La gentilezza dell'animo

Giulia Turco Turcati Lazzari

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LA GENTILEZZA DELL’ANIMO


La gentilezza dell’animo val più della pace perchè ne è la poesia.


LLa cortesia delle forme è molto apprezzata nel mondo e costituisce un soggetto di continuo insegnamento; eppure, il più delle volte, essa non parmi che una fredda, inetta rappresentante della gentilezza dell’animo, la quale ben poco si considera, tant’è vero che certe regole del galateo si possono osservare per convenienza, per convenzionalismo, mentre il sentimento che sono destinate ad esprimere non esiste.

Intento principale dell’educazione dovrebbe essere la cura costante di sostituire alla parvenza esterna, sotto il cui velo si cela l’egoismo invadente del tempo, questa gentilezza ch’è un’eletta figlia della carità e perciò dell’umanitarismo.

Se ogni educatore deve prendere a base della propria difficile missione, la sincerità, la nobile e rara sincerità verso gli altri e specie verso sè stessi, occorre anzitutto che insegni ai giovani la rettitudine del pensiero, anche nelle piccole cose, per modo ch’essi non siano mai costretti dalle esigenze di forma a proferire parole cui l’animo non consente, e a crearsi quindi l’abitudine molto volgare delle ignobili menzogne sociali.

Il restituire una visita, lo scrivere una lettera di condoglianza, l’eseguire una commissione, il ricevere una persona non del tutto simpatica, sono fatti che alle volte ci seccano assai; cionullameno, nel fare quella visita noi esterniamo una tal quale compiacenza, nello scrivere quella lettera noi affermiamo ch’è “un bisogno del cuore,” e nell’accogliere un incarico ci dichiariamo felici di poterlo compiere, quando ci si annuncia l’arrivo di quella data persona le muoviamo incontro solleciti esclamando: Oh qual piacere! senza rimproverarci [p. 282 modifica] di pronunziare poi con altri alla sua partenza le contraddicenti parole: “Dio buono, che noja!” La lieta accoglienza era dunque una finzione dovuta alle esigenze sociali, ma queste finzioni che sì spesso: si ripetono non sono forse corruttrici?... quell’intimo senso di riluttanza che ci rende così gravi i più semplici doveri, non è un difetto di gentilezza d’animo, una mancanza di carità?...

Ora, siccome tutti questi doveri sono inevitabili per chi vive nella società civile e per il regolare andamento di essa, a scanso della penosa e triste ipocrisia che ne deriva, sarebbe util cosa l’educare i fanciulli con un incessante esercizio della ragione e della volontà, avvalorate dall’esempio, a sentire in conformità delle cose che li esortiamo ad esprimere, a convincersi che quasi tutte queste forme, convenzionali nella loro origine, partono da sentimenti di bontà, di compassione, di giusta gratitudine; ad elevarsi dunque a quella gentilezza dell’animo che rende facile e gradito il dovere, insensibile il sacrifizio.

È certo che da sè l’educazione non potrà raggiungere questo scopo se non in parte, mentre laddove la natura ha infuso ella stessa il germe della morale elevatezza, esso con poca cura si sviluppa e mette fiori come una pianta che protende lontano i suoi rami olezzanti.

Per quanto il secolo irrequieto, nelle sue più o meno belle febbri di rinnovamento, abbia allargato la sfera d’azione della donna, le abbia concesso di sviluppare il suo intelletto, esonerandola dal considerare come una necessità indiscutibile il matrimonio di convenzione che tanto l’umilia, (lo hanno scritto tante volte!) il campo in cui le è dato profondere i tesori del suo cuore e della sua mente ed ove non cesserà di risiedere qual sovrana assoluta, sarà sempre quello della casa domestica, ove le incombe la non facile missione di temprare colla dolcezza l’indole un po’ vibrata dell’uomo.

Ed è appunto dalla casa, principio e culla della famiglia e perciò della nazione, la quale diventa tanto più grande quanto nella famiglia regna la civiltà, che si dipartono, come raggi invisibili e benefici, le sottili influenze delle virtù della donna, la cui essenza è la gentilezza dell’animo. Da essa dipende il più delle volte il benessere morale della famiglia, da essa quell’affettuosa dignità di rapporti fra parenti che non deriva forzatamente dal dovere, ma è frutto di delicati istinti.

Talvolta una sola creatura gentile, coi suoi segreti d’indulgenza e d’abnegazione, col suo mite sorriso, sa tenere lontano il triste fantasma della discordia. [p. 283 modifica]

Com’è dolce riposare lo sguardo sovra una di queste benefiche creature! com’è piacevole il respirare l’atmosfera ov’esse respirano! La cara visione suole prendere forme diverse. A volte è la nonna benigna dai capelli di neve, dalla figura veneranda, dal pronto compatimento; a volte la sposa la quale, entrando nella famiglia d’elezione, porta seco un soffio di vita nuova; a volte una fanciulla singolare che ha saputo inconsciamente raccogliere nelle sue mani tutte le sottili fila del governo morale; non di rado una bambina privilegiata, precoce, geniale; spessissimo la madre, spessissimo la zia, una di quelle tenere, sante zie che rinunziano ad ogni aspirazione personale per darsi interamente alla cura dei figliuoli altrui, e che hanno forse maggiori meriti delle madri stesse, poichè manca loro il compenso delle materne gioie.

Se nella famiglia la gentilezza trova il suo primo altare, fuori di essa le si offrono mezzi infiniti di manifestarsi: è una qualità che si palesa in ogni atto della vita, in tutti i rapporti coi nostri simili, nel modo di trattare gli animali, nel correggere come nell’ubbidire, nel donare, nell’aggradire, nel ricevere, nell’ascoltare, nell’essere ammalati.

Quante volte s’ode dire: “Vuoi la tal cosa? te la regalo volontieri, tanto non m’abbisogna, non so che farne.” Oppure, offrendo un oggetto si risponde alle parole di ringraziamento con un: “È tutt’altro che bello o grazioso.”

Se queste frasi hanno talvolta lo scopo di attenuare l’importanza del dono, più spesso esse mettono il dono in dispregio, poichè non havvi merito nel regalare ciò ch’è superfluo o che dispiace.

Assai difficile è anche l’aggradire; pochi sanno aggradire bene. Le persone d’animo volgare non sogliono dar peso che al valore intrinseco del dono, le positive lo considerano unicamente dal lato dell’opportunità a loro riguardo, le delicate pensano anzitutto all’intenzione e accettano con eguale importanza un gioiello o un fiore raro.

Quanti disdegni si veggono dinnanzi all’umile offerta di qualche ingenua, che regala ciò che a lei sembra la cosa più bella e più gradita perchè il suo gusto non è educato! quante volte una fanciulla, mostrando alle amiche il monile del fidanzato ne fa osservare il peso e il prezzo presumibile (e non è a farsene meraviglia poichè il fidanzato stesso fu valutato alla stregua del suo patrimonio); quante volte si vide languire in un angolo il lavoro di qualche povera creatura beneficata che nel desiderio di esternare la propria gratitudine, si strusse giorni e giorni per condurlo a termine, e s’ode ripetere: “Oh quello lì è da buttar via, figurati, lo [p. 284 modifica]ha fatto la tale!” È cosa penosa e disdicevole la febbre che sentono certune di ricambiare tosto con un oggetto di consimile valore un dono ricevuto: “E io poi che cosa le darò?” Date a quella persona un affettuoso, un grato pensiero per la memoria che s’ebbe di voi e non cercate subito di sdebitarvi di quel lieve sentimento di riconoscenza. La riconoscenza non pesa mai ad un cuor gentile.

Altro merito è quello dell’ascoltar bene, e in verità ben pochi lo facciamo. Se uno racconta un fatto che ci è già noto, per quanto sia infervorato nella narrazione, non siamo capaci di dissimularlo. E come spesso ci accade, di rivolgere con una certa ansietà gli occhi all’orologio, mentre il nostro interlocutore ci parla d’una cosa che gli sta a cuore, e siamo felici di poter cogliere la prima accidentale interruzione che sopraggiunge, nè più accenniamo di voler riprendere il discorso! E come accade di frequente, mentre noi confidiamo ad un altro qualche pena angosciosa, che il nostro distratto compagno colga il destro di una eguaglianza di fatti, d’un’allusione qualsiasi, per deviare il colloquio sopra se stesso, per descrivere ciò che anch’egli ha provato in questa o quella occasione consimile!

Pochi hanno il talento di narrar bene e con efficacia: tutti, volendo, possono imparare ad ascoltar bene dalla prima maestra ch’è la cortesia dell’animo, acquistando con ciò una qualità essenziale per essere particolarmente accetti in società.

È del pari riprovevole, a mio dire, (a meno che ciò non avvenga di consueto ad uso di studio), il parlare una lingua forestiera in presenza di chi non la comprende, sia pure in faccia ai domestici, ai quali si viene in tal modo a significare ch’essi non hanno il diritto d’essere trattati nemmeno coi primi precetti della civiltà.

Altra abitudine poco gentile è quella di correggere chi parla a sproposito, quando non siamo a ciò chiamati da speciale ufficio. Un disgraziato non conoscendo qualche lingua esotica, proferisce una parola, un cognome con accento sbagliato: ecco subito il correttore, la correttrice pronti a rettificare la pronunzia di quel vocabolo, ad umiliare il gran colpevole in presenza di chicchessia, per far pompa del proprio sapere, della superiorità che si attribuiscono.

Da egual fonte parte la manìa di vantarsi indirettamente, presso chi non ne gode, di certe prerogative, di certi vantaggi, il più delle volte affatto casuali, o che, se dipendenti da meriti proprî, col vanto scemano tosto di valore; anche la mancanza di gentilezza d’animo suggerisce spesso l’allusione coperta che tende a colpire sordamente, ad urtare in qualche intima fibra del cuore.

La parola schietta, detta con garbo, è, in certo modo, gentile [p. 285 modifica]anch’essa; poichè se il silenzio in dati casi speciali diventa un’assoluta necessità, in altri non può rendersi che ipocrita. Ad un animo ben fatto ripugnano, al pari delle lodi non sincere, le dubbie reticenze; la vera cortesia non può renderci nè deboli nè servili, ma deve contenere in sè i dolci mezzi di mitigare le piccole crudezze che esige la geniale apertura di carattere dalla quale non va mai disgiunta.

Certuni hanno la consuetudine di mostrare disdegno o disprezzo per ciò che viene loro offerto o proposto: “Grazie, non prendo mai thè, è una bevanda che mi riesce proprio contraria!” “Grazie, non giuoco mai al volano, è un passatempo che ho in uggia.”

Manco male che fosse realmente così, ma qualche volta la poca gentilezza d’animo suggerisce quella piccola posa, eccita ad esagerare nel rifiuto la propria ripugnanza mentre, a meno ch’essa non sia insuperabile, chi sente il bisogno d’evitare agli altri ogni impressione spiacevole, dovrebbe esercitare la volontà per vincere se stesso.

Qualche volta accade che mentre. una persona ci mostra un oggetto, ad esempio un lavoro, un quadro, una pianta, o ci fa gli onori della sua casa e del suo giardino o fa pompa dei figliuoli, si ridesti inconsciamente in noi la memoria di altri oggetti consimili, di altri appartamenti, di altri fiori, di altri bimbi, forse superiori a quelli che siamo chiamati ad ammirare. Presi dalla manìa innata del confronto, senza che si voglia rilevarlo palesemente, noi non sappiamo trattenere sulle labbra l’espressione di quel ricordo e diciamo come a caso: “Ah se tu.vedessi le rose di casa A... conosci i B?... ma quel loro ultimo bambino è d’una robustezza!... Anche C.... dipinge, fa degli acquerelli meravigliosi!...” E non siamo cortesi.

Un mal vezzo molto diffuso, sotto il pretesto di mostrare affezione od interesse, è quello di ripetere alla persona che ne fu l’oggetto, una maldicenza raccolta a caso in società: chi fa questo, non ha mai conosciuto, neppure da lontano, che cosa sia la gentilezza d’animo.

V’hanno signore e fanciulle, che ricevendo più persone di differente condizione fra loro, non si schivano, anche quando ciò non è necessario, di tradire qual differenza facciano fra chi è illustre o altolocato e chi non gode di questi privilegi, alle volte contestabili, della sorte, onde succede che la visitatrice eletta, se non è presa da una stolta presunzione, ne soffre e deve studiarsi di eludere la preferenza accordatale. [p. 286 modifica]

Una persona, in una carrozza, in un palco, sovra un balcone, occupa il posto d’onore, ad un tratto le circostanze l’obbligano a scendere, ad allontanarsi, a partire: non di rado ella è ancora in vista, quando colei che ha il diritto di padronanza su quei posti s’affretta a riprenderne il possesso e a dimostrare quasi che il rinunciarvi le pesava.

E perchè son sì rare le amicizie fra donne?... sempre per il preponderante amore che hanno di loro stesse. La poca gentilezza dell’animo le lascia spesso in preda a piccole passioni suscitate dalle inevitabili diversità di condizione, d’attrazione e di meriti. Così il più grande, forse il più santo degli affetti, perchè completamente disinteressato ed elettivo, si soffoca fra le invidiuzze, le gelosie, le gare e le vanità volgari.

Nella massima parte dei collegi, la gentilezza dell’animo viene molto trascurata per la necessità dell’educazione collettiva, che non può consentire uno studio profondo dell’individualità. In certi convitti si formano dei gruppi di fanciulle, il cui unico scopo è quello di tormentare le compagne novelline o migliori, di seccare le maestre e di mettere in ridicolo i professori: piccole anime malvage esse non porteranno più tardi nella società, ove son destinate a vivere, che il danno di colpe maggiori.

In un educatorio rinomato d’Italia, era una volta una sottomaestrina, forse poco fornita d’esperienza, ma d’indole innocua e mite. Un giorno, varie delle sue alunne le presentarono un involto, dicendo ch’esso conteneva un dono a lei destinato. Rimasta sola, commossa dall’attenzione che doveva supporre cortese, la poveretta sciolse, a poco a poco, i numerosi fogli di carta che avvolgevano il pacco e trovò, finalmente, nel mezzo, una vecchia ciabatta schifosa raccolta sulla via. Furono molte le lagrime ch’ella sparse nella sua cameretta, e senza conforto.

L’usanza di canzonare i maestri e le maestre è assai radicata in tutte le scuole, e la pessima abitudine di scegliere a prima vista il ridicolo d’ogni persona, abitudine che può assecondare utilmente il talento di coloro che si occupano di studî comici, degli umoristi, dei Castelnuovo, dei Farina, è riprovevolissima nelle signorine che attutiscono in tal modo un’inclinazione istintiva di commiserare le altrui debolezze e sventure.

Eppure certi genitori, sin dall’infanzia avvezzano i bimbi ad imitare i difetti di coloro che frequentano la casa e a dare spettacolo di questa imitazione.

In massima, si tiene poco conto del rispetto che devono i giovani [p. 287 modifica]agli infelici, ai vecchi, ai poveri, ai domestici, a tutte quelle persone che la sorte non ha favorite o ha messe per caso in una posizione dipendente.

Una signorina trova, ad esempio, giustissimo che in chiesa, una contadina, più attempata di lei, forse madre di famiglia, sofferente, esca dalla panca per cederle il posto, o che un vecchio domestico in pensione, che ha dedicato l’intera vita al servizio della sua famiglia, chini le sue braccia rattrappite per raccattarle il ventaglio che le è caduto; trova naturalissimo che mentre ella è al ballo e si diverte, la cameriera, stanca dal faticoso e pesante lavoro della giornata, stia ad aspettarla sonnacchiosa sovra una seggiola, per svestirla al ritorno, per ravviarle i capelli, per adagiarla fra le morbide coltri del suo candido letto.

Se la gentilezza dell’animo trova, nell’effondersi col povero, coll’inserviente, coll’infermo, la sua più caritatevole estrinsecazione, è certo, come dissi dianzi, dalla famiglia ch’essa incomincia, dalle intimità sacre del domestico focolare, ove gli affetti la rendono più facile, ove gli inevitabili interessi, i comuni dolori, le comuni battaglie possono di molto raffinarla. Anzi tutto io vorrei ch’essa si manifestasse verso i genitori, cosa forse un po’ rara a vedersi, oggi in cui le propugnate idee di riforme sociali, in teoria bellissime, in pratica attentano alle più intangibili autorità.

Ad epilogo di questo, voglio trascrivere qui un frammento tolto dalle memorie di una cara gentildonna, la quale non ebbe altro torto a rimproverarsi, davanti a sua madre, che la colpa di cui s’accusa in queste righe e che le lasciò sempre un acerbo rimpianto.

“Nella mia prima giovinezza, era sorta una piccola disputa fra la mia cara Madre e me, per un argomento da nulla, ma calorosa tanto ch’ella ebbe la bontà d’appellarsi al giudizio di un terzo per risolvere chi di noi avesse ragione. Io m’attendevo il trionfo.... e l’ebbi, ma ebbi pure l’audacia di vantarmene colla povera e benedetta mia Madre. Ella mi guardò benevola, serbando il più espressivo silenzio. Quello sguardo, come uno strale, mi scese nel profondo del cuore tramutando quel meschino trionfo in un improvviso ed umiliante dolore. Oh! quante, quante volte poi, nel corso della mia vita, mi sentii turbata dal ricordo di quella spavalderia così priva di ogni gentilezza di sentimento!”

La madre e la figlia erano, senza dubbio, due anime gentili, di quella gentilezza che ora, ahimè! si va sempre più perdendo.

Quante virtù ascose accoglie in sè questa qualità sì preziosa, quante arguzie di pensiero, quante ineffabili sfumature di sentimento! [p. 288 modifica]

La gentilezza dell’anima è rispetto, compatimento, benignità, tolleranza, perdono, modestia, oblio di sè, scrupolosità eccezionale di coscienza, pace, sovratutto pace.

Una persona che la possiede trova ovunque il suo posto, ovunque è ben vista e amata, ella non abusa mai di nessuno, nemmeno della cavalleria dell’uomo; correggendo non avvilisce, ma sostiene ed incoraggia, non impone mai i proprî giudizî, i proprî principî, ed. è indulgente a quelli degli altri, accetta di buon grado un favore ed è pronta a farlo, non parla mai male, non disapprova mai violentemente, ha anzi il segreto delle difese e delle attenuanti, evita tutto ciò che può offendere o addolorare. Se il suo morale raffinamento le dà a volte una delicatezza eccessiva, questa non degenera mai in suscettibilità permalosa, per la sua istintiva ripugnanza al sospetto; ella è amabile nella gioja come nell’afflizione, ammalata non fa pesare sugli altri il proprio patire, non si lascia mai sopraffare interamente da preoccupazioni individuali, in una parola sa rendere, e intendere dovrebbe essere sinonimo d’amare.

E questo, non se lo impone, ma piuttosto lo sere, poichè se non tutte le persone buone hanno l’animo gentile, indubitatamente tutte le persone dall’animo gentile sono dotate di un’infinita bontà.

La bontà opera grandi cose, la gentilezza presta alle azioni generose la spontaneità, la grazia, il fascino che conquide. È in forza di essa che assurgono al loro più alto grado d’idealità, quali fiori splendidi, cui s’aggiunge il merito di squisite, sottili fragranze.

Chiudendo, sento il bisogno di rivolgermi a voi, o soavi fanciulle, cui Iddio donò un cuore gentile che gli ammaestramenti e sovratutto gli esempi coltivarono, a voi creature elette che splendete, come provvidi raggi di sole fra le domestiche mura, voi che ingiocondate colla vostra serenità la vita di chi vi circonda, che conquidete le amiche colla vostra costanza, che siete prodighe a chi soffre, più che di materiali benefizî, di amorevole pietà. Voi, o cortesi, apparite come visioni consolatrici allo sguardo del giovane stanco d’immagini fantasiose e vane, che sogna riparare nel porto sicuro dei famigliari affetti, voi lo chiamate alle uniche vere dolcezze di quaggiù, voi egli deve eleggere all’alta missione di spose, di madri, di educatrici!

Dall’intimo delle anime vostre sgorga una fonte rigeneratrice, sgorga quanto di più delicato, di più raro, di più squisitamente superiore possa in sè accogliere la natura umana. La gentilezza che da fanciulle effondete in tante piccole dimostrazioni affettuose, quando sarete donne, si tramuterà in carità, in quella grande, infinita carità femminile che ogni sofferenza e ogni tenerezza allaccia e a cui sorride il cielo.

Jacopo Turco.