Luigi Guglielmi

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Storia dell’identità culturale ladina del Bellunese
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Luigi Guglielmi


Storia dell’identità culturale ladina del Bellunese


L’area settentrionale dolomitica, ovvero l’Agordino, l’Alto Cordevole, la Valle di Zoldo, il Cadore con il Comelico, Cortina d’Ampezzo è interessata per intero dal fenomeno del ladino, fatta eccezione per Sappada che ha popolazione di minoranza linguistica germanofona.

La presenza della minoranza linguistica ladina in una porzione così ampia del territorio bellunese è un fatto oggi riconosciuto in ambito giuridico e istituzionale. Il 27 ottobre 2001, infatti, il Consiglio provinciale di Belluno ha approvato la prima delimitazione dell’area interessata dalla presenza di minoranze linguistiche, secondo quanto previsto dal regolamento attuativo della legge n. 482 del 1999 intitolata “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. E’ la legge che dopo mezzo secolo ha dato attuazione all’articolo 6 della Costituzione, che recita: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Oggi sono ufficialmente riconosciuti come territorio di minoranza linguistica ladina in provincia di Belluno ben 39 comuni1 , vale a dire il 56% dei 69 comuni bellunesi e addirittura il 76% dei 51 comuni dell’Ulss1 1. Nel Veneto, la minoranza ladina è presente esclusivamente in provincia di Belluno e tutti i comuni ladini bellunesi sono compresi nel territorio dell’Unità locale sociosanitaria n. 1. Stando ai dati del Censimento 200122 , la popolazione in essi residente, in gran parte autoctona e quindi appartenente al gruppo linguistico minoritario3 , ammonta a 63.060 persone e pertanto costituisce il 49% della popolazione dell’Ulss 1 (128.328 residenti).

Questa “fotografia” della provincia e in particolare dell’Ulss 1, che si mostra tanto segnata dal ladino, a tutt’oggi può sorprendere perfino i diretti interessati, ovvero gli appartenenti al gruppo linguistico minoritario: migliaia di essi, infatti, giorno per giorno vanno scoprendo che la scienza da oltre un secolo si interessa alle loro parlate nell’ambito del dibattito sul ladino ed è per questo che lo Stato ha avviato delle iniziative di studio, protezione e valorizzazione. D’altra parte, la tutela del gruppo linguistico ladino attuata su larga scala, cioè nell’esteso territorio che ho indicato, è un fatto del tutto nuovo e mentre procede produce consapevolezza, fa emergere i numeri, precisa i contorni e svela una realtà che fino a ieri risultava sfuggire ai più, nella sua

vera dimensione. Questa attività di tutela, che in certe aree del ladino bellunese sta

appena muovendo i primi passi, discende dalla legge 482 del 1999, la prima legge nazionale posta a protezione del ladino (prescindendo dalle norme per l’Alto Adige), mentre le ben più precoci leggi regionali venete4 , a partire dal 1979, per anni si erano rivolte ai soli tre comuni ex tirolesi della provincia di Belluno (Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia, da sempre legati ai ladini altoatesini “del Sella”) e soltanto negli ultimi tempi avevano interessato alcuni comuni del Cadore e dell’Agordino. Mi sento di dire che la normativa regionale in questi anni ha avuto l’effetto di favorire la tutela, la consapevolezza e l’orgoglio del ladino in certe zone ma insieme ha mortificato le altre e contribuito a creare confini molto discutibili sul piano linguistico e tanto più dal punto di vista politico-sociale. Ma ora fermiamoci un momento e ritorniamo al titolo che mi è stato assegnato per questa comunicazione: “Storia dell’identità culturale ladina nel territorio dell’Ulss 1”. Dopo quanto detto, vorrei fissare tre elementi importanti.

Innanzitutto, parlare della presenza ladina nel territorio dell’Ulss 1 equivale a discutere tout court dell’intera minoranza ladina della provincia di Belluno e del Veneto. L’Ulss 1, per dirla in maniera più scenografica, è l’Ulss ladina, è e sarà l’unica Ulss del Veneto a dover mettere in campo azioni a favore di questa minoranza linguistica (che non è comunque l’unica nel suo territorio5 ). Secondo elemento, nel territorio dell’Ulss 1 la “minoranza ladina” per poco non è... una maggioranza! I comuni ladini, infatti, superano numericamente il resto dei comuni e la popolazione parlante ladino probabilmente si avvicina alla metà della popolazione dell’Ulss6 . Stringendo il campo al livello comunale, poi, notiamo che all’interno della vasta area ladina bellunese la popolazione parlante ladino è nettamente maggioritaria, semplicemente perché in ciascun comune ladino la popolazione originaria è ladinofona7 . L’equazione “numero dei residenti” = “numero dei ladinofoni” non sta in piedi ma soltanto per poco, sbilanciata dagli immigrati (i foresti di ieri e di oggi, tanto per intenderci) e da quanti, pur autoctoni, non usano e non conoscono la loro parlata locale. Terzo elemento, la “storia dell’identità culturale ladina” in provincia di Belluno è caratterizzata, semplificando, da tre “ondate”: la prima è databile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e riguarda l’assunzione di consapevolezza nei tre comuni di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia, oggi bellunesi ma allora appartenenti al Tirolo; la seconda è quella che ha interessato parte del Cadore e l’Alto Agordino a cominciare dagli anni Settanta del Novecento; la terza assume evidenza una decina d’anni fa e coinvolge il resto del Cadore, l’Agordino e Zoldo. Nell’area della “terza ondata”, che ci è contemporanea, la storia dell’identità culturale ladina, riguardante migliaia e migliaia di bellunesi oggi riconosciuti dalla 4 Ricordiamo la legge regionale n. 38 del maggio 1979, poi la più importante legge regionale n. 60 del dicembre 1983, ripresa e ampliata dalla n. 24 del 1984. La Regione del Veneto ha poi aggiornato e riordinato le sue politiche per le minoranze linguistiche con la legge regionale n. 73 del 1994. 5 Nel territorio dell’Ulss 1 sono infatti compresi anche i germanofoni di Sappada, a est del Comelico, e i discendenti dei Cimbri del Cansiglio nella zona dell’Alpago. 6 Ma occorre essere chiari per evitare equivoci: i 63mila residenti nei comuni ladini bellunesi, pari al 49% della popolazione dell’Ulss 1, non sono tutti ladinofoni. 7 Le comunità parlanti ladino non costituiscono mai delle enclave dovute a immigrazione all’interno di aree alloglotte, come avvenne per esempio con i Cimbri insediati nei boschi del Cansiglio fra comunità altovenete o com’è per la stessa Sappada, “isola” di antico tedesco in un contesto pienamente romanzo.

legge come appartenenti a questo gruppo minoritario, ha appena preso le mosse staccandosi dal punto zero. A questo punto vorrei proporre alcuni cenni generali sulla storia dell’identità culturale ladina per poi analizzare la situazione diacronica nella nostra provincia, descrivendo meglio le tre “ondate” ed evidenziandone alcuni importanti tratti comuni.

Secondo Johannes Kramer, nel 1760 fu l’avvocato Simone Pietro Bartolomei, originario di Pergine Valsugana, a richiamare per primo l’attenzione sulle affinità tra le parlate dolomitiche e quelle dei Grigioni, in Svizzera8 . La sua opera, anche se manoscritta, circolò in varie copie e fu ben nota tra gli intellettuali che erano in contatto con Innsbruck, dunque in ambiente culturale austriaco e più precisamente tirolese. Ancor maggiore fortuna ebbe padre Placi à Spescha di Disentis, un grigionese che fu a Innsbruck dal 1799 al 1801 e nel 1805 pubblicò un saggio che faceva notare le affinità linguistiche tra il romanzo grigionese e il gardenese: da allora, scrive Kramer, «il rinvio alla parentela dei dialetti popolari romanzi delle Dolomiti con il romanzo grigionese divenne quasi un topos tra le persone che si interessavano della lingua nel Tirolo»9 . E così ladin, cioè il nome grigionese per l’engadinese come varietà geografica e linguistica più vicina, cominciò a essere usato anche come nome comune per i dialetti delle Dolomiti, finché il linguista Joseph Theodor Haller, nel 1831, fu il primo a dare una definizione di «ladino» riferendo tale nome ai dialetti romanzi grigionesi e ladini centrali. Stiamo parlando dell’ambito culturale tirolese. Ma fra la gente, fra le montagne delle Dolomiti, qual’era la diffusione dell’«identità ladina» che i linguisti gravitanti su Innsbruck stavano via via teorizzando? Potrà essere una sorpresa scoprire che nell’Ottocento il termine ladin nel senso di lingua e popolo era presente soltanto in una zona della Val Badia, e cioè nei paesi di La Valle, Longiarù e San Martino. Lo testimoniano linguisti del calibro di Thomas Gartner e Johann Baptist Alton, considerati tra i principali studiosi e tra i massimi sostenitori del ladino. Gartner, nella sua Rätoromanische Grammatik del 1883, scrive: «dalla bocca degli illetterati ho udito il termine ladin come nome di lingua solamente in una zona ristretta, popolata da circa 1900 abitanti, e precisamente in q4, q5 e q6», ovvero La Valle/Wengen, Longiarù/Kompill, San Martino/St. Martin10. Alton, siamo nel 1879, così precisa nel suo dizionario intitolato Die ladinishen Idiome alla voce ladin (e nota bene che Alton proveniva proprio da quelle zone): «I marebbani identificano con il nome Ladins soltanto loro stessi ed escludono da questo nome quindi anche i vicini gardenesi, livinallesi, ampezzani e fassani». Scopriamo dunque che la storia si ripete: oggi a badiotti, gardenesi, fassani, fodomi e ampezzani non va giù che anche i cadorini, gli agordini e gli zoldani si definiscano ladini, pur avendone diritto sul piano scientifico (linguistico); ma poco più di un secolo fa loro stessi erano esclusi dai “veri Ladins”. Ancora Alton, nella stessa opera: «la persona ladina [cioè il marebbano] non considera “ladins” i gardenesi, livinallesi, fassani e ampezzani, per quanto essi possano rivendicare questo nome sulla base della grande parentela dei loro dialetti con il ladino»11. Questa precisazione di Alton ci illumina due fatti: primo, verso la fine dell’Ottocento, 8 Kramer, p. 65. 9 Kramer, p. 66. 10 Citato in Kramer, p. 64. 11 I testi citati sono pubblicati in Kramer, p. 67.

nelle Dolomiti, il concetto di ladino come nome di lingua (e di gente) a livello popolare era ancora limitato alla sua zona d’origine, ovvero a una sezione della Val Badia; secondo elemento, altre comunità vicine e, come mostravano i linguisti, affini nella parlata cominciavano ad ambire di potersi fregiare dello stesso appellativo. La domanda è doverosa: perché? Perché questa voglia di essere ladini, di darsi un appellativo etnico totalmente estraneo alla tradizione e anzi in conflitto con il significato che gli dava chi da secoli si definiva invece ladin? Come abbiamo visto, il primo apporto per l’estensione di quell’appellativo lo aveva dato la scienza, in cerca di un termine per definire quell’unità linguistica che si voleva dimostrare (chiamerò questo apporto “fattore scientifico”). E’ verosimile che dopo decenni di studi consistenti e approfonditi, condotti anche in loco, la notizia dell’esistenza di una problematica ladina sia alla fine “scesa” fino al livello popolare, forse generando una qualche presa di coscienza, anche un po’ orgoglio, delle aspettative (è il “fattore popolare”). Ma la “voglia di essere ladini” potè diffondersi e radicarsi in modo così rilevante soprattutto perché il clima generale era favorevole, e la politica stessa incentivò quella “presa di coscienza” e quel clima (“fattore politico-sociale”)12. Per la “prima ondata” della diffusione dell’identità ladina, il “fattore politico-sociale” è evidenziato con sicurezza dallo stesso Kramer, che mi conviene citare testualmente: «per dirla molto grossolanamente, la propagazione del nome ladin (tedesco ladinish, italiano ladino) per i dialetti del Sella e per l’ampezzano è da collocare nella cornice degli sforzi di sviluppo linguistico e culturale sullo sfondo della problematica austriaca delle nazionalità del periodo tra il Compromesso austro-ungarico (1867) e la prima guerra mondiale (1914-1918)13; l’espansione della definizione verso dialetti a 12 Credo sia onesto qui rilevare che l’attenzione politica per le tematiche ladine non è mai arrivata a squarciare il cielo come un fulmine inatteso. Spesso gli stessi linguisti (ma anche gli storici del fenomeno ladino), tanto più se riletti a distanza di anni, dimostrano palesi simpatie di natura politico-ideologica che probabilmente ne hanno condizionato (e ne condizionano) l’operato. I dati scientifici da essi svelati, essendo oggettivi, sono sotto gli occhi di tutti, incontestabili, ma da una parte e dall’altra le tesi spesso sembrano essere arrivate prima delle ipotesi, il che non ha favorito un dibattito sereno sulla questione ladina. 13 A tali sforzi credo si riferisse implicitamente Carlo Battisti quando scriveva: «Non voglio qui indagare quali eventuali motivi extrascientifici abbiano guidato lo Schneller, il Böhmer e il Gartner». Essi e molti altri illustri linguisti non «si diedero la briga di spiegarci i motivi per cui essi riconobbero l’unità dialettale ladina, facendone una delle lingue neolatine. Il concetto è sorto e fu introdotto nel campo scientifico senza la più piccola giustificazione, in modo, direi, clandestino, come un dogma prestabilito dalla scienza tedesca» (Battisi , p. 11). E Battisti cita il Monaci, che nel 1918 scriveva: «E’ curioso ed istruttivo vedere come tutto questo lavorio [di portare i dialetti ladini ad una lingua neolatina] fu assecondato ed appoggiato dalla Germania, benché con certo stento, perfino nella bibliografia. Mi riferisco all’accuratissimo supplemento annuale della ‘ZrPh’. Nel 1877 il ladino è ancora compreso fra i dialetti italiani (...) Ma nell’anno seguente il Ladinisch diventa un’appendice della sezione dialettale italiana. Si seguita così per due anni. Nel 1881 il titolo di Ladinisch è sostituito con quello di Rätoromanisch, restando però come appendice della sezione italiana; così si continua per nove anni (1882- 1890), finalmente nel 1891 il Rätoromanisch viene decisamente separato dall’Italienisch e considerato una lignua alla pari delle altre lingue romanze (...)» (Battisti, p. 12). Ancora Battisti: «Schneller fu, in un certo senso, il padre della “linguistica ladina” (a. 1870), promulgando la piena indipendenza delle parlate dolomitiche dai dialetti trentini. Tre anni dopo egli dichiara al Consiglio scolastico provinciale di Innsbruck che “mediante la scuola tedesca gli italiani si germanizzano nella seconda generazione (...)” e, ricco di questa esperienza, chiede allo stesso Consiglio l’intedeschimento della scuola ladina, perché, lasciando la scuola italiana, quelle valli si sarebbero italianizzate: “il ladino stesso non è una lingua ma un dialetto, la cui piccola estensione rende illusoria l’idea che possa mai svolgersi ad una lingua (adatta all’insegnamento elementare)”» (Battisti, p. 2).

meridione dell’antico confine austriaco-italiano, invece, va attribuita al periodo dopo il 1968, allorché in settori della vita pubblica in Italia cominciò a prendere piede una coscienza del valore di forme linguistiche e culturali regionali e ci si poteva aspettare che un dialetto venisse considerato con maggiore interesse e simpatia qualora esso fosse attribuito al gruppo delle “lingue delle minoranze”. Questa tendenza esiste ancor oggi, cosicché non è da meravigliarsi che venga reclamato per sempre nuovi dialetti dell’Italia nordorientale il nome ladin»14. Facciamo il punto. Nelle Dolomiti ex tirolesi (le cosiddette “Valli del Sella”, ma bisogna comprendere nel ragionamento anche Ampezzo che dal punto di vista geografico con il massiccio del Sella proprio non c’entra) la storia dell’identità culturale ladina - intendo a livello popolare - ha inizio tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (è la “prima ondata”), sulla spinta in primo luogo di una tendenza culturale nata un secolo prima (“fattore scientifico”), approdato poi fra la gente (“fattore popolare”) anche per preciso impulso politico da parte dell’Austria (“fattore politico-sociale”). Dicevamo che una trentina d’anni fa in alcuni comuni del Cadore (in particolare in Comelico), nell’alto Agordino e in Zoldo si manifestano segnali chiari della “voglia di ladino”: è la “seconda ondata” della storia dell’identità ladina in provincia di Belluno15. Nel 1979 nasce l’”Unione generale dei ladini bellunesi”, che successivamente sarà denominata “Union di ladins a bonora” e che subito assumerà un ruolo di rappresentanza per le sopraggiunte nuove “unioni ladine” di ambito più o meno comunale16. Nel 1980 vengono fondati ad Alleghe e a Costalta di S. Pietro di Cadore i primi gruppi ladini locali. La legge regionale n. 60 del dicembre 1983 riconosce la “Federazion par ra unios culturales ladines de ra Dolomites inze el Veneto” costituita nel maggio dello stesso anno. Proprio a seguito della stessa legge 60, il 17 gennaio 1984 la Federazione, che inizialmente riunisce i ladini di Fodom e Cortina, viene estesa a comprendere anche la “Unione generale dei ladini bellunesi”17. Potremmo datare l’inizio della “terza ondata” al 1990: è l’anno della legge 142 intitolata “Ordinamento delle autonomie locali” che porta alla stesura degli statuti comunali. Ben 16 (compresi, ovviamente, quelli di Cortina, Livinallongo e Colle) in provincia di Belluno risultano avere un riferimento esplicito alla necessità di tutelare il ladino locale. È un fenomeno spontaneo, che compare sul territorio “a macchia di leopardo”. Di ladino si parla spesso sui giornali locali (in primo luogo il settimanale “L’Amico del Popolo”, da sempre attento alla tematica, ma anche “Il Gazzettino” e il “Corriere delle Alpi”), anche per il lavorio intorno alla legge nazionale sulle minoranze linguistiche, quella che sarà approvata nel 1999 ma prima era rimbalzata di legislatura in legislatura. Gli anni Novanta vedono anche l’esplosione della Lega Nord, che si afferma con percentuali elevatissime in provincia di Belluno, e che riflette tra l’altro una spiccata tendenza all’emersione dei localismi. Nel gennaio 1995 il presidente della 14 Kramer, p. 64. 15 Sulle vicende relative al ladino che si sono manifestate negli ultimi trent’anni ho tentato una sintesi, non soltanto cronologica, in Guglielmi, Il ladino in provincia di Belluno, 2003, in corso di stampa a cura del Centro Servizi Amministrativi di Belluno del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. Sullo stesso argomento il punto di vista dei ladini bellunesi “ex tirolesi” è precisamente esposto da Palla. 16 Ladins a Bonora, p. 3. 17 Le tappe di questi anni sono ripercorse dal foglio “Ladins”, IV (1996), 3, p. 1-3.

Provincia di Belluno Oscar De Bona scrive ai Sindaci dell’area dolomitica bellunese per invitarli a dichiarare ufficialmente la ladinità del dialetto locale negli statuti comunali, una puntualizzazione che nel giro di quattro anni caratterizzerà tutti i comuni dell’odierna area ladina provinciale. Giustamente nota Luciana Palla: «Il fatto che la coscienza di ladinità nelle due zone in questione sia nata in epoche così lontane fra loro, e cioè quasi ad un secolo di distanza, comporta naturalmente perlomeno due modi diversi di sentirsi ladini»18. E in effetti la “terza ondata”, che travolge di fatto la seconda, rinforza la reazione di protesta dei comuni ladini ex tirolesi, che devono tra l’altro accettare l’allargamento, agli inizi del 1997, della “Federazion pa’ ra Unios culturales ladines de ra Dolomites inze ‘l Veneto”, in seguito alla legge regionale n. 73 del 1994 che ha superato le norme dettate dalla legge regionale n. 60 del 198319. Ampezzo, Livinallongo e Colle temono l’avanzata dei “ladini dell’ultima ora” e il progressivo allargarsi della rivendicazione ladina20. Anche qui, dopo aver descritto la seconda e la terza “ondata”, dovremmo porci la domanda di prima: perché? Perché tutti questi, adesso, vogliono essere ladini? Credo di poter mostrare la presenza dei tre fattori anche nella seconda e terza “ondata” della diffusione dell’identità ladina. La storia, vedremo, si ripete. Kramer, nella citazione già data, dice del clima favorevole alle lingue minoritarie che si presentò in Italia dopo il ‘68 (riecco il “fattore politico-sociale”)21. Ma io evidenzierei che la “seconda ondata”, relativa a un’area sempre rimasta esterna al Tirolo, giunge qualche decennio dopo che la scienza aveva cominciato a occuparsi con attenzione anche delle anfizone del “ladino dolomitico”22, indagando scrupolosamente 18 Palla, p. 88. 19 Vengono a farne parte, oltre al “nucleo storico” di Livinallongo e Cortina, anche l’alta valle del Cordévole e il Cadore occidentale e orientale, in pratica le aree della “seconda ondata”. 20 Dal 1995 il settimanale “La Usc di Ladins” ospita articoli e lettere che esprimono questo timore (in particolare nella pagina dedicata a Fodom), esplicitamente legato anche alla questione dei “magri” finanziamenti erogati dalla Regione Veneto e fino ad allora indirizzati per la maggior parte all’area Livinallongo-Colle-Cortina. 21 Ne parla anche Luciana Palla: «Negli anni ‘70 comincia a imporsi infatti anche in provincia di Belluno la valorizzazione delle tradizioni locali e la rivisitazione del passato come una reazione alla modernizzazione e alla massificazione» (Palla, pp. 84-85). 22 Graziadio Isaia Ascoli fu tra i primi, nel 1875, a occuparsi (tra il molto altro!) anche della “periferia” del ladino sellano, ovvero dei dialetti della val di Fiemme e della provincia di Belluno. Ma occorre aspettare Carlo Battisti, Carlo Tagliavini e Giovan Battista Pellegrini, con le loro analisi condotte soprattutto sul lessico (mentre Ascoli si era occupato quasi esclusivamente degli aspetti fonetici del ladino), per dare concretezza ai “sospetti”: non esiste un confine netto tra i dialetti ladini dolomitici e i dialetti trentini e bellunesi, i fenomeni sfumano da un paese all’altro nel segno di una modernizzazione linguistica proveniente da sud che nei secoli ha intaccato le parlate permettendo soltanto a quelle più isolate di conservare maggiormente le situazioni fonetiche, lessicali, morfologiche e grammaticali antiche e, d’altra parte, di presentare tratti evolutivi autonomi. E’ importante rilevare, inoltre, che le affinità linguistiche “orizzontali” evidenti nelle vallate dolomitiche sono in realtà il risultato di sviluppi paralleli e indipendenti (su questo Vanelli, p. 21), tanto che potremmo chiamarle “affinità passive”. Sezion 1 • Articole Scientifiche 17 il Comelico, l’Alto Agordino, il Cadore23. E non va dimenticato che proprio nell’ambito dell’”Unione generale dei ladini bellunesi” era maturata l’idea e l’organizzazione di un grande convegno sul ladino, realizzato a Belluno il 2, 3 e 4 giugno 198324 (il solito “fattore scientifico”)25. Forte è la manfestazione del “fattore scientifico” anche per quanto riguarda la “terza ondata”: la rivendicazione dell’area ladino-veneta e del Cadore precedentemente “dimenticato” cerca solidi fondamenti scientifici, non va allo sbaraglio. E se da un lato trova la “copertura” della legge 142/90 (“fattore politico-sociale”), dall’altro si manifesta in tutta la sua dimensione solo in seguito a sostegni di ambito culturale. L’attenta storica Luciana Palla dà molto rilievo al ruolo giocato in tale fase dall’Amico del Popolo per la diffusione della “coscienza ladina”: «Contemporaneamente a questo interessamento dell’amministrazione provinciale viene lanciata da “L’Amico del Popolo” una campagna per far crescere nella gente la coscienza della propria parlata ladina». E ancora:«“L’Amico del Popolo perciò ribadisce insistentemente in questi ultimi anni che almeno in 37 comuni bellunesi – su 69 – si parlano dialetti di tipo ladino, i quali quindi hanno tutto il diritto di essere valorizzati». Conclude la studiosa: «Come risultato di questa ampia campagna per far nascere una coscienza ladina, o meglio, una “coscienza di parlare dialetti di tipo ladino”, nel febbraio del 1997 28 amministrazioni comunali su 37 avevano seguito l’invito de “L’Amico del Popolo”»26. 23 Si comincia ad avere chiara, pertanto, anche la relazione reciproca delle parlate di tutte le Dolomiti: Livinallongo sta con le valli Gardena, Badia e Fassa nel gruppo del “ladino atesino”, al quale vanno ascritti anche i dialetti di Rocca Pietore parlati a nord del torrente Pettorina; la conca di Ampezzo, pur essendo stata tirolese per quattro secoli, va senza dubbio considerata nel “ladino cadorino” (che comprende tutto il Cadore storico e ha nel Comelico e nella valle del Boite due aree di conservazione particolarmente significative); l’Agordino è area di transizione – molto variegata al suo interno - tra i dialetti più propriamente “ladini” e quelli veneti settentrionali, perciò con la valle di Zoldo viene assegnato al gruppo del “ladino-veneto” (si noti il trattino). Non si sente più citare, oggi, la definizione di “veneto-ladino”, riferita al bellunese meridionale, caratterizzata da fenomeni ancora tipici del ladino ma in un contesto di tratti per la maggior parte veneti. 24 Ne restano gli importanti atti, Il ladino bellunese. 25 Va notato un fatto curioso: nella seconda e terza “ondata” il fondamento scientifico della “voglia di ladino” è stato per lo più offerto da studiosi che negavano l’esistenza di una lingua ladina. Mi riferisco in particolare (ma non solo) a Giovan Battista Pellegrini, mio maestro, il quale ha tanto lavorato (e con perizia insuperata) per mostrare l’esistenza di cospicui fenomeni “ladini” al di fuori dell’area ladina ex tirolese. Il suo intento era ed è quello di dimostrare che un confine netto tra ladino e non-ladino non esiste, ragion per cui le valli ex tirolesi non hanno motivo scientifico per “chimarsi fuori” dall’area linguistica dei dialetti italiani. In realtà, operando in tale modo è stato fornito uno strumento ai ladini “periferici” per “chiamarsi dentro” l’area linguistica del ladino (il messaggio, alla fine, credo sia stato recepito così: «se i “ladini veri” dichiarano di avere questo e quest’altro elemento linguistico per definirsi tali, ebbene “la periferia del ladino” si renda conto che quegli elementi li ha anche lei»). Si noti che ormai, però, espressioni come «dialetti ladini», «tratti ladini» e altre analoghe sono molto radicate e sufficientemente precise, pertanto sarà difficile che si smetta di usare «ladino» se non altro come «termine di comodo» (cfr. Frau, p. 123-124). Questa situazione - piaccia o no - contribuirà al rafforzamento della stessa idea del ladino: possiamo infatti constatare che, paradossalmente, anche chi non crede al ladino parla di ladino! 26 Palla, p. 87.

In conclusione, la propagazione dell’identità ladina in provincia di Belluno è avvenuta per ondate e sempre in seguito all’acquisizione popolare di dati maturati molto prima in ambito scientifico, con il sostegno di un contesto politico-sociale favorevole. Al di là dei sospetti di opportunismo che sempre hanno gravato sull’allargamento della ladinità (pensando ai vantaggi economici che potevano derivare prima dalle leggi regionali venete, ora da quella nazionale), ho la forte impressione che il modello di vita in montagna tipico della ladinia ex tirolese abbia suscitato negli anni un’attrazione sempre più forte, inversamente proporzionale all’abbandono e allo spopolamento così rilevante degli ultimi decenni. Chi decide di restare in montagna ha sempre più bisogno di motivazioni forti per farlo, e l’attaccamento alla tradizione è quasi un baluardo per resistere alle sirene dell’emigrazione. In questo senso i ladini ex tirolesi, prima denigrati per varie ragioni27, rappresentano probabilmente un modello. Non mi pare un “voler saltare sul carro” di chi sta meglio: la “voglia di ladino”, in particolare della “terza ondata”, ha cercato una legittimazione scientifica che ha comportato sforzo e studio da parte di personaggi locali non sempre supportati da solide basi culturali eppure generosamente prestatisi a entrare in contatto con la letteratura accademica, per poter essere dei punti di riferimento per la singola associazione, per il comune, per la vallata. Sul piano politico, la “ladinia” bellunese emersa su domanda dei comuni non ha richiesto nessuna consultazione popolare ma si è fatta avanti come un fatto del tutto naturale. Ed è significativo che nessuno ne abbia abusato, come molti temevano: non Longarone, né Sedico, né Sospirolo, per citare alcuni comuni contigui all’area del ladino-veneto hanno cercato di “fare i furbi” dichiarandosi ladini. La ladinia bellunese è quella del ladino più schietto e della zona mista, ugualmente interessanti nell’ambito della linguistica ladina. Una “quarta ondata” non ci sarà. 27 Diffusamente esposte in Palla. 19

N.B. Per cercare di venire incontro alle esigenze didattiche locali, rispetto alla sterminata bibliografia sul ladino ho cercato di concentrare i riferimenti allo stretto ambito di alcuni dei testi fondamentali che sono oggi facilmente reperibili in commercio.

  • • Battisti Carlo, Come sorse il mito della lingua ladina, 1965, ora in Il ladino o

“retoromanzo”, pp. 2-17.

  • • Frau Giovanni, Tutela e promozione della lingua e della cultura friulane nella

Regione Friuli-Venezia Giulia, in Le minoranze del Veneto, pp. 123-130.

  • • Il ladino bellunese, Atti del convegno (Belluno, 2-3-4 giugno 1983), a cura di Giovan

Battista Pellegrini e Sergio Sacco, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1984.

  • • Il ladino o “retoromanzo”. Silloge di contributi specialistici, a cura di Giovan

Battista Pellegrini, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2000.

  • • Kramer Johannes, Latinus-ladino, nome di lingua parlata in Italia e nelle Alpi,

1998, ora in Il ladino o “retoromanzo”, pp. 59-68

  • • Ladins a Bonora, Belluno, Ladìns de la Dolomites a bonora, 1991.
  • • Le minoranze del Veneto: Ladini, Cimbri e Germanofoni di Sappada, Atti del

convegno (Arabba BL, 7-8 novembre 1997), a cura di Luciana Palla, Cortina d’Ampezzo (BL), Venezia, Federazion pa ra Unios culturales ladines de ra Dolomites inze ‘l Veneto, Regione del Veneto, 1998.

  • • Palla Luciana, Evoluzione storico-politica delle comunità ladine nel corso del

Novecento fino ai giorni nostri, in Le minoranze del Veneto, pp. 75-92.

  • • Pellegrini Giovan Battista, La genesi del retoromanzo (o ladino), Beihefte zur

Zeitschrift für romanische Philologie - Band 238, Tübingen, Niemeyer, 1991.

  • • Vanelli Laura, La “questione ladina” e le varietà del Veneto, in Le minoranze del

Veneto, pp. 15-28.

Bibliografia

  1. 1 Procedendo per vallate, grosso modo da ovest a est e da nord a sud, essi sono: Cortina d’Ampezzo; tutti i comuni del Cadore: San Vito di Cadore, Borca di Cadore, Vodo di Cadore; Selva di Cadore, Zoppè di Cadore, Cibiana di Cadore, Valle di Cadore, Perarolo di Cadore, Ospitale di Cadore, Pieve di Cadore, Calalzo di Cadore, Domegge di Cadore, Lozzo di Cadore, Lorenzago di Cadore, Vigo di Cadore, Auronzo di Cadore, Santo Stefano di Cadore, Comelico Superiore, Danta di Cadore, San Pietro di Cadore, San Nicolò di Comelico; l’alta valle del Cordevole: Livinallongo del Col di Lana, Colle Santa Lucia; tutti i comuni dell’Agordino: Rocca Pietore, Alleghe, San Tomaso Agordino, Falcade, Vallada, Canale d’Agordo, Cencenighe Agordino, Taibon Agordino, Voltago Agordino, Gosaldo, Rivamonte Agordino, Agordo, La Valle Agordina; i due comuni di Zoldo: Zoldo Alto, Forno di Zoldo.
  2. Si possono consultare comodamente in Internet, sul sito www.istat.it 3 Un censimento della precisa consistenza dei parlanti ladino in provincia di Belluno non è mai stato realizzato.