domandò il ribaldo. - Abbandonatela sui monti affinché i lupi la divorino. E Corso dov’è? - chiese il signore. I ribaldi aspettavano la domanda e avevan pronta la risposta. Essi non volevano confessare di averlo mortalmente ferito, perciò dissero che Corso, quella sera, non era uscito insieme con la moglie, ma l’aveva affidata bensì a due parenti suoi, i quali, difendendola, erano caduti feriti da più colpi. Il Conte si mostrò pago dell’esito della impresa e non permise che la bambina rimanesse neppure un’ora nel castello. Così il capo della spedizione dovette risalire a cavallo e portarla lontano, e fu allora che la depose nel Pian del Prete, ove la trovò fra’ Buono. Ma torniamo a Corso. La ferita lo inchiodò per più settimane nel letto. Appena rimesso, l’infelice andò a Romena, supponendo che il ratto fosse stato operato ad istigazione del suocero: ma per quanto interrogasse i terrazzani, e soprattutto la balia della sua sposa, nessuno poté dirgli di avere veduto la figlia del Conte in quel luogo. Allora Corso andò a Poppiano e fece chiedere al padre di essere ricevuto. Il vecchio lo fece entrare nella sala d’armi e lo squadrò da capo a piedi. - Quale ragione ti riconduce sotto questo tetto, che hai abbandonato come un malfattore? - gli domandò severamente. - Nessun’altra che l’ardente desiderio di sapere che cosa sia avvenuto della mia sposa, - rispose il giovine. - Come supponi che io possa dirtelo? Corso allora chinò la testa e tacque; ma invece di rimanere in quel luogo, si mise in viaggio per cercare la sua Selvaggia. Dopo un anno d’inutili ricerche, il giovane signore intraprese il pellegrinaggio di Terra Santa, per ottenere dal Cielo la grazia di esser riunito all’adorata consorte. Ma la nave fu assalita dai pirati ed egli, come i suoi compagni, vennero fatti prigionieri da un capo barbaresco e condotti sulle coste africane a lavorare la terra. Però, la sorte di Corso non era tanto dura quanto quella di Selvaggia. Egli almeno respirava l’aria libera, mentre l’infelice donna era rinchiusa in una prigione e s’era veduta strappare la sua creaturina. Selvaggia, in quel carcere, non faceva altro che piangere e pregare; ella piangeva Corso, che supponeva morto in seguito alle ferite, e pregava per la sua bambina, che una voce interna le diceva che era viva. E le sue preghiere, rivolte specialmente alla Madonna, erano così fervide che giungevano fino al trono della Madre di Dio e la commovevano. Passarono molti anni dal giorno che la fanciulla fu raccolta da fra’ Buono, ed ella s’era fatta bellissima di viso e di corpo, e tale appariva agli occhi della gente che la scorgeva andando in pellegrinaggio a Fonte-Buona. Tutti le tributavano un gran rispetto, vedendola vestita dell’abito dato da san Romualdo ai suoi monaci, e intenta sempre a leggere nei grossi volumi che le recava fra’ Buono, o a guardare le pecore al pascolo, o coltivare i fiori, che crescevano intorno alla sua capanna come se fosse stato primavera. Inoltre il padre forestale raccontava a tutti il miracolo del lupo e faceva vedere a quanti si recavano al monastero la bella Buona, seguìta dalla fiera. In poco tempo la venerazione per Buona era tanto cresciuta nella gente del Casentino, che gl’infermi, gli storpi, i malati d’ogni genere, si facevano portare alla capanna di lei, e la pregavano supplichevolmente di suggerir loro un rimedio o soltanto di toccarli, sperando da quel semplice contatto la guarigione. Buona rispondeva a tutti quegli infelici: - Pregherò la Madonna per voi! E siccome talvolta essi risanavano, così nessuno più dubitava che ella fosse già santa in vita. Ora avvenne che il conte di Poppiano ammalasse gravemente, di una malattia che aveva sede nell’anima. Egli era torturato dal dolore di non vedere più l’unico figlio suo, e invece di mostrarsi più umano verso Selvaggia, la rendeva responsabile della gran sciagura che lo faceva morir disperato. Per curarlo, erano stati chiamati tutti i dottori del Casentino, ma la sua malattia resisteva a ogni rimedio. Allora, siccome egli non poteva più muoversi, gli fu suggerito di chiamare al suo letto la pastorella del Pian del Prete. E Buona, pregata da un frate che bazzicava al castello, se ne andò, scalza e vestita della bianca tunica, presso il vecchio signore, che teneva rinchiusa sua madre in un sotterraneo e che aveva fatto abbandonar lei alla voracità dei lupi. - Signore, - disse Buona quando fu alla presenza dell’infermo, - io non so altro che pregare, e pregherò per voi. Quella voce dolce scese come un balsamo al cuore del vecchio, il quale incominciò subito a migliorare. - Chi sei? - le domandò il vecchio, - e dove stanno i tuoi genitori? - Non lo so. Quindici anni fa, frate Buono mi raccolse fra la neve nel Pian del Prete. Io non ho altra famiglia che i frati camaldolensi, altra madre che la Madonna. - Quindici anni fa, tu dici! - Sì, avevo allora pochi mesi. Tacque il vecchio, e il suo volto rivelava la lotta che si combatteva dentro di lui. - Dimmi, sapresti tu perdonare a chi ti avesse privato della madre? - Io ho imparato da fra’ Buono, che non sta a noi giudicare le azioni altrui. - Avvicinati! - ordinò il Conte. Il vecchio le prese le mani e la esaminò attentamente. Non poteva ingannarsi: erano proprio quelli gli occhi grandi e dolci del suo Corso, eran quelli i lineamenti del figlio perduto. Allora, preso dalla tenerezza, il vecchio attirò a sé Buona e disse: - Figlia del figlio mio, ti benedico! Buona non capiva nulla. Soltanto quando il Conte le narrò la storia truce, ella comprese e disse: - Liberate l’infelice madre mia! Questo desiderio fu subito appagato; ma quando Buona fu in presenza della madre, credé di vedere uno spettro. - E tu, Selvaggia, puoi perdonarmi? - domandò il vecchio. - Mi rendete la mia creatura e io dimentico tutto per non rammentare altro che questo momento felice. Il Conte in breve si rimise in salute e appena ebbe riacquistate le forze, cavalcò fino a Camaldoli per fare una ricca offerta al monastero che aveva tenuto Buona come figlia e visitare il santuario eretto in onore di lei. Ma, nonostante che egli fosse circondato dalle cure amorevoli delle due donne, il suo pensiero era sempre rivolto a Corso. Una sera gli fu annunziato che un cavaliere chiedeva l’ospitalità. Il signore ordinò che fosse subito introdotto, e quando il viaggiatore entrò nella sala, gli occhi affievoliti del vecchio Conte non lo ravvisarono; ma dalla bocca di Selvaggia uscì un grido, riconoscendo in quel cavaliere il proprio marito. Corso raccontò che era riuscito a fuggire, e, raccolto da alcuni marinari sulle coste d’Africa, era passato in Sicilia, e di là era tornato in patria. Buona fu per molti anni la consolazione dei genitori, com’era stata la consolazione del vecchio Conte; ma nonostante le ricche offerte di maritaggio, ella volle rimanere libera e non dismise mai l’abito bianco dei Camaldolensi. Rimasta orfana, ella cedé ai parenti il castello di Poppiano e i feudi annessi, e costruitasi una piccola casa all’Abetiolo, accanto al santuario eretto in memoria della sua miracolosa salvazione dal lupo, vi morì in odore di santità.

La novella terminò senza che Cecco fosse tornato. Regina, per distrarre Vezzosa, che vedeva malinconica, avrebbe incominciato volentieri a raccontarne un’altra; ma gli uomini si erano già alzati per andare a letto, meno Maso, il quale disse: - Cecco si meriterebbe di dormire sull’aia; stasera lo aspetto io e gli dico il fatto mio! Vezzosa si sentì gelare. Le dispiaceva l’assenza del marito, ma più ancora l’affliggeva che il capoccia lo biasimasse. Per questo disse al cognato che Cecco lo avrebbe aspettato lei. - Tu puoi rimproverarlo quanto vuoi in camera tua, come moglie, ma io voglio rimproverarlo come capo di casa, - rispose Maso. - Nella nostra famiglia nessuno ha mai bazzicato le osterie con gli amici, e non deve essere il primo lui. Vezzosa dovette ubbidire e andare in camera sua, ma non si spogliò finché non udì il passo di Cecco, e rimase inchiodata alla finestra per udire il colloquio fra i due fratelli. I rimproveri che rivolse Maso a Cecco furono così aspri, che Vezzosa non ebbe coraggio di fargliene altri. Ma piangeva la povera donna, come una vite tagliata, e quelle lacrime inasprirono il colpevole, invece di rabbonirlo.