La colonia italiana in Abissinia/XVIII

XVIII

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XVII XIX
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XVIII.


Zucchi e gl’indigeni — Una nobile vittima — Un presente del negus Desiaciailo — Malattia di Zucchi — Il mio viaggio a Keren. La signora Elena e sua figlia — Il malato peggiora — Un esattore abissino — Morte di Zucchi — I funerali.



Non è a dirsi quale sinistra impressione ricevessero quelle tribù dallo strano ed indelicato procedere di Pompeo Zucchi. Molti e molti ne mormoravano; altri lo chiamavano un scheitan (diavolo) e lo caratterizzavano tiranno, despota, crudele.

— Male, male — osservò uno di coloro che erano arrivati col signor Bonichi. Nessuno lo ha mai chiamato quel signor prepotente; e badi bene a ciò che fa, poichè qui è in casa nostra e noi possiamo assoggettarci agli insegnamenti ed alle correzioni, non mai ai maltrattamenti, alle ingiurie e meno che meno ad ingiustizie cotanto palesi!

Vittima delle sue escandescenze fu il nostro com[p. 148 modifica]pagno Giovanni Ravasano, una perla d’uomo, un vero amico sincero ed onesto, che venne, per sua cagione, trascinato passo a passo all’ultimo gradino della disperazione.... al suicidio.

Il fatto avvenne in questa maniera.

Ravasano ebbe un giorno, per un motivo qualunque, a ricevere uno sfregio da Pompeo Zucchi; dal che ne nacque un diverbio che non ebbe allora conseguenze di sorta; anzi poco dopo parevano ambidue rappattumati.

Qualche giorno appresso, sotto pretesto che erano venuti a mancare alcuni effetti di cucina, il sig. Zucchi ordinò una perquisizione ai bagagli del Ravasano, dichiarandogli in faccia di aver fondato sopra di lui i suoi sospetti.

Della qual cosa, il pover’uomo tanto si dolse ed accurò, che non volle più rimanere in compagnia dei colleghi; ma ritirossi nelle vicinanze a vivere segregato da tutti.

Stanco però di condurre una vita cotanto miserabile, ottenne da due missionari francesi il favore di poter essere scortato da alcuni negri, ch’erano diretti a Massaua, per poscia imbarcarsi colà e ritornare in Egitto.

Sfortuna volle che durante il viaggio la sua ragione vacillasse, per cui formava le più strane congetture sopra coloro che lo scortavano, temendo che questi lo avessero a tradire. Gli pareva persino che la strada, per cui lo conducevano, non fosse punto quella che dovevasi percorrere per giungere alla meta, ma bensì la strada che lo avrebbe condotto, come prigioniero o come schiavo, presso Teodoro, il famigerato negus d’Abissinia.

Giunto che fu a Maldi,1 aumentandosi in lui [p. 149 modifica]quello stato di alterazione, quasi certo d’un tradimento, non esitò a querelarsene acerbamente coi suoi condottieri, i quali cercavano disingannarlo in ogni maniera.

La faccenda era però troppo grave, e al povero Ravasano non rimaneva che prendere una risoluzione.

E la risoluzione fu presa.

Appena si trovò solo, in una capanna, che quei negri gli assegnarono per passarvi la notte, trasse le sue pistole ed una se ne scaricò alle tempia.

A questo passo lo condusse il suo amor proprio, ma più di tutto la malizia altrui. —

Intanto passavano i giorni senza che si vedesse alcun che di decisivo nelle nostre faccende.

Per rompere la monotonia, altercammo un po’ con Bonichi, il quale avevaci risolutamente rifiutato di darci munizioni per uscire a combattere alcuni scorridori Démbelas, che erano calati nelle nostre terre per derubarci.

Per buona sorte, coloro, secondo il solito, s’erano tosto ritirati; chè del resto, in caso di un serio attacco, non so come avremmo potuto sostenerci, privi come eravamo di proiettili e di polvere.

Dopo molto e molto discorrere, siccome il Bonichi era una buona pasta d’uomo, ci fornì del necessario, malgrado il divieto di Zucchi.

Intanto il padre Stella era già ritornato dalla sua visita a Desiaciailo, e Olda-Gabriel erasi presentato a noi tenendo per mano due superbi cavalli, dono di quel negus, destinati uno al padre Stella, l’altro a Zucchi.

Eravamo agli 11 di agosto, quando ci giunse la notizia che Zucchi si era gravemente ammalato. Nello stesso giorno un messo da Keren venne a chiamare Gentilomo da parte del capo; ed egli, senza frapporre [p. 150 modifica]indugio, si dispose alla partenza. Io decisi di seguirlo, e indossata l’uniforme garibaldina, mi diressi con esso lui per Karen, egli a cavallo, non essendo ancora totalmente guarito, io a piedi guidando un camello carico di due casse di bottiglie di vino Barbèra e Champagne destinate al negus Desiaciailo in contraccambio del presente dei due cavalli.

Via facendo ci colse la pioggia: un vero diluvio che rese più malagevole il cammino già per sè stesso orrido, disastroso. Cercammo un riparo in una spianata, protetti dai cespugli che erano ivi frequenti e rigogliosi.

Quando cessò di piovere, ripigliammo il cammino, obbligati ad arrampicarci con mani e piedi, traendoci dietro le bestie, le quali ci riuscirono di gravissimo imbarazzo. Il camello, in particolare, fa causa d’una grandissima perdita di tempo, per aver dovuto rialzarlo da una caduta fatta sull’orlo di un burrone, trattenuto e e salvato miracolosamente da una folta e robustissima macchia.

Giunti, dopo tante fatiche, ad un altipiano perfettamente orizzontale, lo percorremmo in poco più di un’ora; dopo di che entrammo a Keren spossati e bagnati più del dovere.

Vi trovammo i compagni, che frettolosi ci mossero incontro abbracciandoci, e chiedendoci conto della nostra salute e delle nostre condizioni.

Soddisfatto che avemmo alle loro richieste, domandammo novella della salute di Zucchi, ed essi, scuotendo il capo in segno di dubbio, ci fecero intendere che l’affare era più grave di quello che avessimo potuto prevedere.

Il capo era stati ricoverato in una capanna vicina a due tende, una per la moglie e per la figlia di lui, [p. 151 modifica]l’altra pei compagni e pei bagagli, che a dire il vero erano molti e di gran mole.

Gentilomo entrò il primo nella capanna, e vi si fermò alquanti minuti. Quand’egli uscì, m’introdussi io medesimo, sebbene a malincuore, dopo alcune parole di sconforto sussurratemi in orecchio dal collega.

Benchè apparecchiato a qualche cosa di grave, pure non potei frenare un gesto di esclamazione dolorosa allorchè, entrando nella capanna, i miei occhi si fissarono nel volto del malato. Egli se ne accorse, e senza aspettare ch’io lo salutassi per primo, mi rivolse la parola dicendomi:

«Vedi, Büchler, come sono ridotto. Ah, non avrei mai creduto di dover lasciar la mia pelle in questi luoghi e sì presto!

A rincontro io cercai d’incoraggiarlo e dissi, imbarazzatissimo, quelle parole che credetti più acconcie alla circostanza.

Poco dopo, accusando il bisogno di dormire, mi licenziò, ed io raggiunsi Gentilomo, col quale stabilimmo di fermarci a Keren ad aspettare gli eventi.

Le casse di bottiglie in seguito furono fatte recapitare al negus, dal padre Stella.

Faccio qui menzione d’altri presenti mandati a Desiaciailo, vale a dire di alcuni tappeti e d’una tabacchiera d’argento con le iniziali del suo nome incise a caratteri amarici.

Unitici agli altri compagni, formammo un tutto con essi, prendendo parte ai loro travagli, e montando per turno la guardia alla capanna due ore per ciascuno, regolarmente. Di notte, quegli che stava in sentinella teneva ai piedi una grossa candela accesa, sulla quale erano stati praticati dei solchi equidistanti, ognuno dei [p. 152 modifica]quali valeva a misurare la durata del servizio di una persona.

Entro alla capanna, in qualità di infermiere, stava giorno e notte un pazientissimo ed instancabile napoletano, per nome Cicco, il quale era assai beneviso a Zucchi, ed esercitava sopra di lui una grande influenza, specialmente nell’acquetarlo, allorchè lo tormentavano gli assalti nervosi, i vaneggiamenti, i deliri che erano molto spessi e violenti.

Al 13 fummo obbligati a raddoppiare di cure e di vigilanza a motivo ch’erano giunti a Keren i soldati abissini per riscuotere il tributo di Stato. Certo Gheremetim, loro generale, venne più volte a visitarci nella gran tenda, e noi ne lo accogliemmo sempre cordialmente, ospitandolo con isquisita cortesia, e trattandolo a caffè, a dolci, e persino a cigarri.

Nel frattempo era arrivato anche Stella, la cui presenza era sempre una benedizione del cielo.

La malattia di Zucchi procedeva intanto di male in peggio. All’imbrunire del 13 eravamo già stati chiamati da lui, quasichè egli presentisse assai prossima la propria fine.

Entrammo e lo trovammo moribondo. Accanto al letto stavano la signora Elena e la figlia, le quali invano tentavano di rattenere le loro lagrime per non farsi scorgere da lui.

Appena entrati, c’ingiunse con fioca voce di avvicinarsegli al letto, e là dopo aver chiesto a tutti perdono se mai avesse mancato in qualche cosa, ci raccomandò la sua famiglia che era costretto a lasciare in balla di sè stessa ed esposta ai disagi ed alle avventure d’una impresa ormai fallita e pericolosissima.

Quella scena commoventissima ci strappò lagrime [p. 153 modifica]di tenerezza e di dolore. Rivolta poscia la parola al padre Stella, raccomandò a lui particolarmente la moglie e la figlia, e dopo avergli date alcune istruzioni relative agli affari della colonia, lo pregò a volere, nel caso ormai probabilissimo della sua morte, aver cura della propria salma, facendola seppellire nella chiesa stata edificata dal missionario entro la cinta. Diede fine poco dopo al suo discorso, mormorando sotto voce a Stella: «Voi mi avete però sulla vostra coscienza!» e queste furono le ultime parole che noi udimmo dalle sue labbra, e che fecero sopra Stella una dolorosissima impressione.

All’alba del 14, Zucchi era già morto.

Io fui tra quelli che lo vegliarono. Poche ore dopo il suo cadavere mandava un puzzo orribile, per cui fummo costretti, prima ad abbavagliarlo, poscia a sollecitare il lavoro della cassa per poterlo provvisoriamente seppellire a Keren, prima che il sole fosse riapparso sull’orizzonte a spandere i suoi raggi di fuoco.

Mandai un indigeno alla tenda delle signore per chieder loro se avessero desiderato di vederlo prima che fosse seppellito; ma esse provvidamente, e quasi istintivamente, ricusarono di farlo.

Allorchè dagl’indigeni venne scavata una fossa due metri profonda, io e tre abissini lo portammo sulle nostre spalle; e seguiti dai compagni e da parecchi indigeni, tra cui lo stesso capo Gheremetim, giungemmo al luogo destinato, ed ivi lo seppellimmo.

Una rozza croce di legno fu piantata, in mezzo alla commozione di tutti, sovra quell’umile sepoltura.

Note

  1. Paesello nomade a metà via da Keren a Massaua.