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Luigi Guglielmi

dolomites@libero.it

I ladini e gli altri parlanti ladino. È possibile un percorso comune?

a Bortolo De Vido


Chi sono i ladini? E chi sono i parlanti ladino? Le due domande richiedono due risposte diverse ma ancora pochi se ne rendono conto, anche tra le popolazioni interessate. E ciò contribuisce a creare incomprensioni, rancori, divisioni, sgambetti, sprechi di risorse (non solo umane), ridotto impatto politico, visibilità limitata e confusa per il “mondo ladino”. E tutto questo proprio mentre l’area delle Dolomiti riceve una spinta verso l’unità che deriva dalla dichiarazione di Patrimonio dell’Umanità Unesco. L’area delle Dolomiti Unesco circoscrive, con notevole precisione, proprio la terra dei ladini e dei parlanti ladino. E non è un caso: ma le ragioni e la portata di questa “coincidenza” purtroppo non sembrano essere state ancora ben comprese. Il presente contributo vorrebbe provare a mettere un po’ d’ordine e a fissare alcuni punti fermi oggettivi, in senso scientifico, nella speranza che vengano riconosciuti come tali e che risultino, pertanto, condivisibili e utili a impostare, se paia interessante, un percorso comune.

Chi sono i ladini

Chi sono i ladini, dunque? La definizione, al di là delle valutazioni propriamente linguistiche, implica sicuramente una connotazione etnica. Coloro che comunemente e tradizionalmente vengono definiti ladini, infatti, non soltanto sono dei parlanti ladino, ma da molto tempo (più di un secolo, che non è poco) si intendono come popolo o addirittura come nazione e sostanzialmente considerano secondarie le altre definizioni etnico-geografiche che li caratterizzano: gardenesi, fassani, badiotti... Questi ladini ritengono di avere un territorio (patria) ben definito (la Ladìnia); hanno avuto un percorso storico comune segnato da alcuni importanti elementi unificatori (tra cui due guerre mondiali vissute in modo particolarmente drammatico, così come i due periodi post-bellici); hanno una bandiera specifica; quanto al fatto che non abbiano mai saputo far nascere una lingua ladina ufficiale, anche con funzione di “lingua tetto” rispetto alle varianti dialettali, il problema non è affatto percepito in modo grave (tant’è che gli sforzi profusi nel progetto Spell per la creazione artificiale di un “ladino standard” non hanno trovato un favore popolare di pari peso). I ladini intesi in questo senso sono quelli già riconosciuti e politicamente sostenuti dall’Impero austroungarico durante l’Ottocento1 . Passati sotto l’Italia

1 Il linguista tedesco Johannes Kramer afferma che ladin come identificativo etnico degli abitanti della Ladinia è un «nuovo nome cólto imposto nel terzo decennio del XIX secolo»: Kramer J., Latinus als Sprachname in ltalien und in den Alpen, in «Mes Alpes à moi». Civiltà storiche e Comunità culturali delle Alpi, a cura di E. Cason Angelini, Venezia, Regione del Veneto, Belluno, Fondazione G. Angelini, 1998, p. 182.

dopo la Grande Guerra, furono divisi dal punto di vista amministrativo in due regioni e tre province, ma senza che questa separazione venisse a minare il senso di appartenenza a una storia comune e a una stessa e diversa civiltà. Questi ladini abitano le valli Gardena (Bolzano), Badia (Bolzano), Fassa (Trento), Livinallongo-Fodom (Belluno) con Colle Santa Lucia (Belluno) e la conca di Cortina d’Ampezzo (Belluno).

Dal punto di vista linguistico questi ladini convivono con due grosse linee di divisione interne: l’ampezzano è infatti un dialetto schiettamente cadorino (cadorine, d’altra parte, sono le origini storiche e linguistiche di Ampezzo) mentre gli altri gruppi fanno riferimento al ladino atesino (cioè originario del bacino idrografico dell’Adige; qualche dubbio sussiste per il dialetto di Colle Santa Lucia, oggi di tipo “misto” ladino-veneto, ma parlato in un’area di probabile origine storica e linguistica cadorina, non atesina); l’altra marcata divisione riguarda le “lingue tetto”, che condizionano profondamente le parlate sottostanti, differenziandole progressivamente in due gruppi distinti: Badia e Gardena, sostanzialmente, hanno come punto di riferimento il tedesco, le altre valli l’italiano.

Chi sono i parlanti ladino

E chi sono i parlanti ladino? Oltre, ovviamente, ai suddetti ladini, in provincia di Belluno i parlanti ladino sono anche le altre popolazioni i cui dialetti fin dall’Ottocento furono indagati dai linguisti nell’ambito degli studi sul ladino e ritenuti in gradazioni diverse affini alle parlate ladine delle vallate austroungariche. Dal punto di vista geografico, quest’area linguistica copre tutto il Cadore con il Comelico che ne è da sempre parte integrante (è l’area del tipo ladino cadorino, famiglia di dialetti abbastanza diversa dal ladino atesino), poi l’Agordino e Zoldo (entrambe le vallate interessate da varianti “miste” ladino-venete). Dunque si può rispondere che i cadorini, gli zoldani e gli agordini sono anch’essi popolazioni parlanti ladino. Rispetto ai ladini ex austroungarici, a fine Ottocento questi altri parlanti ladino non furono spinti a trovare né trovarono spontaneamente alcuno stimolo né ragioni oggettive per considerarsi minoranza etnica o linguistica e per valorizzare le loro parlate e nel contempo la loro cultura - che pure intanto erano oggetto dell’interesse dei linguisti - e continuarono a condividere in tutto le sorti del resto della popolazione bellunese, francamente misere sul piano economico, culturale e sul versante dell’istruzione. In quest’area bellunese le parlate ladine si evolvono senza soluzione di continuità in un contesto di antichissima antropizzazione, dove la trafila linguistica dall’età preromana a oggi risulta ininterrotta e ben documentata, mentre nell’area del ladino atesino pare difficile far risalire a prima del Mille un incolato stabile. La coscienza etnica spontanea, non indotta, è tuttora particolarmente forte e vivace in Cadore, ma non riguarda prevalentemente la “ladinità” bensì la “cadorinità” (a buon diritto, visto che i Catubrini si trovano citati già nelle due famose epigrafi di età romana rinvenute a Belluno). Tuttavia negli ultimi decenni del Novecento è cresciuta la consapevolezza popolare dell’appartenenza linguistica ladina, molti gruppi di cultura locale hanno iniziato a definirsi ladini (ladis, ladins, ladign; ladin) e il concetto di ladino come nome di lingua (ladin, sempre più spesso registrato nei dizionari locali) ha cominciato a diffondersi nell’intera area. È un fenomeno in crescita, che va a collidere con la visione consapevole, radicata, gelosamente chiusa ed esclusiva dei ladini ex austroungarici.

Un tratto di unità: l’aggettivo ladin nel suo significato originario e popolare

Va anche detto che in tutta l’area bellunese dei parlanti ladino (ex austroungarici e non) l’aggettivo ladin è noto, vivace e di tradizione antica, e ci conduce a osservare una evidente e significativa situazione di unità linguistica. Tuttavia il suo significato principale, genuino, popolare non è identificativo della parlata locale e della gente che l’adopera: in quest’uso la voce è quasi dappertutto di origine dotta e recente, cioè risalente all’Ottocento. Nell’uso popolare e genuino, invece, ladin vuol dire «veloce», «chiaro», «scorrevole», «facile» ed è applicabile ai più disparati ambiti concettuali, anche del tutto distanti dalla lingua. Eppure dall’ambito linguistico trae origine: ladin viene ovviamente da Latinu(m), «latino», che nel medioevo, in Italia, passò a significare di fatto «italiano», inteso come “lingua continuatrice del latino” e parlata nella Penisola2 . Di qui, affermare che una persona «parla ladino» viene a significare che «parla comprensibile», perché parla la lingua che anch’io parlo e capisco, dunque è «facile» da comprendere, risulta «scorrevole», «veloce». Questo slittamento semantico trovò più ragion d’essere, probabilmente, proprio nelle aree di confine, dove «parlare ladino» si contrapponeva a «parlare tedesco». E dove tutt’ora la voce ladin si conserva e resiste molto bene.

Se osserviamo i significati originali e popolari di ladin nelle parlate della provincia di Belluno, ex austroungariche e non, otteniamo soltanto conferme della vicinanza tra i dialetti in relazione a questo elemento semantico.

A Livinallongo, area di ottima conservazione del ladino atesino ed ex territorio austroungarico, ladin significa prima di tutto «svelto», «agile», «leggero», «scorrevole», «spigliato».

L’allontanamento dall’ambito semantico della lingua si mostra evidente se consideriamo espressioni come ladin de giama, «veloce», «buon camminatore» o ladin de lenga «chiacchierone», «ciarliero»; ladin de man significa «ladruncolo»; l va ladin vuoi dire che «è scorrevole», «si muove con agilità». Si è generato anche un verbo, che nulla ha a che vedere con l’ambito semantico della lingua: ladiné «essere ancora abbastanza chiaro (la sera)3 ». Appena più a sud si stendono i paesi dell’Alto Cordevole (con Colle Santa Lucia che fu Impero austroungarico). Il panorama semantico è omogeneo: dappertutto ladin significa 2 Ne discute con dovizia di esempi Kramer J., Latinus als Sprachname in Italien und in den Alpen, in «Mes Alpes à moi». Civiltà storiche e Comunità culturali delle Alpi, a cura di E. Cason Angelini, Venezia, Regione del Veneto, Belluno, Fondazione G. Angelini, 1998, pp. 175-183 (tradotto in italiano: Latinus-ladino, nome di lingua parlata in Italia e nelle Alpi, ibidem, pp.165-l74). 3 Masarei S., Dizionar Fodom-Taliàn-Todësch, Colle S. Lucia, Istitut cultural ladin «Cesa de Jan» - Spell, 2005.

«svelto», «agile», «scorrevole»; la va ladin «si procede celermente», «è lavoro rapido»; a Laste ladina de gormèl corrisponde a ladina de lénga del resto di quest’area e significa «pronta al cicaleccio», «ciarliera»; il ladin de man lo conosciamo già: come a Livinallongo è il «ladruncolo»; la ròda da filé la va ladin «il filatoio è facilmente azionabile»; mère ladina o mare ladina indica la «madre che non sorveglia abbastanza le figlie». È comune anche il significato di «ladino, con riferimento alla gente e alle parlate», ma si tratta chiaramente una acquisizione recente e di origine dotta4 . Ancora più a sud il territorio propriamente agordino è classificato, dal punto di vista linguistico, come ladino-veneto, area di transizione, fortemente (e gradatamente) influenzata da elementi più meridionali (Belluno). Eppure anche qui è ancora vivace l’aggettivo ladin con gli stessi significati: «agile», «facile», «scorrevole»; ladin de ganba (gianba) «veloce», «camminatore»; ladin de lénga «chiacchierone»; ladin de man «ladro» ma anche «portato a picchiare con facilità», «manesco» (significato che troveremo anche a Cortina e in Cadore); ‘na arte ladina «un utensile maneggevole»; ‘na fémena ladina da kel vèrs «donna di facili costumi». Nell’Agordino meridionale la fraseologia tipica ricorda vaca ladina da molde «mucca che si lascia mungere docilmente». A Falcade co l’é salute, /’é tut che va pi ladin a sto mondo «quando c’è la salute, tutto nella vita è più facile, scorrevole»5 . Selva di Cadore è, appunto, territorio cadorino ma a causa della sua collocazione geografica nel bacino del Cordevole dal punto di vista linguistico presenta una distanza minima rispetto ai dialetti dell’Alto Agordino. Ladin significa «scorrevole», «facile», «lesto», «sciolto», «agile», «chiaro», «comprensibile»; anche qui la fraseologia tipica riporta ladin de giamba, ladin de lenga, ladin de man: «bravo camminatore», «maldicente», «ladruncolo». Come significato recente il dizionario locale registra: «il dialetto ladino, chi lo parla»6 . Tra l’Agordino e il Cadore si stende la stretta e impervia valle di Zoldo, classificata anch’essa nel ladino-veneto e storicamente soggetta al dominio diretto di Belluno. Anche qui l’aggettivo ladin può voler dire «di parlata ladina», ma il significato principale è «svelto», «agile», «scorrevole», «sciolto», «generoso», «prodigo», «disinvolto», «schietto», «franco»; ‘l a la lénga ladina, ‘l é ladin de lénga «svelto di parola», «pronto di battuta», «linguacciuto»; ladin de ganba «agile», «veloce»; al va ladin «scorre» (no ‘l é dur); na rùoda ben onta la va ladina; ladin de maan «facile a menar le mani»; ladin (d)a se mùe «svelto»7 .

Tornando più a nord, appena a est del Livinallongo si trova il territorio di Cortina d’Ampezzo, vallata originariamente cadorina (dunque anche nel dialetto) che per quattro secoli fu inclusa nel Tirolo e Austria-Ungheria. Anche qui ladin è «agile», «scorrevole», «svelto», 4 Pallabazzer V., Lingua e cultura ladina: lessico e onomastica di Laste, Rocca Pietore, Colle S. Lucia, Selva di Cadore, Alleghe, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, s.a. 5 Rossi G.B., Vocabolario dei dialetti ladini e ladino-veneti dell’Agordino: lessico di Cencenighe, San Tomaso, Vallada, Canale d’Agordo, Falcade, Taibon, Agordo, La Valle, Voltago, Frassené, Rivamonte, Gosaldo. Con note etnograficodemologiche, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1992. 6 Nicolai L., Il dialetto ladino di Selva di Cadore. Dizionario etimologico, Selva di Cadore, Unión de i Ladign de Sélva, 2000. 7 Croatto, E., Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo (Belluno), Venezia, Regione del Veneto, Vicenza, Angelo Colla, 2004.

«accorto». Solo recentemente - sottolinea il vocabolario - la voce è passata a significare anche «ladino», «appartenente al gruppo etnico ladino»: i Ladis de ra Dolomites «i Ladini delle Dolomiti»8 . A est di Cortina, sempre confinante con l’Alto Adige, c’è Auronzo di Cadore. L’identità semantica con l’ampezzano è evidente: ladin significa «sciolto», «manesco», «facile a concedere»; béte ntin de oio sul ciadenazo che l viene pi ladin significa «metti un po’ d’olio al catenaccio che diventi più scorrevole»; é ladin de man a Livinallongo significa «ladruncolo» ma qui non siamo distanti con «è facile di mano», «è manesco»; no sta a ese masa ladina «non essere troppo facile a dar via tutto9 ».

E se Cortina è l’estrema propaggine occidentale della Valle del Boite, già si può immaginare la situazione dei paesi del Cadore che stanno appena più a valle: San Vito, Borca, Vodo. Ladin, annuncia fieramente il vocabolario di Menegus Tamburin, significa «ladino, il nostro idioma». Ma è chiaro che il vero confronto va condotto sull’altro gruppo di significati, che manco a dirlo è «agile», «agevole», «svelto», «scorrevole»10. Anche a Cibiana di Cadore, paese già meridionale ma in situazione isolata e dunque molto conservativo dal punto di vista linguistico, ladin viene con soddisfazione registrato dal vocabolario nel significato di «ladino: il nostro idioma». Ma andiamo a vedere che cosa vuoi dire a livello popolare: «sciolto», «agile», «scorrevole», «generoso». Me par che te èbes la lénga an tin massa ladina «mi sembra che tu abbia la lingua (il parlare) un po’ troppo disinvolto»; «della persona manesca», spiega ancora il vocabolario: ‘L a le man ladines «è di mano facile»11.

In Centro Cadore le cose non cambiano. A Lozzo ladin vuoi dire «svelto», «manesco», «scorrevole»; ladin de lénga «loquace e offensivo»; ese ladin de man «essere facile di mano», «essere manesco»: to fiol é sènpre stou n ladin «tuo figlio è sempre stato un tipo manesco12». E nel conservativo Comelico Superiore, più a est, la situazione è identica: ladin significa «sciolto», «scorrevole», «manesco», «corrivo», «facile a cedere o a concedere»; al ciadnazu dla porta é ladin «il catenaccio della porta è scorrevole»; é ladin d man «è facile di mano», «è manesco»; é tantu ladina, dà via dutu «è molto corriva, concede tutto»13. Della voce comeliana si era occupato anche Carlo Tagliavini, che registrava ladin «facile»; «svelto», «agile», proponendo l’etimologia «< latinus, nel senso di “semplice, facile”, v. Rew 4927». II grande linguista aggiungeva uno spunto letterario che deve mettere un tarlo alla nostra disamina: «E chi non ricorda il Dantesco Però non fui a rimembrar festino / Ma or 8 Vocabolario Ampezzano, Cortina d’Ampezzo, Cassa rurale ed artigiana di Cortina d’Ampezzo, 1986. 9 Zandegiacomo De Lugan I., Dizionario del dialetto ladino di Auronzo di Cadore, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1988. 10 Menegus Tamburin V., Il dialetto nei paesi cadorini d’Oltrechiusa (S. Vito, Borca, Vodo), Firenze, Istituto di studi per l’Alto Adige, 1978. 11 Da Col, G., L’idioma ladino a Cibiana di Cadore, il paese dei murales. Grammatica e vocabolario, Pieve d’Alpago, Nuove Edizioni Dolomiti, 1991. 12 Il dizionario della gente di Lozzo. Dialetto ladino di Lozzo di Cadore, Lozzo di Cadore, Comune, 2004. 13 De Lorenzo Tobolo E., Dizionario del dialetto ladino di Comelico Superiore, Bologna, Tamari, 1977. Articole scientifiche Sezion 1 32 Ladin ! m’aiuta ciò che tu mi dici / Sì che raffigurar m’è più latino Par. III, 61-63?»14. E in effetti sarebbe sbagliato descrivere le attestazioni delle vallate altobellunesi senza ricordare che la voce ladino è attestata (in disuso) anche nel dizionario italiano di Zingarelli: «facile», «agevole»; «lubrico»15. II Dizionario etimologico della lingua italiana la spiega con «facile», «pronto», «svelto», sottolineando che si tratta di forma antiquata mentre nell’accezione linguistica (attestata dal XIX secolo) ladino significa «romanico e anche giudeospagnolo»16. Non ci meraviglia, pertanto, trovare nell’Ottocento la voce ladin citata anche a Belluno, «scorrevole», «facile»; ladin de man «manesco»; «libertino»17, mentre ricchissima è la documentazione offerta dal Boerio per l’aggettivo ladin nella Venezia di un secolo e mezzo fa: «latino»; «scorrevole»; «agiato»; «scorsoio»; «corsoio»; «sdrucciolevole», «facile a scorrere: dicesi di susta o chiavistello o simile». Bala ladina «palla agiata, diciamo a quella ch’entra senza esser cacciata per forza nel pezzo d’artiglieria». Ladin de boca «latino di bocca», «facile a parlare, e dicesi in mala parte, vale sporco, disonesto, largo di bocca, di chi parla senza rispetto o riguardo alcuno». Ladin de man «man manesco»; «manuale»; «latino di mano»; «che favella colle mani»; «a cui pizzicano le mani»; «di pronte mani, vale facile o pronto a rubare, a percuotere, a ferire, o a palpare, a palpeggiare». Mar ladina «madre facile»; «che bee grosso»; «che agevola»; «che chiude gli occhi o un occhio: dicesi della madre che abbia poca cura dell’onestà delle figlie»18. Anche nel caso di ladino/ladin, dunque, si ripete il solito schema: le parlate ladine risultano capaci di conservare oggi forme e significati che già furono attestati nelle altre parlate romanze d’Italia e poi là abbandonati. Per quanto riguarda l’uso tuttora vivo e il significato genuino dell’aggettivo ladin, si nota che tale capacità di conservazione non è certo limitata entro i confini della Ladinia ex austroungarica bellunese ma interessa, in modo perfettamente omogeneo, tutta l’area (che è anche l’area ufficialmente riconosciuta) dei parlanti ladino. E per chi s’intende di linguistica non è una grande sorpresa. Coscienza e simboli Ladino, al di là dei suoi significati popolari, in senso linguistico è oggi un termine di comodo utilizzato in ambito dotto per indicare una serie di parlate caratterizzate da isolamento, singolari tratti di conservazione e spiccata tendenza all’evoluzione separata. 14 Tagliavini C., Il dialetto del Comelico e nuovi contributi alla conoscenza del dialetto del Comelico, S. Stefano di Cadore, Comunità montana del Comelico e Sappada, 1988 - ristampa dell’edizione del 1926 con correzioni e aggiunte. 15 Zingarelli N., Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, II edizione: 1983. 16 Battisti C., Alessio G., Dizionario etimologico italiano, Firenze, G. Barbera, 1975. 17 Nazari, G., Dizionario bellunese-italiano, Sala Bolognese, Forni, 1983, ristampa dell’edizione di Oderzo, 1884. 18 Boerio G., Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, Premiata tipografia di Giovanni Cecchini, 1856. Articole scientifiche Sezion 1 Ladin ! 33 Si tratta di dialetti derivati dal latino e dislocati su un territorio che va dai Grigioni (il cantone più orientale della Svizzera), alle Dolomiti, al Friuli. Per quanto riguarda l’area del ladino centrale, dove proprio la natura impervia, tormentata ma nello stesso tempo unitaria delle Dolomiti favorì la manifestazione dei caratteri del ladino, soltanto nel territorio dell’Impero austroungarico i parlanti ladino trovarono una situazione favorevole alla nascita di una coscienza etnica ladina, e non senza forzature: proprio l’inventore del concetto (prima dotto, poi popolare) della Ladinia, il linguista Johann Baptist Alton, nel 1879 testimoniava che «i marebbani identificano con il nome Ladins soltanto loro stessi ed escludono da questo nome quindi anche i vicini gardenesi, livinallesi, ampezzani, fassani; si definiscono badiot soltanto di rado, e quando tuttavia accade, con questo nome vengono definiti solitamente soltanto gli abitanti di Badia»19. Altri linguisti di area imperiale riferiscono la stessa situazione, ma Alton ci dice ancora di più: «la persona ladina non considera “ladins” i gardenesi, i livinallesi, i fassani e gli ampezzani, per quanto essi possano rivendicare questo nome sulla base della grande parentela dei loro dialetti con il ladino»20. Oggi la storia sembra ripetersi: i ladini delle terre già austroungariche generalmente non accettano che anche gli altri parlanti ladino possano definire se stessi allo stesso modo, cioè ladini, ritenendo fondanti ed esclusivi della loro identità etnica alcuni fattori peraltro extra linguistici, come ha riconosciuto Roland Bauer recentemente su questa rivista: «II concetto della Ladinia brissino-tirolese (che comprende le Valli Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo e Ampezzo) si basa su due fattori extralinguistici molto importanti per l’identità dei parlanti, e cioè l’appartenenza plurisecolare alla Contea del Tirolo (Austria asburgica) da un lato e alla diocesi di Sabiona-Bressanone dall’altro. Si veda anche la carta storica pubblicata regolarmente nei preliminari della rivista sudtirolese «Ladinia»21. D’altra parte va evidenziato che il processo di coscientizzazione rafforzato dall’entrata in vigore della legge dello Stato 482 del 1999 fece temere ai ladini ex austroungarici che i margini della ladinia si sarebbero allungati sempre di più verso sud, fino a comprendere perfino Belluno e Feltre e poi chissà quanto oltre, come risposta al miraggio dei finanziamenti (esigui) legati a quel provvedimento normativo22. In realtà oggi, a più di dieci anni dall’approvazione della 482, appare chiaro che l’area ladina ufficiale della provincia di Belluno è estesa ai territori del Cadore, all’Agordino e a Zoldo, ossia proprio a quelle tre zone che i linguisti 19 Alton, J.B., Die ladinischen Idiome, Innsbruck, 1879, p. 241: «Die Enneberger begreifen unter dem Namen Ladins nur sich allein, und schließen somit auch die benachbarten Grödner, Buchensteiner, Ampezzaner und Fassaner von diesem Namen aus; badiot’ (Badia) nennen sie sich nur selten und wenn dies dennoch geschiecht, so werden gewöhnlich nur die Abteier mit diesem Namen bezeichnet» . 20 Alton, J.B., Die ladinischen Idiome, Innsbruck, 1879, p. 4: «Die Grödner, Buchensteiner, Fassaner und Ampezzaner rechnet der Ladiner nicht zu den Ladins, wiewohl auch sie mit Rücksicht auf die große Verwandtschaft ihrer Dialekte mit dem ladinischen auf diesen Namen Anspruch machen könnten». 21 Bauer R., Profili dialettometrici veneto-bellunesi, “Ladin!”, 2, VI (2009), p. 15, n. 16. 22 Guglielmi L., La problematica ladina in provincia di Belluno, in «Mes Alpes à moi». Civiltà storiche e Comunità culturali delle Alpi, a cura di E. Cason Angelini, Venezia, Regione del Veneto, Belluno, Fondazione G. Angelini, 1998, p. 246. Articole scientifiche Sezion 1 34 Ladin ! hanno sempre indagato fino a riconoscere e classificarvi le tipologie del ladino cadorino e del ladino-veneto. All’orizzonte non si vede nessuna forzatura che tenda a trascinare il confine meridionale di questa ladinia fino a comprendere la Valbelluna. La complessa distinzione tra i ladini e gli altri parlanti ladino pone comunque il problema del rispetto delle identità etniche (intese anche in senso “esclusivo”) e dei loro simboli: in Cadore, Agordino e Zoldo si fa sporadicamente uso della bandiera ladina che nacque nel 1920 (tre bande orizzontali, dal basso verde, bianco e azzurro) e che da allora e per quasi un secolo ha identificato esclusivamente le popolazioni ladine delle terre ex austroungariche. È una pratica che là viene percepita come un vero abuso, un affronto. Anche l’uso del termine ladino per identificare un cadorino, un agordino o uno zoldano è considerato improprio nelle zone ex austroungariche, dove per identificare gli «altri sedicenti ladini» è diffusa la definizione (non senza sfumatura spregiativa) di neoladini. Chi ha diritto alla tutela Chi ha diritto a tutela linguistica, secondo lo Stato italiano? Soltanto i ladini o tutti i parlanti ladino? Tutti. Da questo punto di vista la Legge 15 dicembre 1999, n. 482, intitolata «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche» e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999, non lascia spazio a dubbi. Così recita l’articolo 2, comma 1: «In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo». Volutamente il legislatore introduce la duplice determinazione «popolazioni albanesi, catalane» ... e «quelle parlanti il francese, il franco-provenzale»... «il ladino», proprio per evitare di riferirsi - in modo che sarebbe potuto risultare equivoco nel senso di una implicazione etnica - alle «popolazioni francesi, franco-provenzali»... «ladine»23. Insomma, con la 482 lo Stato decise di puntare alla tutela delle minoranze linguistiche (in sintonia, d’altra parte, con il dettato costituzionale dal quale la 482 deriva) a prescindere dal fatto che sia più o meno presente una coscienza etnica direttamente riferibile alla lingua minoritaria da tutelare. Che si tratti di una precisa scelta del legislatore (e non di una forzatura di chi intende allargare la tutela del ladino anche al di fuori del territorio dei ladini ex austroungarici) è confermato dal Primo rapporto sullo stato delle minoranze in Italia, del 1994: «Nell’ordinamento italiano il concetto di “minoranza” è legato, sulla base dell’art. 6 della Costituzione, esclusivamente a quello di “lingua” o, meglio, di “minoranza linguistica”. Tutti quegli altri aspetti che possono individuare una minoranza, quali l’ “etnia”, la “religione”, la “razza”, etc. trovano considerazione in altri articoli a carattere generale 23 Me lo confermò personalmente, in quegli anni, il parlamentare bellunese Giovanni Crema che fu uno dei firmatari del disegno di legge. Articole scientifiche Sezion 1 Ladin ! 35 della Costituzione, che fanno riferimento alla eguaglianza dei cittadini avanti alla legge senza alcuna distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali o sociali, oppure in articoli che prevedono la libertà personale, di riunione e di associazione»24. Già in passato feci notare che si tratta di una puntualizzazione importante per quanto riguarda la questione del ladino, perché in particolare i ladini ex austroungarici fondano su base etnica la loro rivendicazione dello status di minoranza, mentre per lo Stato vale il criterio prettamente linguistico25. In altre parole, è chiaro che la legge intende tutelare le lingue minoritarie d’Italia (e il ladino è una di esse) a prescindere da eventuali coscienze etniche dei parlanti. E dunque anche i parlanti ladino esterni al territorio dei ladini ex austroungarici hanno pienamente diritto di ricevere altrettante attenzioni politiche. Non è funzionale a tale riconoscimento il fatto che questi parlanti ladino “usurpino” la denominazione etnica di ladini di cui sono gelosi gli ex austroungarici per ragioni fondate e oggettivamente diverse26 da quelle che nel resto dell’area ladina si possono addurre. Nomi diversi e bandiere diverse? Alla luce di quanto detto sopra, ritengo che la promozione dei dialetti ladini possa trovare percorsi comuni tra i ladini ex austroungarici e gli altri parlanti ladino, purché si instauri un positivo clima di rispetto reciproco, a partire dal riconoscimento delle diverse vicende storiche e della diversa percezione etnica. Ho affermato ben tredici anni fa27 e anche successivamente in varie occasioni28 che i cadorini ma anche gli agordini e gli zoldani hanno uguali diritti di vedere promosse le loro parlate rispetto ai ladini ex austroungarici senza dover rinunciare al loro antico, originale e popolare appellativo etnico (proprio come fanno i friulani29, linguisticamente appartenenti alla “sezione orientale” del ladino). Il diritto di essere riconosciuti come minoranza linguistica consiste nell’essere una popolazione che parla ladino e non nell’inutile esibizione di un nuovo nome, posticcio (ladini al posto di cadorini, agordini, zoldani). Articole scientifiche Sezion 1 24 Primo rapporto sullo stato delle minoranze in Italia, Roma, Ministero dell’Interno - Ufficio centrale per i problemi delle zone di confine e minoranze etniche, 1994, p. 24. 25 Ne ho discusso brevemente anche in Guglielmi L., La problematica ladina in provincia di Belluno, in «Mes Alpes à moi». Civiltà storiche e Comunità culturali delle Alpi, a cura di E. Cason Angelini, Venezia, Regione del Veneto, Belluno, Fondazione G. Angelini, 1998, p. 248, n. 27. 26 Lo stesso ragionamento in Guglielmi L., Il ladino del Cadore, in Dolomites, a cura di P.C. Begotti ed E. Majoni, Udine, Società Filologica Friulana, 2009, pp. 434-435. 27 “L’Amico del Popolo”, 46, 1997, p. 10 (articolo senza firma ma mio). 28 Per esempio in Guglielmi L., Il ladino del Cadore, in Dolomites, a cura di P.C. Begotti ed E. Majoni, Udine, Società Filologica Friulana, 2009, pp. 435-436. 29 I friulani sono riusciti a far inserire un esplicito riferimento al friulano nella legge 482, “sganciando” di fatto il friulano dal ladino e avviandone la valorizzazione per strade proprie, senza più il rischio di equivoci (o di contrasti) con i ladini ex austroungarici. Cfr. Guglielmi L., La problematica ladina in provincia di Belluno, in «Mes Alpes à moi». Civiltà storiche e Comunità culturali delle Alpi, a cura di E. Cason Angelini, Venezia, Regione del Veneto, Belluno, Fondazione G. Angelini, 1998, p. 249, n. 28. 36 Ladin ! Tornando al ragionamento iniziale, tutta l’area dei parlanti ladino, che coincide con il territorio delle Dolomiti Unesco, potrebbe essere a buon diritto definita come l’area del ladino dolomitico, a patto di cominciare ad utilizzare questa definizione - finalmente! - in modo geograficamente corretto e non solo limitato alle valli del Sella (com’è d’uso frequente purtroppo tra i linguisti austriaci e tedeschi)30. Quanto ai nomi delle popolazioni parlanti ladino, potranno restare quelli che sono. D’altra parte ritengo corretto lasciare che ladin, inteso come identificativo etnico, si “allarghi” purché senza forzature, se questo è il suo destino. Anche per quanto riguarda la bandiera - è la mia opinione personale - è giusto procedere con rispetto. Se quella a tre bande orizzontali verde, bianca e azzurra è considerata patrimonio esclusivo dei ladini ex austroungarici, mi chiedo se non si possa adottare, nel resto dell’area dei parlanti ladino, una forma variata di quel vessillo, che lo richiami ma senza essere identico. In ogni caso, da mezzo cadorino quale sono, mi auguro che prima di «buttare» (o di mettere in secondo piano) il secolare e significativo simbolo del Cadore - le due torri che incatenano l’albero della comunità - ci si pensi molto molto bene. Articole scientifiche Sezion 1 30 Ho evidenziato il problema anche in Guglielmi, L., I dialetti ladini bellunesi e i limiti della dialettometria. A proposito dell’articolo di Roland Bauer, “Ladin!”, l, VII (2010), p. 16. Cinque Torri