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CCXI. — A tanto dice lo conto, che quando monsignor T. ebe intese queste parole, fue tanto allegro che neuno altro piú di lui. E disse: «Per mia fé, cavaliere, questo farò io volontieri, dappoi che voi volete. Imperciò ch’io voglio che voi sappiate che per neuna altra cagione non son io istato qui, giá è parecchie giorni passati, se non solamente per combattere con voi; e imperciò sappiate che di battaglia non vi fallirò io giae, dinfino a tanto ch’io porò menare le braccia». Ed allora incontanente sí ismontoe da cavallo e imbraccioe lo scudo e prese la spada, e incomincioe ad andare inverso [lo] cavaliere, e lo cavaliere venne inver di lui. E a tanto sí incominciarono lo primo assalto ale spade, molto forte e duro, e incominciaronsi a dare di molto grandi colpi a dismisura. E lo cavaliere incomincioe a ferire a monsignor T., e davagli di molto grandi colpi, sí che monsignor T. si maravigliava molto dela prodezza delo cavaliere, ma egli non sappea suo nome. Ma pegli grandi colpi ch’egli avea, egli sí credea ch’egli fosse monsignor Lansalotto di Laca, lo quale è tanto nominato di molta prodezza. Ma tutta fiata voglio che voi sappiate, che monsignor T. non fería lo cavaliere se non molto rade fiate; ma quegli colpi ch’egli feria sí feria tanto bene e bello, che neuno uomo no lo potea biasimare. Ma tanto duroe la battaglia in cotale maniera, che ambodue si trassero indietro l’uno dall’altro e incominciaronsi a riposare, per cogliere ciascuno forza e lena.