Apri il menu principale
Il duello del Dottor Hirsch

../II ../IV IncludiIntestazione 13 settembre 2017 75% Racconti

Gilbert Keith Chesterton - La saggezza di Padre Brown (1914)
Traduzione dall'inglese di Gian Dàuli (1930)
Il duello del Dottor Hirsch
II IV

Il signor Maurice Brun e il signor Armand Armagnac traversavano gli assolati Champs Elysées con una specie di vivace rispettabilità. Ambedue erano piccoli di statura, vispi e baldi ed avevano entrambi una barba nera che pareva non appartenesse alla loro faccia, secondo la curiosa moda francese che fa sembrare artificiali i peli veri. Il signor Brun aveva una barba cuneiforme che sembrava appiccicata sotto il labbro inferiore, e il signor Armagnac, tanto per variare, aveva due barbe, attaccate, una per parte, al suo mento un po' sporgente. Erano giovani tutti e due; entrambi atei, con una deprimente fissità di visione, ma con una grande mobilità di espressione.

Erano allievi del grande dottor Hirsch scienziato, pubblicista e moralista.

Il signor Brun era divenuto celebre per la sua proposta che la comune parola «addio» fosse cancellata da tutti i classici francesi, e che una leggera multa fosse imposta a chi l'usasse ancora nella vita privata.

— Così, – egli diceva, – fin l'ultima eco del nome del vostro dio immaginario non sarà più udita da orecchio umano.

Il signor Armagnac invece si era specializzato piuttosto nel concetto di resistere al militarismo, e desiderava che il coro della Marsigliese «aux armes, citoyens» fosse cambiato con le parole «au grèves, citoyens». Ma il suo antimilitarismo, era tutto speciale e di tipo francese. Un eminente e ricco quacchero inglese che era andato a vederlo per concertarsi sul modo migliore di disarmare tutto il nostro pianeta, rimase molto interdetto dal sentirsi proporre da Armagnac, che (giusto per cominciare) i soldati avrebbero dovuto fucilare i loro ufficiali.

Ed era soprattutto su questo punto che i due uomini differivano dal loro duce e padre in filosofia. Il dottor Hirsch, quantunque nato in Francia, e ricoperto di tutti gli alti onori che un eminente studioso francese può aspettarsi, aveva però un temperamento diverso: mite, sognatore, umanitario, e nonostante il suo scetticismo, non privo d'idee trascendentali. Egli era, in una parola, più simile a un tedesco che a un francese; e benchè i suoi compatrioti lo ammirassero molto, pure nella loro subcoscienza, c'era una specie d'irritazione per questo suo patrocinare la causa della pace in un modo così pacifico. Ciò però non impediva che per i suoi seguaci di tutta Europa egli fosse un santo della scienza.

Le sue teorie cosmiche vaste ed arrischiate manifestavano l'innocente, benchè alquanto frigida moralità della sua austera esistenza. Egli teneva in qualche modo la posizione di Darwin insieme con quella di Tolstoi.

Ma non era nè un anarchico, nè un antipatriota; le sue vedute riguardo al disarmo erano moderate e seguivano la via dell'evoluzione, tanto è vero che il governo della Repubblica aveva posto la sua fiducia in lui e gli era grato per varî contributi portati alla chimica dai suoi esperimenti.

Egli aveva perfino scoperto ultimamente un esplosivo silenzioso, del cui segreto il governo era molto geloso.

La sua casa era situata in una bella via vicina all'Elysée, una via che, in quell'estate caldissima, era protetta da folti rami frondosi quasi quanto il parco stesso; una fila di ippocastani, sparpagliava e smorzava i raggi del sole, ed era interrotta soltanto in un punto in cui un grande caffè si stendeva lungo la via. Quasi dirimpetto a questo, s'innalzava il bianco caseggiato con le persiane verdi, ove dimorava lo scienziato: al primo piano, dov'era un balcone di ferro pure dipinto in verde, su cui davano le finestre dell'appartamento. Sotto di esso si entrava nella casa per una specie di cortile rallegrato da arboscelli e da alberi di tiglio, in mezzo ai quali i due giovanotti francesi passarono discorrendo animatamente.

Aprì loro la porta Simone, il vecchio servo del dottore, che avrebbe potuto passare egli stesso per un dottore, vestito com'era in abito nero, con occhiali, capelli grigi, e col suo modo confidenziale di ricever le persone. In verità, egli aveva l'aspetto di un uomo di scienza più che non lo avesse il suo padrone, che era una specie di ravanello forcuto con quel tanto di bulbo di testa che bastasse a rendere il suo corpo insignificante. Con la gravità d'un grande dottore che porge una ricetta, egli diede una lettera al signor Armagnac, che la prese con viva impazienza, e lesse rapidamente ciò che segue:

«Non posso venir giù a parlarvi, c'è un 'uomo in questa casa col quale non voglio incontrarmi. Egli è un ufficiale sciovinista, e si chiama Dubosc. È seduto sulle scale; è stato in casa mia, e ha preso a calci tutti i mobili delle altre camere. Io mi son chiuso a chiave nel mio studio, dirimpetto al caffè. Se mi volete bene andate là al caffè ed aspettate ad uno di quei tavoli di fuori. Tenterò di mandar l'uomo da voi perchè gli rispondiate e trattiate con lui. Io non posso trattarlo direttamente; non posso e non voglio. Temo che avvenga un altro caso Dreyfus».

Il signor Armagnac guardò il signor Brun; questi prese la lettera, la lesse a sua volta e guardò il signor Armagnac. Poi tutt'e due prontamente s'insediarono presso un tavolo sotto gli alberi dirimpetto, e ordinarono due grandi bicchieri di un'orribile bevanda verde di assenzio, che essi potevano bere a qualunque ora e in qualunque tempo. Il caffè era quasi vuoto; c'era ancora un soldato che beveva il caffè ad un tavolo, ad un altro un grande uomo che beveva dello sciroppo, e un prete che non beveva nulla. Maurice Brun si schiarì la voce e disse:

— Naturalmente, dobbiamo aiutare il nostro maestro in ogni modo, ma...

Prima che uno dei due potesse terminare la frase, videro che l'invasore era stato espulso dalla casa di fronte. Gli arbusti sotto il vestibolo si piegarono e si curvarono da parte quando l'indesiderato ospite, proiettato fuori, passò in mezzo ad essi come una palla di cannone. Egli aveva un aspetto gagliardo con un piccolo cappello di feltro rialzato alla tirolese, e di tirolese aveva l'aria in tutto l'insieme. Aveva spalle grandi e larghe, e le sue gambe erano agili e ben disegnate colle brache fino alle ginocchia e lunghi calzerotti lavorati a maglia. La sua faccia era bruna come una nocciola; aveva gli occhi vivi e irrequieti; i suoi capelli neri erano rigidamente spazzolati all'indietro e formavano sulla nuca un ciuffo ristretto, sicchè ne risultava ben delineata la testa quadra e potente. E infine aveva lunghi baffi neri simili alle corna di un bisonte. Teste di tale struttura sono generalmente sostenute da colli taurini; ma questo in lui era nascosto da una grande sciarpa a colori che l'avvolgeva fino alle orecchie e terminava sul davanti sotto la giacca, in modo da formare come un giubbetto fantasia. Era una sciarpa a tinte smorte, rosso cupo, oro vecchio e porpora, probabilmente di fabbricazione orientale. In tutto l'insieme l'uomo aveva qualche cosa di barbarico, più somigliante a un cavaliere ungherese che ad un comune ufficiale francese. Eppure la sua lingua era senza dubbio quella di un francese nato; e il suo patriottismo era così impulsivo che peccava anche un po' di assurdo. La sua prima mossa nello sbucar fuori dall'arcata del palazzo, fu di chiamare a raccolta i passanti con una voce da tromba:

— Vi sono qui dei francesi? – come se chiamasse dei cristiani nella Mecca.

Armagnac e Brun subito si rizzarono; ma era già troppo tardi. La gente accorreva dagli angoli delle vie, vi era un lento ma continuo agglomerarsi di popolo. Colla prontezza e l'intuito francese per la politica delle strade, l'uomo dai baffi neri in un baleno fu ad un angolo del caffè, saltò su di un tavolo, afferrò un ramo di castagno per sentirsi più solido e cominciò ad arringare la folla come una volta Camille Desmoulins quando sparse tra il popolo foglie di quercia.

— Francesi! – egli disse con voce tonante – io non posso parlare! Signore, aiutami, e allora io parlerò. Gli uomini nei loro sordidi parlamenti imparano a parlare, ma imparano anche a tacere; come quello spione rimpiattato nella casa là di fronte. Silenzioso quando io batto alla porta della sua camera; silenzioso come adesso, benchè la mia voce giunga a lui attraverso la strada e lo faccia tremare dove è seduto. Oh! i politicanti sanno essere eloquentemente silenziosi! Ma il tempo è venuto in cui noi che non possiamo parlare, dobbiamo parlare. Voi, o francesi siete dati in mano ai prussiani; traditi in questo momento, e da quell'uomo. Io sono Jules Dubosc, colonnello di artiglieria di Belfort. Ieri abbiamo messo le mani su d'una spia francese nei Vosgi, e indosso le fu trovata una carta, che è questa che io tengo in mano. Oh! hanno cercato di farci tacere; ma io l'ho portata subito all'uomo che la scrisse, l'uomo di quella casa là. È uscita dalle sue mani, è firmata colle sue iniziali. È un'indicazione per trovare il segreto di questa nuova polvere silenziosa. Hirsch l'ha inventata; Hirsch ha scritto questa nota su tal soggetto. È scritta in tedesco, e fu trovata nella tasca di un tedesco. «Dite all'uomo che la formula della polvere si trova in una busta grigia nel primo cassetto a sinistra della scrivania del segretario, Ministero della Guerra, scritto in rosso. Ditegli che sia molto guardingo. P. H.».

L'uomo parlava con brevi frasi concitate, strepitando come un fucile che spara senza interruzione, ma si capiva bene che egli doveva essere o un matto o un uomo che diceva il giusto. La gran massa del popolo era nazionalista e già tumultuava minacciosa; e una minoranza d'intellettuali, pure irritati, che metteva capo a Brun e Armagnac, rendeva la maggioranza anche più accanita.

— Se questo è un segreto militare – gridò Brun – perchè lo gridate giù nella strada?

— Vi dirò perchè faccio questo – ruggì Dubosc sopra la folla pure ruggente. – Sono andato da quell'uomo direttamente e in modo corretto. Se egli avesse avuto una spiegazione da dare, avrebbe potuto darla in confidenza. Egli si rifiuta di spiegare e m'indirizza a due sconosciuti in un caffè, come a due parassiti. Egli mi ha cacciato di casa, ma io ci ritornerò e il popolo di Parigi con me!

Un urlo sembrò scuotere le facciate delle case, e due pietre volarono, una delle quali fracassò il vetro di una finestra del balcone. L'indignato colonnello si precipitò di nuovo sotto l'arcata, e si poterono udire le sue grida tonanti. Ogni istante quella marea umana diveniva sempre più imponente; e si gonfiava contro l'inferriata e i gradini della casa del traditore. Si poteva già prevedere che quel luogo sarebbe stato il teatro di una nuova Bastiglia, quando la finestra coi vetri rotti si aprì, e il dottor Hirsch si mostrò alla folla. Per un momento la furia si cambiò quasi in risa, poichè egli era una figura ridicola in quella scena. Il suo lungo collo nudo e le spalle spioventi gli davano la forma di una bottiglia di champagne; e questa non era l'unica cosa in lui che destasse l'ilarità. L'abito che indossava sembrava appeso ad un attaccapanni; aveva i capelli lunghi ed arruffati color carota; le guance e il mento erano ornati da una folta barba che irritava la vista, perchè cominciava lontano dalla bocca. Era pallidissimo e portava degli occhiali blù. Livido com'era, parlò con una specie di affettata sicurezza; sicchè la folla fece silenzio soltanto nel mezzo della sua terza frase:

—... Ho solo due cose da dirvi adesso. Una ai miei nemici, l'altra agli amici. Ai miei nemici dico: È vero che non voglio parlare col signor Dubosc, per quanto egli venga a schiamazzare proprio alla porta della mia camera. È vero che ho chiesto a due altri uomini di affrontarlo per me. E vi dirò perchè. Perchè io non voglio e non debbo vederlo, perchè sarebbe contro ogni regola di onore e dignità vederlo. Prima che la mia posizione sia trionfalmente chiarita dinanzi alla corte di giustizia, vi è un'altra riparazione che questo signore mi deve, e nel rimetterlo ai miei padrini io sono strettamente....

Armagnac e Brun agitarono con violenza i loro cappelli, e perfino i nemici del dottore scrosciarono in applausi a questa sfida inattesa. Di nuovo alcune frasi furono soffocate, ma si potè udirlo dire:

— Ai miei amici. Per me preferirei sempre delle armi puramente intellettuali, e di queste un'umanità più evoluta dovrà un giorno servirsi; ma le nostre verità più preziose sono la materia fondamentale di forza ed eredità. I miei libri hanno successo, le mie teorie sono accettate senza discussione; ma in politica io soffro di un difetto quasi fisico. Io non posso parlare come Déroulède e Clemenceau poichè le loro parole sono come l'eco di colpi di pistola. Il francese domanda il duello, come l'inglese domanda una gara di sport. Ebbene, io dò le prove che mi si chiedono: pagherò questo barbaro tributo e poi ritornerò ragionevole per tutto il resto della mia vita.

Si trovarono subito due uomini fra la folla che offrirono i loro servigi al Colonnello Dubosc, che venne fuori e si mostrò ben soddisfatto. Uno era il semplice soldato che aveva bevuto il caffè che si presentò, dicendo:

— Io agirò per voi, signore, io sono il duca di Valognes.

L'altro fu l'uomo grande e grosso che il suo amico, il prete, cercò in principio di dissuadere; ma poi si allontanò e lo lasciò solo.

Una leggera cena era preparata nel locale retrostante del Caffè Charlemagne. Benchè non fosse riparato da vetri nè da stucchi dorati, pure gli ospiti vi erano protetti da un tetto di foglie delicato e irregolare, poichè gli alberi ornamentali erano così folti intorno e fra le tavole, che davano al luogo oscurità e bagliori come di frutteto. Ad una delle tavole del centro sedeva un piccolo prete tozzo, completamente solo, che aveva dinanzi un piatto colmo di pesci argentini di cui si serviva con una certa gravità che mal celava il piacere. Siccome il suo treno di vita di ogni giorno era molto semplice, egli amava concedersi qualche improvvisa e rara leccornia. Era un sobrio epicureo. Non alzò gli occhi dal suo piatto, intorno al quale erano preparati in bell'ordine pepe rosso, limoni, pane integrale, burro, ecc., finchè un'ombra lunga passò davanti alla tavola, e il suo amico Flambeau gli sedette di fronte. Questi era soprappensiero.

— Credo – disse con gravità – che dovrò lavarmi le mani di questo affare. Io sono interamente dalla parte del soldato francese come Dubosc, e sono contro un ateo francese come Hirsch. Ma in questo caso mi sembra che abbiamo fatto uno sbaglio. Il duca ed io abbiamo voluto investigare l'impegno preso, e debbo dire che sono contento di averlo fatto.

— Il foglio è forse una falsificazione? – domandò il prete.

— Questa è la cosa curiosa – rispose Flambeau. – È proprio la calligrafia di Hirsch, e nessuno potrebbe dubitare di questo. Eppure non fu scritto da lui. Se egli è un patriota francese, non può averlo scritto, perchè dà informazioni alla Germania; e se è una spia tedesca, non può averlo scritto ugualmente, perchè non dà informazioni alla Germania.

— Volete dire che le informazioni non sono giuste? – domandò padre Brown.

— Sono false – replicò l'altro – e appunto in ciò in cui il dottor Hirsch avrebbe dovuto essere esatto, cioè il luogo ove è nascosta la formula segreta nel dipartimento ufficiale. Per concessione di Hirsch e delle autorità, il Duca ed io abbiamo avuto or ora il permesso di ispezionare il cassetto segreto negli uffici del Ministero della Guerra, dove è custodita la formula di Hirsch. Noi, coll'inventore e il Ministro, siamo le sole persone che la conosciamo; e il Ministro ce l'ha permesso per salvare Hirsch da un duello. Dopo ciò, non possiamo in coscienza sostenere Dubosc, se la sua rivelazione è un tessuto di menzogne.

— E cioè? – chiese padre Brown.

— E cioè – disse cupamente il suo amico – è una grossolana mistificazione fatta da qualcuno che non conosceva nulla del vero luogo del segreto. Egli dice che il foglio si trova nell'armadio a destra della scrivania del segretario; invece l'armadio col cassettone segreto è in certo modo a sinistra della scrivania. Dice che la busta grigia contiene un lungo documento scritto con inchiostro rosso; e invece è scritto con comune inchiostro nero. Sarebbe assurdo il pensare che Hirsch possa aver preso equivoco riguardo a questo foglio che nessuno conosceva eccetto lui; o che abbia voluto aiutare un ladro straniero spingendolo a frugare in un cassetto che non è il giusto. Io credo che noi dobbiamo abbandonare questo affare, e chiedere scusa al nostro ardente colonnello.

Padre Brown pareva meditabondo; sollevò un piccolo pesce colla forchetta e domandò:

— Siete sicuro che la busta grigia fosse nell'armadio a sinistra?

— Sicurissimo – rispose Flambeau. – La busta grigia... veramente era una busta bianca.

Padre Brown posò il piccolo pesce argentato e la forchetta, e guardò fisso il suo compagno:

— Come? – domandò con voce alterata.

— Ebbene, come? – ripetè Flambeau mangiando di gusto.

— Non era grigia? – disse il prete. – Flambeau, voi mi spaventate.

— Che diamine! Vi spaventate di questo?

— Sì, mi spavento di una busta bianca – disse l'altro seriamente. – Se fosse stata grigia sarebbe una cosa ben diversa. Peccato che non lo sia! Se è bianca, come dite, l'affare è molto nero! Il dottore, dopo tutto si deve essere impelagato nel vecchio zolfo degli alchimisti.

— Ma io vi assicuro che egli non ha potuto essere l'autore di quello scritto! – esclamò Flambeau. – Non vi è una cosa giusta in quel foglio; e il dottore, innocente o colpevole che fosse conosceva tutti i particolari di quell'affare.

— L'uomo che ha scritto quella nota conosceva bene tutti i particolari – disse il prete con pacatezza. – Non avrebbe mai potuto scriverli così sbagliati se non li avesse conosciuti bene. Bisogna conoscere a fondo un soggetto per riuscire a dire tutto sbagliato e diverso dal vero.

— Che volete dire?

— Voglio dire che un uomo che avesse detto delle bugie a caso, avrebbe fra queste detto a caso una verità – rispose l'amico con sicurezza. – Immaginate che qualcuno vi mandi a trovare una casa con una porta verde e persiane blù, con un giardino davanti ma non dietro, con un cane ma senza gatti, e dove si beve caffè ma non tè. Voi direste che se non trovate una simile casa, è stata tutta un'invenzione. Ma io dico che non è così. Se trovate una casa dove la porta è blù e le persiane sono verdi, dove si trova un giardino dietro ma non sul davanti, dove abbondano i gatti e i cani sono esclusi, dove si beve tè a tutto andare e il caffè è proibito, ebbene... allora dovreste pensare di aver trovato la casa. L'uomo che vi ha mandato deve conoscerla molto bene per esser così accuratamente in fallo su ogni minimo particolare.

— Ma che cosa significa tutto ciò? – domandò il suo commensale.

— Non so che cosa dire – rispose Brown – non capisco nulla in questo affare di Hirsch. Se si fosse trattato soltanto di scambiare il cassetto sinistro col destro, l'inchiostro rosso col nero, si potrebbe pensare a sbagli fatti a caso da un falsificatore, come voi dite. Ma tre è un numero mistico, esso completa le cose. Che nessuna delle tre indicazioni riguardanti il cassetto, il colore dell'inchiostro, il colore della busta, fosse esatta, ciò non può essere una pura coincidenza. Non vi pare?

— Che cos'è dunque? Tradimento? – chiese Flambeau terminando il pranzo.

— Non so neppur questo – rispose Brown, con un'espressione di confuso sbalordimento. – La sola cosa che posso immaginare... Ebbene, io non ho mai capito il caso Dreyfus. Mi è più facile afferrare l'intimo senso morale dei fatti che non la loro evidenza materiale. Gli occhi e la voce di un uomo, lo stato di contentezza o meno della sua famiglia, le persone che frequenta e che schiva, mi rivelano di lui molto più che qualunque fatto esterno. Nel caso Dreyfus, per esempio, non furono le orribili cose imputate ad ambe le parti, che più mi sorpresero; so bene (benchè non sia moderno dir questo) che l'umana natura, quando è elevata ai seggi più alti del dominio, è ancora capace di produrre dei Cenci e dei Borgia. No, ciò che più mi sconcertò fu la sincerità di entrambe le parti. Non voglio dire dei partiti politici; nelle loro file si trovano sempre degli uomini che all'ingrosso possono dirsi onesti e spesso abbindolati. Io parlo dei principali imputati del processo; dei cospiratori, se cospiratori vi furono; del traditore, se veramente fu traditore. Voglio dire degli uomini che debbono aver conosciuto la verità. Ora, Dreyfus si condusse da uomo che sa di essere ingiustamente accusato: ma gli uomini di Stato francesi ed i soldati, agirono come sicuri che non era accusato a torto, ma che era colpevole. Non dico che essi agirono bene, ma che agirono con la sicurezza di conoscere la verità. Non posso descrivere tali cose; io so quel che intendo dire.

— Vorrei poter intendere anch'io – disse il suo amico. – Ma che cosa ha da vedere quel fatto di Dreyfus col nostro dottor Hirsch?

— Supponete – continuò il prete – che una persona che copre una carica di fiducia, cominci a dare al nemico informazioni, allo scopo di dargliele false, e che così facendo pensi di essere utile al suo paese ingannando il nemico. Supponete che questo genere di attività lo conduca a frequentare ritrovi di spie, e che gli siano fatti piccoli prestiti di danaro, e che a poco a poco si trovi ingarbugliato come in una rete. Supponete che egli si trovi impacciato in questa falsa posizione, e che pur non dicendo mai la verità alle spie straniere, lasci che esse possano sempre più e più indovinarla. La miglior parte del suo essere (ciò che gli resterebbe ancora di essa) gli direbbe ancora: «Io non ho aiutato il nemico, gli ho detto il cassetto di sinistra». La parte inferiore e più ignobile di lui, potrebbe già dire: «Ma essi possono avere il buon senso di capire che ciò significa il cassetto di destra». Io dico che una tale psicologia è ammissibile nel nostro secolo progredito.

— Può essere che lo sia – rispose Flambeau, – e questo potrebbe spiegare la sicurezza di Dreyfus nel dirsi accusato a torto, e dei suoi giudici nel crederlo colpevole. Ma questo non si può applicare al suo caso, perchè il documento di Dreyfus (se fu il suo) era letteralmente esatto.

— Io non pensavo ora a Dreyfus – rispose Padre Brown.

Il silenzio si era fatto intorno a loro e le tavole si erano vuotate; era ormai tardi benchè i raggi del sole scendessero ancora su ogni cosa, come se non potessero districarsi da in mezzo agli alberi. Tutto ad un tratto Flambeau, facendo un rumore che echeggiò in quel silenzio, cambiò sedile, e poggiando il gomito all'angolo di esso:

— Ebbene – disse, ruvido – se Hirsch non è altro che un timido cospiratore e traditore...

— Non bisogna essere troppo duri con loro – disse Padre Brown gentilmente. – Non è del tutto loro colpa, ma essi non hanno intuizione; voglio dire quel sentimento che fa rifiutare a una donna di ballare con un certo uomo, e ad un uomo di mettersi in un affare. Sono stati educati a pensare che sia tutta quistione di sfumature.

— Ad ogni modo, – esclamò Flambeau con impazienza – egli non potrà sovrapporsi al mio primo. Questo Dubosc sarà un po' esaltato, ma dopo tutto è un fervente patriota.

Padre Brown continuava a mangiare con gusto i suoi pesci argentini. Ma a questo punto ebbe un'espressione tale di viso che gli occhi accigliati di Flambeau si fermarono di nuovo su di lui, e gli domandò:

— Che cosa avete? Non è forse vero che Dubosc è un fervido patriota? Ne dubitate forse?

— Amico mio – disse il piccolo prete, posando la forchetta e il coltello con un gesto di calma disperazione. – Io dubito di ogni cosa; intendo dire di ogni cosa che oggi è accaduta. Dubito di tutta la storia che si sta svolgendo da questa mattina, benchè sia passata sotto i miei occhi. C'è qualche cosa in questo affare, molto diverso dai soliti misteri polizieschi, in cui qualcuno più o meno mente, ed un altro dice più o meno la verità. Qui ambedue gli uomini... Ebbene, io vi ho detto la sola teoria che potrebbe soddisfare tutti, ma non soddisfa me.

— E neppur me – riprese Flambeau pensieroso, mentre l'altro continuava a mangiar pesce con un'aria di completa rassegnazione. – Se tutto ciò che potete suggerire è questa nozione di un messaggio datoci dai contrarî, io la chiamo una cosa straordinariamente abile. E voi come la chiamereste?

— Io la chiamerei meschina – disse prontamente il prete – molto meschina. Ma ecco lo strano di tutto l'affare. Sembra una bugìa da ragazzi di scuola. Vi sono soltanto tre versioni possibili: quella di Dubosc, quella di Hirsch, e quella che frulla a me per il capo. O questa nota fu scritta da un ufficiale francese, per rovinare un'eminente personalità francese; o fu scritta dall'ufficiale francese per aiutare ufficiali tedeschi; o fu scritta dall'ufficiale francese per sviare ufficiali tedeschi. Ebbene, in ognuno di questi casi una carta di tal genere che passa per le mani di tali persone dovrebbe essere molto diversa. Mi aspetterei di vedere un linguaggio cifrato, o almeno delle abbreviazioni; dei termini scientifici e strettamente professionali. Invece è una cosa troppo semplice, di una semplicità voluta. Somiglia a certi racconti paurosi per ragazzi: «Nella grotta color porpora, troverete lo scrigno dorato». Sembra come se... chi l'ha redatta, l'avesse fatta apposta in modo da esser compresa subito.

Prima che avessero il tempo di soffermarsi a questa idea, una piccola figura in uniforme francese giungeva presso il loro tavolo come il vento, e si sedeva di colpo rumorosamente.

— Ho delle notizie sensazionali – disse il Duca di Valognes. – Vengo via proprio ora dal nostro Colonnello. Egli sta preparando le valigie per partire dalla città; e ci prega di far le sue scuse sur le terrain.

— Come? – esclamò Flambeau con incredulità e quasi con spavento – far le sue scuse?

— Sì – disse il Duca burberamente – là, dinanzi a tutti, colle spade già sfoderate. Io e voi dobbiamo far questo mentre egli parte dalla città.

— Ma che cosa significa tutto questo? – gridò Flambeau. – Non avrà certo paura di quel piccolo Hirsch, credo! Nessuno potrebbe aver paura di lui!

— Io credo che si tratti di un complotto: – scattò a dire Valognes – un complotto di ebrei e frammassoni per mettere Hirsch più in vista e in onore.

Il viso di Padre Brown non espresse alcun sentimento, eccetto una specie di strana contentezza, che poteva provenire da ignoranza come da comprensione. Ma un lampo l'illuminava quando la maschera di sciocco cedeva il posto a quella di savio; e Flambeau che conosceva il suo amico, si accorse che egli aveva subito capito ogni cosa.

Brown non disse nulla, ma finì il suo piatto di pesce.

— Dove avete visto il nostro prezioso colonnello? – domandò Flambeau con irritazione.

— Egli è all'Hôtel Saint Louis presso l'Elysée dove l'abbiamo accompagnato in vettura. Sta facendo le valigie, come vi ho detto.

— Pensate che sia ancora là? – domandò Flambeau collo sguardo accigliato fisso sul tavolo.

— Non credo che possa esser già partito – riprese il Duca: – si prepara per un lungo viaggio.

— No, – disse Padre Brown semplicemente; e subito alzandosi in piedi, – per un viaggio molto breve, anzi per uno brevissimo. Ma forse faremo ancora in tempo a raggiungerlo se andremo là in automobile.

Nulla di più si potè cavargli di bocca finchè l'automobile non ebbe girato l'angolo dell'Hôtel Saint Louis, dove scesero, ed egli li ebbe condotti per un viottolo appartato, già buio per la notte che avanzava. Il Duca gli domandò con impazienza se credeva che Hirsch fosse colpevole di tradimento; a cui egli rispose quasi distratto:

— No, soltanto di ambizione, come Cesare. – Indi aggiunse, forse seguendo un suo pensiero: – Egli vive così isolato; ha dovuto far tutto da sè.

— Ebbene, se egli è ambizioso, deve essere ben soddisfatto – disse Flambeau con amarezza. – Tutta Parigi l'acclamerà adesso che il nostro colonnello se l'è data a gambe.

— Non parlate così forte – disse Padre Brown, abbassando la voce; – il vostro maledetto colonnello è qui di fronte a noi.

Gli altri due trasalirono e balzarono indietro rannicchiandosi nell'ombra del muro, perchè infatti avevano visto la robusta figura del fuggitivo allontanarsi cautamente alla luce del crepuscolo con una valigia per mano. Non c'era nulla di cambiato nel suo aspetto, eccetto che, in luogo dei pittoreschi gambali da montagna aveva indossato un paio di pantaloni comuni. Si vedeva chiaro che egli già se ne fuggiva dall'albergo.

Il viottolo per il quale discesero per seguirlo, aveva tutta l'aria di essere la parte posteriore di qualche cosa, come a dire il retro di un palcoscenico. Un muraglione uniforme si prolungava da una parte del viottolo, interrotto ogni tanto da qualche porta stinta e sporca chiusa ermeticamente; e unica variante in quella monotonia erano degli scarabocchi fatti col gesso sulle porte da qualche monello. Dall'alto del muro si vedevano ogni tanto apparire delle cime di alberi, per la più parte di deprimenti sempreverdi; e più oltre, nel grigio purpureo crepuscolo, si potevano vedere lunghe terrazze di alte case parigine, non molto distanti invero, ma che parevano in qualche modo inaccessibili come una fila di montagne di marmo. Dall'altra parte del viottolo correva la lunga cancellata di ferro dorato di un parco monotono.

Flambeau guardava intorno a sè come impressionato.

— Vedete – disse – c'è qualche cosa in questo luogo, che....

— Olà! – interruppe il Duca bruscamente – il nostro uomo è scomparso come una fata che si dilegua.

— Egli ha una chiave – spiegò l'amico prete. – È passato per una porta di questo giardino – e mentre parlava udirono chiudere con saliscendi una delle porte di legno dirimpetto a loro.

Flambeau si avanzò rapidamente verso la porta che gli era stata chiusa quasi in faccia e rimase là per un momento mordendosi i baffi neri in una furia di curiosità. Poi drizzò in alto le sue lunghe braccia, si arrampicò pel muro penzolando, in aria come una scimmia, e stette ritto in cima ad esso, confondendo la sua scura lunga persona colle nere punte degli alberi che spiccavano contro il cielo porporino. Il Duca si rivolse al prete dicendogli:

— La fuga di Dubosc è più complicata di quello che pensavamo; ma si può ben credere che egli fugga dalla Francia.

— Egli fugge da ogni luogo – rispose Padre Brown.

Gli occhi di Valognes s'illuminarono, ma la sua voce s'affievolì.

— Volete dire che egli pensi di suicidarsi? – domandò.

— Non troverete il suo corpo – rispose l'altro.

Si udì un grido dall'alto del muro dov'era Flambeau.

— Dio mio! – egli esclamò in francese – adesso capisco che cos'è questo luogo! è la parte posteriore della strada ove abita il dottor Hirsch; la posso riconoscere come riconoscerei una persona da tergo!

— E Dubosc è andato là dentro? – gridò il Duca dandosi il pugno sui fianchi. – Ma dunque, dopo tanti raggiri, si troveranno uno di fronte all'altro! – E colla impulsiva vivacità di un francese, con un salto fu sul muro vicino a Flambeau e vi si accomodò seduto, battendo le gambe per l'eccitazione. Solo il prete rimase in basso, appoggiato al muro, col dorso volto a tutta la scena che si svolgeva, guardando ardentemente il parco attraverso la cancellata e gli alberi scintillanti alla luce del tramonto.

Il Duca, benchè preso da curiosità, aveva istinti aristocratici, e desiderava di guardar fisso la casa, ma non di spiare in essa; ma Flambeau che aveva istinti di ladro notturno e di poliziotto, si era già spenzolato dal muro, attaccandosi ai rami di un albero fronzuto, sul quale potè strisciare e giungere vicinissimo all'unica finestra illuminata nella facciata posteriore di quell'alta casa scura.

Un paralume rosso scendeva attorno alla lampada, ma da una parte non era accomodato bene, sicchè formava un'apertura, e da quella, Flambeau che si era avanzato su di un ramo sottile e traditore, rischiando di rompersi il collo, potè vedere il colonnello Dubosc camminare per quella lussuosa camera da letto sfarzosamente illuminata. Ma benchè così vicino alla casa egli udiva le parole dei suoi colleghi, e ripetè in tono basso di voce:

— Sì, essi finalmente s'incontreranno.

— Non s'incontreranno mai – disse Padre Brown. – Hirsch aveva ragione quando diceva che in tale affare i primi non debbono incontrarsi. Avete mai letto la bizzarra storia psicologica scritta da Henry James, di due persone che non riuscendo mai ad incontrarsi cominciarono a sentire una strana paura una dell'altra e a credere che fosse un destino? Questo è qualche cosa di simile, ma più curioso ancora.

— Ma ci sono alcuni a Parigi che li cureranno da queste morbose fantasie – disse Valognes minaccioso. – Dovranno per forza incontrarsi se noi li cattureremo e li forzeremo a combattere.

— Non s'incontreranno neppure il giorno del giudizio – disse il prete. – Se Iddio onnipotente tenesse il bastone del comando, e S. Michele suonasse la tromba per ordinare alle spade d'incrociarsi, anche allora uno di essi sarebbe pronto, e l'altro non verrebbe.

— Oh! ma che cosa significa tutto questo misticismo? – esclamò con impazienza il Duca di Valognes – Perchè mai non devono essi incontrarsi, come fanno tutti gli altri?

— Essi sono l'antitesi uno dell'altro – disse Padre Brown con uno strano sorriso. – Essi si contraddicono l'un l'altro; sto per dire si eliminano a vicenda.

E continuò a mirare gli alberi davanti che si incupivano; ma Valognes voltò subitamente la testa ad una sommessa esclamazione di Flambeau. Costui, investigando e spiando nella stanza illuminata aveva veduto il colonnello che, dopo fatti pochi passi, si era tolto il soprabito. Flambeau pensò subito che forse quello era il segnale della lotta che incominciava; ma non tardò molto a ricredersi. La solida costruzione del petto e delle spalle di Dubosc non era altro che un ingegnoso lavoro di grossa imbottitura, che venne via col soprabito. In camicia e pantaloni egli era un uomo piuttosto snello, e camminava dalla camera da letto verso la stanza da bagno coll'unico scopo battagliero di andare a lavarsi. Si curvò su d'un catino, si asciugò il viso e le mani gocciolanti con un asciugamano, poi si voltò di nuovo, in modo che la luce lo illuminò in viso. Il colore bronzato della pelle era sparito, i grandi baffi non c'erano più; egli era sbarbato e pallidissimo. Nulla rimaneva di lui, eccetto i suoi vivi occhi castani, simili a quelli di uno sparviero.

Intanto, dal muro ove s'era appoggiato Padre Brown continuava le sue riflessioni quasi parlando a se stesso.

— È proprio come dicevo a Flambeau. Queste antitesi non vanno, non costruiscono nulla, non possono lottare. Se è bianco invece di nero, solido invece di liquido e così di seguito, c'è qualche cosa fuori di sesto, caro signore. Uno di questi uomini è biondo e l'altro è bruno; uno robusto, l'altro gracile, uno forte, l'altro debole. Uno ha i baffi e non la barba, sicchè non gli si può vedere la bocca; l'altro ha la barba e non i baffi e non gli si vede il mento. Uno ha i capelli radunati sulla testa, ma una sciarpa che gli nasconde il collo; l'altro ha il collo scoperto, ma lunghi capelli che gli coprono il cranio. Ogni cosa sembra fatta a misura, signore, perciò c'è qualche cosa che non va bene. Cose tanto deliberatamente disparate non sono fatte per urtarsi. Se uno si sporge in fuori, l'altro si affonda in dentro. Come un viso e una maschera, come una serratura e una chiave...

Flambeau spiava sempre in quella camera con un viso bianco come un lenzuolo. Colui che l'occupava, stava in piedi col dorso volto a Flambeau, ma aveva dinanzi a sè uno specchio, e si era già accomodato intorno al viso una specie di cornice di abbondanti capelli rossi che in parte scendevano in disordine sulla testa, e in parte aderivano alle mascelle e al mento, sì da lasciare scoperta una bocca schernitrice. Vista così dallo specchio, quella bianca faccia sembrava quella di Giuda che ridesse orribilmente, contornata da saltellanti fiamme infernali. Ai suoi occhi dilatati per l'eccitazione parve di vedere quegli altri occhi di un rosso castano danzare nell'orbita, finchè li vide coperti da un paio di occhiali blù. Poi la figura scivolò in un largo cappotto nero, avviandosi verso l'uscita principale della casa. Pochi momenti dopo, uno scroscio di applausi dalla strada annunziava che il dottor Hirsch era apparso ancora alla finestra del suo studio.