La storia di Colombo narrata alla gioventù ed al popolo/XII

XII. Il quarto ed ultimo viaggio

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XI XIII


L’accoglienza fattagli dal re e dalla regina, indusse Colombo a credere che tutti i maltrattamenti ricevuti a S. Domingo fossero effetto della sola personale malvagità de’ suoi nemici, e quindi continuare egli a godere la fiducia e l’affetto dei Sovrani; ma ben tosto dovette ricredersi.

Ferdinando, con manifesta violazione dei patti stipulati col Genovese, concedeva ad altri navigatori di eseguire viaggi di scoperta per conto della Spagna nella nuova linea tracciata da Colombo; e poichè vedeva quanto vasto dominio gli si apriva mercè il genio di Cristoforo, a cui ne spettava il governo, si dolse di aver concesso un tale privilegio allo straniero, e sotto colore che in S. Domingo fosse mestieri di ristabilire l’ordine mediante una persona abile, disinteressata nelle vertenze, e d’animo pacato, richiamò il Bobadilla, reso odioso a tutti, e spedì a surrogarlo con larghi poteri Nicolò Ovando commendatore d’Alcantara.

Questi partì con un ricco e numeroso naviglio il 13 febbraio del 1502, giungendo a S. Domingo, dopo fiero temporale, il 15 aprile; e alla fine di giugno vi arrivava in vista, ma con proibizione di approdarvi il nostro Colombo.

Egli aveva dovuto supplicare e lottare per ottenere di compiere il quarto viaggio d’esplorazione; poichè il Fonseca ed altri gli facevano la più viva opposizione; e questa volta innanzi di partire avea voluto spedire copia dei suoi diplomi e de’ suoi privilegi al dottor Nicolo Oderigo genovese e già ambasciatore della repubblica alla Corte di Spagna, facendosi rilasciare per iscritto dal re la formale promessa di reintegrarlo colla famiglia nei propri diritti.

Partì il 9 maggio 1502 insieme al fratello Bartolomeo e al figlio Fernando, con sole quattro caravelle e centocinquanta uomini. Il 15 giugno arrivò alle isole Caraibe, donde navigò alla Dominica, da cui voleva passare alla Giamaica per meglio esplorarla; ma il bisogno di riparare un de’ suoi legni lo indusse ad avvicinarsi a S. Domingo, mandando al governatore Ovando un messo per chiedere di cambiare la nave guasta o di consentirgli di rimanere nel porto fino a che fosse riparata.

L’Ovando gli rifiutò l’una e l’altra cosa. Colombo stava per allontanarsi, raccomandandosi alla Provvidenza, quando lo sorprese un violentissimo fortunale. Riparò nella costa dove potè meglio le sue navi, e non ebbe alcun danno; mentre i navigli fatti partire dall’Ovando per la Spagna sui quali stavano il Bobadilla, carico d’oro, e il Roldan, andarono tutti soverchiati dalle onde e affondati, salvandosi solo quello su cui stava Alfonso Sanchez di Carvajal, nobile amico del Colombo, al quale recava quattro mila pezzi d’oro che gli aveva rivendicati.

Riparate le proprie caravelle nel porto Hermoso, poco lungi da S. Domingo, riposate le sue genti, e sostenuta altra tempesta, il 14 luglio si volse verso uno stretto ch’egli credeva esistere tra le isole Caraibe e Cuba, reputando queste continenti, e che lo stesso mettesse alle Indie Orientali.

Il 30 luglio scoprì l’isola Guanaja, e quindi incontrò una canoa sulla quale era un cacico colla famiglia, che parevano dotati di un certo grado di civiltà. Invitato a visitare il loro paese, premendogli di trovare l’immaginato stretto, non accettò e proseguendo il viaggio giunse al capo Honduras, e quindi al fiume della Possessione. Scoperse e visitò altre isolette, capi e fiumi del Nuovo Mondo, raccogliendo qui e là oggetti curiosi dai selvaggi.

Seguendo la costa fino al punto detto Costarica, le guide lo assicurarono che ivi era moltissimo oro, e infatti trovarono lamine di tal metallo al collo degli abitanti; e così venne al paese di Veragua pure ricchissimo di miniere aurifere. Giunse il 2 novembre al Portobello, e più volea andare innanzi, ma lo stato delle caravelle che non consentiva più lunga navigazione, la sua stessa salute abbattuta, le preghiere degli uffiziali, indussero Colombo a dare addietro, pensando di fermarsi a Veragua, fare largo bottino d’oro e quindi ritornare in Ispagna.

Il 5 dicembre volse le prore a ponente, ma non potè giungere così presto a Veragua. Un furioso temporale dapprima, e una tromba marina poi, misero in forse la vita di Colombo e dei suoi equipaggi; fortuna volle che dall’uno e dall’altro pericolo ne uscissero franchi. Così giunsero all’imboccatura di un fiume detto Yebra, e che Cristoforo volle chiamare Betlemme, poco lungi da quello di Veragua, che gli parve luogo opportuno per l’ancoraggio, e quivi volle fermarsi.

Mandò il fratello Bartolomeo con gente armata a visitare il principale signore di quei paesi, che chiamavano Quibian; ma questi non si mostrò troppo soddisfatto di tale visita, e poichè Bartolomeo vi ritornò con sessanta uomini a far ricerca d’oro, egli lo fece accompagnare da tre de’ suoi nelle terre d’un cacico vicino con cui era in guerra, dalle quali tornò alle navi con larga messe d’oro. Scoperto poi l’inganno del Quibian, Bartolomeo volle esplorare le miniere del suo territorio, e pur vi raccolse molto metallo prezioso.

L’Ammiraglio, cui sembrava quella di Veragua la terra più ricca ed adatta ad uno stabilimento coloniale, decise d’impiantare alla foce del Betlemme una città lasciandovi una parte del suo equipaggio col fratello. Fece quindi cominciare le costruzioni di edifizi in legno; ma accortosi il Quibian del disegno degli stranieri di fermarsi nei suoi domini organizzò il proprio esercito, preparandosi ad assaltare improvvisamente gli spagnuoli.

Accortosi di ogni cosa un Diego Mendez, ne informò l’Ammiraglio che dispose perchè la sua gente si tenesse pronta alla difesa. Ma il fratello Bartolomeo audacemente con 74 uomini ratto correva alla capanna del Quibian, si impadroniva di lui e d’altri della sua famiglia, sbandava i selvaggi raccolti, e da quella capanna asportava quanto v’era di prezioso e di bizzarro.

Disgrazia volle che il Quibian riuscisse a sfuggire agli spagnuoli che sopra un palischermo l’avevano in consegna e a nuoto raggiungere la terra, dove visto lo strazio fatto de’ suoi, piú che mai irritato ed inferocito contro gli stranieri, raccoglieva i compaesani, li eccitava ad esterminare i nemici, e quando Cristoforo credendo le cose pacificate e il Quibian morto, lasciava Veragua con piccolo presidio, ecco i selvaggi assalire furiosamente quel presidio che a gran pena riuscì a difendersi e salvarsi.

La condizione degli spagnuoli era quanto mai pericolosa: pochi, non sufficientemente provveduti, in paese ignoto e contornati da un numero stragrande di nemici, alla spicciolata, se non tutt’insieme, era certo che sarebbero stati sterminati da quei feroci abitanti. Nel primo scontro uno spagnuolo era morto e sette feriti, fra cui, sebbene leggermente, Bartolomeo Colombo. Una scialuppa inviata dall’Ammiraglio per recar provvista d’acqua al presidio e dare certe ordinazioni, era stata assalita dagl’indigeni che dell’equipaggio avevan fatto macello.

Tardando questa scialuppa a tornare alla nave, Colombo sospettò qualche sventura, e un coraggioso a nuoto raggiunta la terra, apprese lo stato disperato dei compagni; onde l’Ammiraglio diede addietro, e vista l’inospitalità del paese, decise per allora di soprassedere alla fondazione della colonia, e tolti a bordo il fratello e gli uomini che seco lui aveva lasciati, sul finir d’aprile volse verso la Spagnuola.

Ma era destino che questo viaggio non fosse fortunato. Una fiera procella costrinse Colombo ad appoggiarsi ad un’isolotta, dove le sue caravelle, ridotte a due, vennero così malamente trattate, che se il tempo non si rasserenava, il naufragio era imminente. Mise alla vela per recarsi a S. Domingo, ma vedendo essere troppo lunga la navigazione, si affrettò alla costa settentrionale della Giamaica, dove approdò sulla fine di giugno prima a Porto Secco, e quindi a quello chiamato ora Don Cristoforo e da lui detto Santa Gloria. Qui scesero a terra, chè le navi non potevan più tenere il mare e gli uomini erano estenuati di forze. Trovarono ospitalità e scambio di vettovaglie fra gli indigeni; il che pel momento poteva giovare alla misera condizione loro, mentre l’Ammiraglio studiava il modo di mandare a S. Domingo per aiuto.