Le due tigri/Capitolo XVI - I thugs

Capitolo XVI - I thugs

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Capitolo XVI
I thugs


La Tigre della Malesia, udendo quel grido che era echeggiato in direzione del fiumicello, si era slanciato verso quella parte con velocità fulminea, seguito tosto da Yanez e da Tremal-Naik.

Un sospetto era balenato nella mente di tutt’e tre: che gli strangolatori di Rajmangal avessero sorpreso uno dei loro uomini, parlando tutti benissimo l’inglese, e lo stessero strozzando.

Lo slancio del formidabile pirata era tale da poter gareggiare con quello delle tigri di cui portava il nome, sicché in pochi secondi attraversò gli ultimi gruppi di pipal, che lo dividevano dal canale, distanziando i compagni, assai meno agili, di alcune centinaia di metri.

Presso la riva cinque uomini semi-nudi, colla testa coperta da un piccolo turbante giallo, stavano trascinando fra le erbe, mediante una corda, qualche cosa che si dibatteva e che Sandokan sul colpo non poté comprendere che cosa potesse essere, essendo i kalam piuttosto alti.

Avendo però poco prima udito quel grido: «Aiuto, mi strozzano!», era piú probabile che si trattasse d’una povera creatura umana che d’un capo di selvaggina preso al laccio.

Senza esitare un solo istante, il coraggioso pirata, con un ultimo balzo, si scagliò verso quegli uomini, gridando con voce minacciosa.

— Fermi, bricconi, o vi fucilo come cani rabbiosi!

I cinque indiani, vedendo piombarsi addosso quello sconosciuto, avevano abbandonata precipitosamente la corda levando dalla fascia che cingeva i loro fianchi dei lunghi coltelli simili a pugnali e colla lama un po’ curva.

Senza pronunciare una parola, con una mossa fulminea si erano disposti in semicerchio come se avessero avuto l’intenzione di chiudervi dentro Sandokan, poi uno di loro aveva svolto rapidamente una specie di fazzoletto nero, lungo un buon metro, che pareva avesse ad una delle estremità una palla od un sasso, facendolo volteggiare in aria. Sandokan non era certamente l’uomo da lasciarsi accerchiare, né intimorire.

Con un salto si sottrasse a quella pericolosa manovra, puntò la carabina e fece fuoco sull’indiano del fazzoletto, gridando contemporaneamente:

— A me, Yanez!

Il thug, colpito in pieno petto, allargò le braccia e cadde col viso contro terra senza mandare un grido.

Gli altri quattro, punto spaventati da quel colpo maestro, stavano per scagliarsi risolutamente su Sandokan, quando udirono dietro le loro spalle un hu auh spaventevole, che arrestò di colpo il loro slancio.

Era la tigre che accorreva in aiuto dell’amico del suo padrone, facendo balzi di dieci metri.

In mezzo alle piante, Tremal-Naik gridava:

— Prendi, Darma!

I Thugs vedendo la terribile belva, girarono sui talloni e si precipitarono nel canale che in quel luogo era ingombro di piante acquatiche, scomparendo agli occhi di Sandokan.

Darma si era prontamente gettata verso la riva, ma troppo tardi per poter agguantare uno di quei miserabili ai quali la paura doveva aver dato le ali alle gambe e alle braccia.

— Sarà per un’altra volta, mia brava Darma, — disse Sandokan. — Le occasioni non mancheranno.

«I bricconi ormai avranno raggiunta la riva opposta.»

In quel momento Tremal-Naik e Yanez giungevano di corsa.

— Fuggiti? — chiesero entrambi.

— Non li vedo piú, — rispose Sandokan, che era sceso verso la riva colla tigre e che cercava invano di scoprirli fra le folte canne e le larghe foglie di loto. — L’oscurità è troppo fitta per poter discernere qualche cosa fra quei vegetali.

«La comparsa fulminea di Darma è bastata per farli scappare come lepri e rinunciare a vendicare il loro compagno.»

— Erano Thugs, è vero? — chiese Tremal-Naik.

— Lo suppongo perché uno di loro ha tentato di gettarmi intorno al collo il fazzoletto di seta.

— Ma l’hai ucciso.

— Giace laggiú, in mezzo alle erbe. La mia palla deve avergli spaccato il cuore, perché è stramazzato senza aver avuto nemmeno il tempo di mandare un grido.

— Andiamo a vederlo: mi preme sapere se erano veramente dei Thugs o dei banditi.

Risalirono lestamente la riva, e s’accostarono al cadavere che giaceva disteso fra le erbe, colle gambe e le braccia allargate ed il viso contro terra.

Lo sollevarono guardandogli il petto.

— Il serpente colla testa di Kalí! — esclamò Tremal-Naik. — Non mi ero ingannato!

— E che bel colpo, Sandokan! — disse Yanez. — La tua palla gli ha attraversato il petto da parte a parte, fracassandogli la colonna vertebrale e probabilmente toccando anche il cuore.

— Non era che a cinque passi, — rispose la Tigre della Malesia. Ad un tratto si batté la fronte, esclamando:

— E l’uomo che ha gridato? Ho veduto quei bricconi trascinare qualche cosa fra le erbe.

Si guardarono intorno e videro a pochi metri un uomo vestito di flanella bianca, che stava seduto fra i kalam e che li guardava con due occhi dilatati ancora dal terrore.

Era un giovane di forse venticinque anni, con una folta capigliatura nera ed un paio di baffetti d’egual colore, dai lineamenti belli e regolari e la pelle appena abbronzata. Dal collo gli pendeva ancora una sottile cordicella, senza dubbio uno di quei lacci di seta di cui si servono i Thugs in mancanza del fazzoletto nero.

Il giovane li osservava in silenzio, come se non osasse interrogarli, temendo senza dubbio di aver dinanzi nuovi nemici.

Sandokan gli mosse incontro, dicendogli:

— Non temete, signore: noi siamo amici pronti a proteggervi contro i miserabili che hanno tentato di strangolarvi.

Lo sconosciuto s’alzò lentamente e fece qualche passo dicendo in lingua inglese, nella cui pronuncia si sentiva però un accento straniero:

— Perdonate signori se non vi ho subito ringraziato del vostro intervento; io ignoravo se avevo da fare con dei salvatori o con altri nemici.

— Chi siete? — chiese Sandokan.

— Un luogotenente del 5° Reggimento della cavalleria bengalese.

— Non vi si direbbe un inglese.

— Avete ragione: sono un francese di nascita, ai servigi dell’Inghilterra.

— E che cosa facevate qui solo nella jungla? — chiese Yanez.

— Un europeo! — esclamò il luogotenente, osservandolo con una certa curiosità.

— Portoghese, signore.

— Solo! — disse il giovane, dopo essersi leggermente inchinato. — No, non sono solo perché ho due uomini con me o almeno fino a poche ore or sono li avevo nel mio accampamento.

— Temete che siano stati strangolati? — chiese Sandokan.

— Non ne so nulla, tuttavia dubito che quei rettili che hanno tentato di strangolarmi, li abbiano risparmiati.

— Sono dei molanghi i vostri uomini?

— No, due cipayes.

— Chi ha sparato quel colpo di fucile che ci ha fatti accorrere?

— Io signor...

— Chiamatemi semplicemente capitano, per ora, se non vi spiace signor...

— Remy de Lussac, — disse il giovane. — Ho fatto fuoco contro quei cinque furfanti che mi erano piombati addosso, mentre io stavo coricato fra le erbe spiando le mosse di una axis che desideravo abbattere per la colazione di domani.

— E li avete mancati?

— Pur troppo, quantunque io sia un buon cacciatore.

— Siete dunque venuto qui per cacciare?

— Sí, capitano, — rispose de Lussac. — Ho un permesso di tre mesi e da due settimane percorro le jungle fucilando uccelli e quadrupedi.

Ad un tratto fece un balzo indietro, gridando:

— Fate fuoco!

Darma risaliva la riva e s’avvicinava al suo padrone.

— È nostra amica, non spaventatevi, signor luogotenente — disse Tremal-Naik.

— È essa anzi che ha messo in fuga gli strangolatori, che stavano dare addosso al nostro capitano.

— Una bestia prodigiosa.

— Che obbedisce meglio d’un cane.

— Signor de Lussac, — disse Sandokan. — Dove si trova il vostro accampamento?

— Ad un chilometro da qui, sulla riva del canale.

— Desiderate che vi conduciamo? La nostra caccia per questa notte è finita.

— Siete anche voi cacciatori?

— Per ora riteneteci tali. Andiamo a vedere se i Thugs hanno risparmiato i vostri uomini.

Il francese frugò qualche po’ fra le erbe, finché ebbe trovata la propria carabina, una bellissima arma a due canne, di fabbrica inglese, a canne brunite, poi disse:

— Sono ai vostri ordini.

Sandokan fece cenno a Tremal-Naik di mettersi a fianco del luogotenente, dicendo poi:

— Io e Yanez rimarremo alla retroguardia con Darma. Tenetevi un po’ discosti dalla riva; i Thugs possono avere dei fucili oltre i lacci.

Si misero in marcia, radendo il bosco di pipal il quale non accennava a finire, tenendo le carabine sotto il braccio per essere piú pronti a servirsene in caso d’un attacco.

Sembrava però che i Thugs si fossero allontanati, perché Darma non dava alcun segno d’inquietudine.

— Che cosa ne pensi di questa avventura? — chiese Sandokan a Yanez, — che ci possa essere d’impiccio o d’utilità quest’ufficiale pei nostri progetti?

«Se quell’uomo ha osato spingersi quasi solo nella jungla, deve possedere del coraggio e gli uomini coraggiosi non sono mai troppi nelle spedizioni arrischiate. Se ci facesse la proposta di unirsi a noi?»

— Lo accetterei, — rispose Yanez. — Andiamo a lottare contro gli uomini che il governo del Bengala sarebbe ben lieto di veder distrutti.

— E lo metteremo a parte dei nostri progetti?

— Non ci vedo, per mio conto, alcun inconveniente. Io credo anzi che sarebbe ben lieto di unirsi a noi: è un uomo di guerra al par di noi ed un giovane vigoroso che non ci sarà certo d’impiccio quando verremo ai ferri corti con Suyodhana.

«E poi, nella sua qualità d’ufficiale, potrebbe fornirci dei preziosi appoggi da parte del suo governo.»

— T’incaricherai tu di metterlo al corrente dei nostri affari, se si deciderà a unirsi a noi.

«Tutto considerato non mi rincrescerebbe avere un rappresentante dell’esercito anglo-indiano. Non si sa mai quello che può accadere e di chi si può avere bisogno.»

«Ah! Mi viene un sospetto.»

— Quale, Sandokan?

— Che quei Thugs, invece di spiare il francese, seguissero noi.

— Anche a me è venuto il medesimo sospetto. Fortunatamente siamo in buon numero e nel canale di Raimatla troveremo la Marianna.

— A quest’ora ci sarà già, — disse Sandokan.

In quell’istante udí l’ufficiale a mandare un grido.

— Che cosa avete signor de Lussac? — chiese Yanez, raggiungendolo.

— Nel mio accampamento non ardono piú i fuochi che avevo raccomandato ai miei due cipayes di mantenere accesi. Ciò indica una sciagura, signore.

— Dov’è il vostro accampamento? — chiese Sandokan.

— Laggiú, sotto quel nim colossale, che s’innalza isolato presso la riva del canale.

— Brutto segno se i fuochi non ardono piú, — mormorò Sandokan, aggrottando la fronte.

Stette un momento immobile, tenendo gli occhi fissi sull’albero, poi disse con voce risoluta:

— Avanti: in testa, Darma!

La tigre, ad un cenno di Tremal-Naik, si spinse innanzi, ma percorsi cinquanta passi si fermò guardando il bengalese.

— Ha fiutato qualche cosa, — disse Tremal-Naik. — Stiamo in guardia.

Continuarono ad avanzarsi cautamente colle dita sul grilletto dei fucili, finché giunsero a cento passi dall’albero, sotto cui si vedevano confusamente alzarsi due piccole tende da campo.

Il signor de Lussac si mise a gridare:

— Rankar!

Nessuno rispose dapprima a quella chiamata, poi fra le tenebre s’alzarono improvvisamente delle urla, e delle ombre balzarono attraverso le erbe fuggendo a tutte gambe.

— Sciacalli che fuggono! — esclamò Tremal-Naik. — Signor de Lussac, i vostri uomini sono morti e fors’anche a quest’ora sono stati già spolpati.

— Sí, — disse il francese con voce profondamente commossa. — I settari della sanguinosa dea me li hanno assassinati.

Si spinsero innanzi rapidamente e giunsero ben presto presso le tende.

Un orribile spettacolo s’offerse tosto ai loro sguardi.

Due uomini, già quasi interamente divorati, giacevano l’uno presso l’altro, a breve distanza da alcuni tizzoni che fumavano ancora.

La testa di uno era scomparsa e quella dell’altro era stata rosicchiata in modo tale da non poter essere piú riconoscibile.

— Poveri uomini! — esclamò il francese, con un singhiozzo. — E non poterli vendicare!

— Che cosa ne sapete voi? — gli chiese Sandokan, appoggiandogli una mano sulle spalle. — Voi ignorate ancora chi siamo noi e per quale motivo ci troviamo qui.

Il francese si era voltato vivamente, guardando con stupore la Tigre della Malesia.

— Parleremo di ciò piú tardi, — disse Sandokan, prevenendo la domanda dell’ufficiale. — Seppelliamo per ora gli avanzi di questi disgraziati.

— Ma... signor...

— A piú tardi, signor de Lussac, — disse Yanez. — Vi piacerebbe vendicare la morte dei vostri uomini?

— E me lo chiedete?

— Ve ne daremo il mezzo. Avete nulla da portare con voi?

— I Thugs hanno vuotato le tende, — disse Tremal-Naik, che le aveva già visitate.

— Assassini prima, poi ladri: ecco gli adoratori di Kalí!

Scavarono una fossa, adoperando le loro scimitarre e seppellirono quei miseri avanzi, onde sottrarli ai denti degli sciacalli, accumulandovi sopra dei massi.

Terminata quella funebre operazione, Sandokan si volse verso il luogotenente che appariva assai triste.

— Signor de Lussac, — disse, — che cosa intendete di fare ora? Tornarvene a Calcutta o vendicare i vostri uomini? Noi siamo venuti qui non già per dare la caccia alle tigri ed ai rinoceronti, bensí per compiere una grande vendetta e riavere ciò che ci hanno preso: il nostro nemico è il thug.

Il francese era rimasto silenzioso, guardando con un profondo stupore quei tre uomini.

— Decidetevi, — disse Sandokan. — Se preferite lasciare la jungla, metterò a vostra disposizione uno dei nostri elefanti onde vi conduca a Diamond-Harbour od a Khari.

— Ma che cosa siete venuti a fare qui, voi, signori? — chiese il francese.

— Io ed il mio amico Yanez de Gomera, un nobile portoghese, abbiamo lasciata la nostra isola che sta laggiú, in mezzo al mare della Malesia, per compiere una missione terribile che libererà questo disgraziato paese da una setta infame, e che ridarà una famiglia a questo indiano, uno dei piú forti e dei piú fieri uomini che vanti il Bengala e che è parente stretto d’uno dei piú coraggiosi ufficiali dell’esercito anglo-indiano, il capitano Corishant.

— Corishant! Lo sterminatore dei Thugs! — esclamò il francese.

— Sí, signor de Lussac, — disse Tremal-Naik, facendosi innanzi. — Io ho sposato sua figlia.

— Corishant! — ripeté il francese. — Quello che anni or sono fu assassinato nelle Sunderbunds dai settari di Kalí?

— L’avete conosciuto?

— Era il mio capitano.

— E noi lo vendicheremo.

— Signori, ignoro ancora chi voi siate, ma potete contare, fino da questo momento, su di me.

«Ho una licenza straordinaria di tre mesi e i sessanta giorni che ancora mi rimangono li dedico a voi.

«Disponete.»

— Signor de Lussac, — disse Yanez, — volete venire nel nostro accampamento?...

Là i Thugs non vi strangoleranno piú, ve l’assicuro.

— Sono ai vostri ordini, signor Yanez de Gomera.

— Partiamo, — disse Sandokan. — I nostri uomini possono inquietarsi di questa lunga assenza.

— Darma, in testa! — comandò Tremal-Naik.

I quattro uomini si strinsero in gruppo dietro la tigre e si misero in cammino, seguendo nuovamente il margine della foresta.

Due ore dopo giungevano all’accampamento.

I malesi ed i cornac, seduti intorno ai fuochi, vegliavano ancora fumando e chiacchierando.

— Nulla di nuovo? — chiese Sandokan.

— Nulla capitano, — rispose uno dei tigrotti.

— Avete notato niente di straordinario? Degli uomini non sono venuti a ronzare attorno all’accampamento?

— Il cane se ne sarebbe accorto.

— Signor de Lussac, — disse Sandokan, volgendosi verso il francese, che guardava con ammirazione i due colossali elefanti che russavano beatamente a poca distanza dai fuochi. — Se non vi spiace, dividerete con Yanez la tenda.

«È un europeo al pari di voi.»

— Grazie della vostra ospitalità, capitano.

— È già tardi: andiamo a dormire. A domani, signor de Lussac.

Fece a Yanez un cenno ed entrò nella sua tenda assieme a Tremal-Naik, mentre i malesi riattivavano i fuochi e sceglievano gli uomini di guardia.

— Signor de Lussac, — disse Yanez, con un sorriso. — La mia tenda vi aspetta.

«Se il sonno non vi tenta discorreremo un po’.»

— Preferisco qualche spiegazione al dormire, — rispose il luogotenente.

— Vi credo, — disse Yanez, offrendogli una sigaretta.

Si sedettero dinanzi alla tenda, di fronte ad uno dei fuochi che illuminavano l’accampamento. Yanez fumava senza parlare, ma dalla contrazione della fronte si poteva comprendere che stava cercando degli antichi ricordi.

Ad un tratto gettò via la sigaretta, dicendo:

— È una istoria un po’ lunga che forse troverete interessante e che vi spiegherà il motivo per cui noi ci troviamo qui ed il perché noi abbiamo dichiarata una guerra mortale ai settari di Kalí, decisi a vincere od a morire nell’impresa.

«Alcuni anni or sono, fra queste jungle, un indiano che campava la vita cacciando coraggiosamente i serpenti e le tigri, incontrava una fanciulla dalla pelle bianca e dai capelli biondi.

«Per molti giorni si videro, finché il cuore dell’indiano arse d’affetto per quella misteriosa fanciulla che tutte le sere, all’ora del tramonto, gli appariva.

«Quel fiore, perduto nelle pantanose jungle, era disgraziatamente la "Vergine" dei Thugs, rappresentante sulla terra la mostruosa Kalí. Abitava allora gli ampi sotterranei di Rajmangal, dove si tenevano celati i settari, per sfuggire alle ricerche del governo del Bengala.

«Il loro sacerdote l’aveva fatta rapire un giorno a Calcutta, ed era la figlia d’uno dei piú valorosi ufficiali dell’esercito anglo-indiano: il capitano Corishant.»

— Che ho conosciuto personalmente, — disse il francese, che ascoltava con vivo interesse quella narrazione. — Era noto pel suo odio implacabile verso gli strangolatori.

— L’indiano, che è l’uomo che voi avete veduto in nostra compagnia e che doveva un giorno diventare il genero dello sfortunato capitano, dopo incredibili avventure riusciva a penetrare nei sotterranei dei Thugs, per rapire la fanciulla che amava.

«L’audace disegno non riuscí ed il disgraziato cadde nelle mani degli strangolatori. Nondimeno gli fu risparmiata la vita non solo; ma gli fu anche promessa la mano della fanciulla purché uccidesse il capitano Corishant: la testa del valoroso ufficiale doveva essere il regalo di nozze.»

— Ah! Miserabili! — esclamò il francese. — E ignorava l’indiano che il capitano era il padre della sua fidanzata?

— Sí perché allora il capitano Corishant si faceva chiamare Macpherson.

— E lo uccise?

— No, — disse Yanez. — Una circostanza fortunata gli svelò a tempo che il capitano era il padre della «Vergine della pagoda».

— E che cosa successe allora? — chiese ansiosamente il francese.

— Una spedizione era stata, in quel tempo, organizzata dal governo del Bengala contro i Thugs ed il comando era stato affidato al capitano Corishant, loro accanito avversario.

«I sotterranei furono invasi, i loro abitatori in gran parte massacrati, ma il loro capo Suyodhana era riuscito a sfuggire con molti settari.

«I cipayes del capitano, sorpresi nelle folte jungle, furono a loro volta distrutti, il loro comandante ucciso, l’indiano e la sua fidanzata ripresi.»

— Mi rammento questo fatto che produsse una immensa emozione a Calcutta, — disse il francese. — Continuate, signor Yanez de Gomera.

— La fanciulla impazzí, il suo fidanzato instupidito da un filtro somministratogli dai Thugs, e accusato come loro complice venne condannato alla deportazione perpetua nell’isola di Norfolk.

— Che istoria mi narrate voi, signor Yanez?

— Una istoria verissima, signor de Lussac, — rispose il portoghese. — Accadde che per un caso straordinario la nave che doveva condurlo in Australia, dovesse appoggiare su Sarawak, dove allora regnava James Brooke.

— Lo sterminatore dei pirati?

— Sí, signor de Lussac e nostro implacabile nemico.

— Nemico vostro? Per quale motivo?

— Ma... — disse Yanez, sorridendo. — Questione di supremazia, forse altri motivi che per ora non voglio spiegarvi, signor de Lussac. Sono cose che riguardano esclusivamente me e il mio amico Sandokan, ex rajah d’uno degli stati del Borneo e... Lasciamo correre, ciò pel momento non vi può interessare ed intralcerebbe la mia istoria.

— Rispetto i vostri segreti, signor Yanez.

— Quasi nell’istessa epoca, — riprese il portoghese — una nave naufragava sulle spiagge d’un’isola che si chiama Mompracem.

«A bordo vi erano la figlia del capitano ed un fedele servo del suo fidanzato.

«Quantunque la fanciulla fosse sempre pazza, era riuscito a farla fuggire e si era imbarcato onde raggiungere il suo padrone.

«Una tempesta invece mandò la nave a fracassarsi sulle scogliere di Mompracem ed il servo e la figlia del capitano caddero nelle nostre mani.»

— Caddero! — esclamò il francese, facendo un gesto di stupore.

— Cioè, furono ospitati da noi, — disse Yanez, sorridendo.

«Ci interessammo di quell’istoria drammatica e fu deliberato, fra me e Sandokan, di liberare il povero indiano, vittima dell’odio implacabile dei Thugs.

«L’impresa non era facile perché era prigioniero di James Brooke e in quell’epoca il rajah di Sarawak era il piú potente ed il piú temuto dei sultani del Borneo.

«Tuttavia, colle nostre navi ed i nostri uomini, non solo riuscimmo a strappargli l’indiano, bensí anche a cacciarlo per sempre dal Borneo e fargli perdere il trono.»

— Voi! Ma chi siete voi dunque per muovere guerra ad uno stato posto sotto la protezione della possente Inghilterra?

— Due uomini che abbiamo forse un buon fegato, molte navi, molti guerrieri, molte ricchezze e... qualche cosa d’altro ancora. — disse Yanez. — Lasciatemi proseguire senza interrompere o l’istoria dell’indiano non la finirò piú.

— Sí, sí, continuate, signor Yanez.

— La figlia del capitano fu guarita mercé un certo esperimento ideato dalla fantasia del mio amico Sandokan, ed i due fidanzati partivano due mesi dopo per l’India dove si sposavano.

«La povera figlia del capitano Corishant non era però nata sotto una buona stella.

«Due anni dopo moriva dando alla luce una bambina: Darma.

«Quattro anni dopo, la piccina, come sua madre, scompariva, rapita dai Thugs.

«La figlia della “Vergine della pagoda” prendeva il posto della madre.

«Voi volete sapere perché noi siamo qui: siamo venuti per strappare agli strangolatori la figlia del nostro amico e distruggere quella setta infame che disonora l’India e che ogni anno sopprime migliaia di vite umane.

«Ecco la nostra missione, signor de Lussac; volete unire la vostra sorte alla nostra? Noi, oggi combattiamo per l’umanità.»

— Chi siete voi dunque, che dalla lontana Malesia venite qui a sfidare la potenza dei Thugs, che ha resistito e resiste tuttora ai colpi del governo anglo-indiano?

— Chi siamo noi? — disse Yanez, alzandosi. — Degli uomini che un giorno hanno fatto tremare tutti i sultani del Borneo, che hanno strappato il potere a James Brooke, lo sterminatore dei pirati, ed hanno fatto impallidire perfino il leopardo inglese: noi siamo i terribili pirati di Mompracem!