L'isola misteriosa/Parte seconda/Capitolo I

Parte seconda - Capitolo I

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Jules Verne - L'isola misteriosa (1874-1875)
Traduzione dal francese di Anonimo (1890)
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L’ISOLA MISTERIOSA



PARTE SECONDA


CAPITOLO I.


In proposito del grano di piombo — La costruzione d’una piroga — Le caccie — In cima ad un kauri — Nulla che attesti la presenza dell’uomo — Una pesca di Nab e di Harbert — Tartaruga capovolta — Tartaruga scomparsa — Spiegazione di Cyrus Smith.

Erano sette mesi, giorno per giorno, che i passeggieri del pallone erano stati gettati nell’isola Lincoln. Da quel tempo, per quante ricerche avessero fatte, non s’era vista creatura umana. Non mai un fumo aveva tradito la presenza dell’uomo sulla superficie dell’isola. Non mai lavoro manuale ne aveva attestato il passaggio in tempo remoto o recente; e non solo l’isola non pareva abitata, ma si doveva credere che non lo fosse mai stata. Ed ora ecco che tutto questo edifizio di deduzioni cadeva dinanzi ad un semplice grano di metallo trovato nel corpo di un innocuo roditore.

Gli è in verità che questo pallino era uscito da un’arma da fuoco. Ora qual altri mai, se non una creatura umana, aveva potuto servirsi di un’arme simile?

Quando Pencroft pose sulla tavola il granello di piombo, i compagni lo guardarono con profondo stu[p. 6 modifica]pore, impressionati di tutte le conseguenze di codesto incidente importante, malgrado la sua apparenza da nulla. L’apparizione improvvisa di un essere soprannaturale non li avrebbe impensieriti egualmente.

Cyrus Smith non esitò a formulare a bella prima l’ipotesi di cui questo fatto, meraviglioso quanto inaspettato, doveva essere occasione. Egli prese il grano di piombo, lo volse, lo palpò fra l’indice e il pollice, poi disse a Pencroff:

— Siete in grado d’asserire che il pecari ferito da questo pallino aveva appena tre mesi?

— Non di più, signor Cyrus, rispose Pencroff. Esso poppava ancora quando lo trovai nella fossa.

— Ebbene! codesto prova, disse l’ingegnere, che da tre mesi al più fu sparata una schioppettata nell’isola Lincoln.

— E che un grano di piombo ha ferito, ma non ucciso questo animale, soggiunse Gedeone Spilett.

— Ciò è indubitabile, riprese Cyrus Smith. Ecco quanto conviene dedurre da tale incidente: o l’isola era abitata prima del nostro arrivo, o da tre mesi al più vi sono giunti degli uomini, volontariamente o involontariamente, approdando o naufragando. Questo quesito non potrà esser messo subito in chiaro. In quanto a sapere se essi sieno amici o nemici della nostra razza, nulla ci può permettere d’indovinarlo, e se ancora abitano l’isola o se l’hanno lasciata, neppur questo sappiamo. Ma codesti quesiti c’interessano al vivo e non possiamo starcene un pezzo nell’incertezza.

— No! cento volte no! mille volte no! esclamò il marinajo levandosi da tavola. Non vi sono altri uomini fuorchè noi nell’isola Lincoln. Che diancine! l’isola non è già grande, e se fosse stata abitata avremmo visto qualcuno de’ suoi abitanti.

— In verità, se così non fosse, ci sarebbe da meravigliare, disse Harbert. [p. 7 modifica]

— Ma sarebbe ben più da meravigliare, immagino, fece osservare il reporter, se questo pecari fosse nato con un pallino nel corpo!

— A meno che, disse seriamente Nab, Pencroff non abbia avuto....

— State un po’ a vedere, ribattè Pencroff, che senza avvedermene da cinque o sei mesi avrei un pallino nella mascella! E dove si sarebbe nascosto? aggiunse il marinajo aprendo la bocca in guisa da mostrare i magnifici trentadue denti che l’adornavano. Guarda bene, Nab, e se tu mi trovi un dente cavo, ti permetto di strapparmene mezza dozzina.

— L’ipotesi di Nab è inammissibile, disse l’ingegnere, il quale malgrado i suoi pensieri non potè trattenere un sorriso. Certo è che una schioppettata fu sparata nell’isola da tre mesi al più; ma io starei per ammettere che gli esseri, qualunque sieno, che hanno approdato in questa terra vi sono solo da poco tempo, oppure non hanno fatto che passarvi, perchè quando esploravamo l’isola dall’alto del monte Franklin, se la fosse stata abitata, l’avremmo visto o saremmo stati veduti. È dunque probabile che solo da qualche settimana alcuni naufraghi sieno stati buttati da una tempesta sulla costa. Checchè ne sia, conviene accertare la cosa.

— Penso che bisogna agire prudentemente, disse il reporter.

— Così penso io pure, rispose Cyrus Smith, perchè disgraziatamente temo che sieno pirati malesi quelli che sono sbarcati nell’isola.

— Signor Cyrus, disse il marinajo, non sarebbe conveniente, prima di entrare nell’isola, di costruire un canotto per rimontare il fiume e fare il giro della costa? Non conviene lasciarci prendere alla sprovveduta.

— La vostra idea è buona, Pencroff, rispose l’ingegnere, ma noi non possiamo aspettare; ora occorre un mese per costrurre un canotto. [p. 8 modifica]

— Un canotto sì, rispose il marinajo; ma non abbiamo bisogno d’una vera barca per salire il mare, e in cinque giorni al più io mi sento di costrurre una piroga per navigare sulla Grazia.

— Cinque giorni per costrurre un battello di legno? domandò Nab.

— Certo, Nab; un battello alla moda indiana.

— Di legno? domandò il negro in aria di dubbio.

— Di legno, rispose Pencroff, o meglio di corteccia. Vi ripeto, signor Cyrus, che in cinque giorni può essere cosa fatta.

— In cinque giorni sia pure, rispose l’ingegnere.

— Ma fino a quel giorno faremo bene a tenerci in guardia, disse Harbert.

— S’intende, amici, aggiunse Cyrus Smith; e vi prego di limitare le vostre escursioni di caccia ai dintorni del Palazzo di Granito.

Il desinare finì meno allegramente di quello che Pencroff avesse desiderato.

Così l’isola era, od era stata abitata da altri fuori dei coloni.

Dopo l’incidente del pallino era un fatto omai in contrastabile, e una simile rivelazione non poteva che destare gravi inquietudini nei coloni stessi.

Cyrus Smith e Gedeone Spilett, prima d’abbandonarsi al riposo, ragionarono a lungo; si domandarono se per caso quest’incidente non si collegasse colle inesplicabili circostanze della salvezza dell’ingegnere e con altri bizzarri particolari che li avevano impressionati molte volte. Pure Cyrus Smith, dopo aver discusso il pro e il contro, finì col dire:

— Insomma, volete che vi dica la mia opinione, caro Spilett?

— Sì, Cyrus.

— Ebbene, per quanto attentamente esploreremo l’isola, non troveremo nulla.

Dal domani Pencroff si pose all’opera. Non si trattò [p. 9 modifica]di fare un canotto in regola colla membranatura e col fasciame, ma semplicemente un apparecchio a fondo piatto, eccellente per la navigazione della Grazia, in ispecie presso le sorgenti dove l’acqua fosse poco profonda. Pezzi di corteccia cuciti insieme dovevano bastare a formare la lieve zattera, e nel caso che abbisognasse di portarla, non sarebbe nè pesante, nè voluminosa. Pencroff si propose di formare la sutura delle strisce di cortecce con chiodi ribaditi, d’assicurare colla loro aderenza la perfetta impermeabilità.

Si trattava dunque di scegliere alberi la cui corteccia pieghevole e tenace si prestasse a questo la voro. Ora precisamente l’ultimo uragano aveva buttato a terra una certa quantità di abeti che convenivano perfettamente a quel genere di costruzione. Alcuni di quegli abeti giacevano al suolo, e bastava scorticarli; ma questo fu il più difficile, causa la imperfezione degli utensili posseduti dai coloni. Infine se ne venne a capo.

Mentre il marinajo, secondato dall’ingegnere, s’occupava così senza perdere un’ora, Gedeone Spilett ed Harbert non stettero oziosi. Si erano fatti provveditori della colonia. Il reporter non poteva cessare d’ammirare il giovinetto che aveva acquistato una destrezza particolare nel maneggiare l’arco e lo spiedo. Harbert mostrava pure molto ardimento, congiunto a quella freddezza d’animo che invero si potrebbe dire il ragionamento della bravura.

I due cacciatori però, tenendo conto delle raccomandazioni, non vagavano a più d’un’ora di distanza intorno al Palazzo di Granito. Ma le prime linee della foresta fornivano un sufficiente numero di agutis, di pecari, di kanguri e di cabiaj. E se le trappole non davano gran profitto, dacchè il freddo era cessato, la conigliera almeno forniva il solito contingente, che avrebbe potuto nutrire tutta la colonia dell’isola Lincoln. [p. 10 modifica]

Sovente, durante queste caccie, Harbert discorreva, con Gedeone Spilett, dell’incidente del pallino di piombo e delle conseguenze dedottene dall’ingegnere, e un giorno, il 26 ottobre, gli disse:

— Ma, signor Spilett, non vi pare straordinario che se qualche naufrago ha approdato in quest’isola, non si sia ancora mostrato dalla parte del Palazzo di Granito?

— È proprio da sbalordire se i naufraghi sono ancora nell’isola, rispose il reporter; ma non è da sbalordirne niente affatto se non ci sono più.

— Dunque voi credete essi abbiano già lasciato l’isola? soggiunse Harbert.

— È più che probabile, giovinetto mio, perchè se il loro soggiorno si fosse prolungato, e sopratutto se durasse ancora, qualche incidente avrebbe finito col tradire la loro presenza.

— Ma se hanno potuto ripartire, non erano dunque naufraghi.

— No, od almeno erano, come a dire, naufraghi temporanei. È possibilissimo, infatti, che un colpo di vento li abbia gettati nell’isola senza avere disalberato il battello, e che cessato il vento essi abbiano ripreso il mare.

— Bisogna confessare che il signor Smith parve sempre temere, meglio che desiderare, la presenza di stranieri nella nostra isola.

— Infatti, rispose il reporter, egli non vede che Malesi i quali possano frequentare questi mari, e quella gente sono mariuoli che è bene evitare.

— Non è impossibile, signor Spilett, soggiunse Harbert, che troviamo un dì o l’altro traccie del loro sbarco, e forse potremo uscire dal dubbio?

— Non dico di no: un attendamento abbandonato, un fuoco spento, possono metterci sulla buona via, ed è ciò che cercheremo nella prossima esplorazione.

Il giorno in cui i due cacciatori così parlavano si [p. 11 modifica]trovavano in una parte della foresta, vicino alla Grazia, notevole per gli alberi bellissimi. Colà sorgevano alcune di quelle conifere alte circa dugento piedi, che gl’indigeni chiamano kauris nella Nuova Zelanda.

— Mi viene un’idea, signor Spilett; se io mi arrampicassi in cima ad uno di quei kauris, potrei forse osservare il paese per un ampio raggio.

— L’idea è buona, rispose il reporter, ma potrai tu arrampicarti fino in cima a quei giganti?

— Mi proverò, rispose Harbert.

Il giovane agilissimo si slanciò sui primi rami la cui disposizione rendeva facile la scalata del kauri, ed in pochi minuti egli era giunto sulla cima che emergeva da quell’immenso piano di verdura formato dai rami arrotondati della foresta.

Da quel luogo elevato lo sguardo poteva volgersi su tutti i punti dell’isola, dal capo Artiglio a sud-est, fino al promontorio del Rettile a sud-ovest. Nel nord ovest si drizzava il monte Franklin che nascondeva un buon quarto dell’orizzonte.

Ma Harbert dall’alto del suo osservatorio poteva precisamente osservare tutta quella parte ancora incognita dell’isola che avea potuto dare o dava ancora un rifugio agli stranieri di cui si supponeva la presenza.

Il giovane guardò con estrema attenzione. Prima di tutto sul mare non si vedeva nulla. Non una vela all’orizzonte, nè sulle coste dell’isola. Per altro, siccome la massa degli alberi nascondeva il litorale, era possibile che un bastimento, sopratutto un battello disalberato, si fosse accostato a terra, tanto da riuscire invisibile anche ad Harbert.

In mezzo al bosco del Far-West non si scorgeva nulla. La foresta formava una vôlta impenetrabile che misurava molte miglia quadrate senza una radura. Era anche impossibile seguire il corso della Grazia e riconoscere il punto della montagna da cui traeva [p. 12 modifica]origine. Forse altri rigagnoli correvano verso l’ovest, ma nulla permetteva d’accertarlo.

Ora, se ogni indizio d’attendamento sfuggiva ad Harbert, non poteva egli almeno sorprendere nell’aria qualche fumo che svelasse la presenza dell’uomo? L’atmosfera era pura, ed il minimo vapore si sarebbe staccato nettamente sul fondo del cielo. Per un istante Harbert credette di vedere un lieve fumo salire nell’ovest; ma una più attenta osservazione gli dimostrò che s’ingannava. Guardò meglio, e la sua vista era acutissima.... No.... no.... non vi era proprio nulla.

Harbert ridiscese ai piedi del kauri, ed i due cacciatori tornarono al Palazzo di Granito. Quivi Cyrus Smith ascoltò il racconto del giovine, crollò il capo e non disse nulla. Era pur evidente che non si potrebbe determinare nulla intorno a quel quesito se non dopo una compiuta esplorazione dell’isola.

Il doman l’altro, 28 ottobre, avvenne un nuovo incidente la cui spiegazione doveva ancora lasciar da desiderare.

Gironzando sul greto, a due miglia dal Palazzo di Granito, Harbert e Nab ebbero la fortuna di catturare un magnifico campione dell’ordine dei chelidri, una tartaruga franca del genere mydase, il cui guscio aveva meravigliosi riflessi verdi.

Harbert vide questa tartaruga che si cacciava fra le roccie per tornare in mare.

— Ajuto, Nab! gridò.

Nab accorse.

— Il bell’animale! diss’egli; ma come fare a pigliarlo?

— È facilissimo, rispose Harbert. Capovolgiamo questa tartaruga sul dorso, e non potrà più fuggire. Prendete il vostro spiedo e fate come faccio io.

Il rettile, sentendo il pericolo, si era ritirato nel suo guscio in guisa che non se ne vedeva più nè le [p. 13 modifica]zampe nè la testa. Se ne stava immobile come un macigno.

Harbert e Nab cacciarono allora i bastoni sotto le ascelle dell’animale e riuscirono, non senza stento, a capovolgerlo. Quella tartaruga, che era lunga tre piedi, doveva pesare almeno quattrocento libbre.

— Buono! sclamò Nab, questo farà stare allegramente Pencroff.

In fatti l’amico Pencroff non poteva tralasciar di rallegrarsi, perchè la carne di coteste tartarughe, che si nutrono di zosteri, è squisitissima. In quel momento l’animale non lasciava scorgere che la testa piccina, schiacciata, ma allargata posteriormente da gran fosse temporali nascoste sotto una vôlta ossea.

— Ed ora, che fare della nostra selvaggina? disse Nab. Non possiamo già trasportarla al Palazzo di Granito.

— Lasciamola qui, poichè non può voltarsi, disse Harbert. Torneremo a ripigliarla col carro.

— Sta bene.

Peraltro, per maggior precauzione, Harbert prese la cura, giudicata superflua da Nab, d’assicurare l’animale con grossi ciottoli; dopo di che i due cacciatori se ne tornarono al Palazzo di Granito seguendo il greto che la marea, allora bassa, scopriva largamente. Harbert, volendo fare una sorpresa a Pencroff, non gli disse nulla del superbo crostaceo che aveva capovolto, ma due ore dopo egli e Nab erano di ritorno col carro nel luogo dove l’avevano lasciato; il superbo campione dei chelidri non v’era più.

Nab e Harbert si guardarono dapprima in volto, poi guardarono tutt’intorno. Pur era proprio in quel luogo che avevano lasciata la tartaruga. Il giovane ritrovò perfino i ciottoli di cui s’era servito, onde era sicuro di non errare.

— Ah! disse Nab, si capovolgono dunque da sè codesti animali? [p. 14 modifica]

— Pare, rispose Harbert non ci potendo comprendere nulla e guardando i ciottoli sparsi sulla sabbia.

— Sarà un dolore per Pencroff,

— E un imbarazzo per il signor Smith, il quale vorrà spiegare questa scomparsa, penso Harbert.

— Oibò! disse Nab, che voleva nascondere la disavventura; non ne parleremo.

— Al contrario, Nab, bisogna parlarne.

E tutti e due, ripigliando il carro che avevano inutilmente portato, se ne tornarono al Palazzo di Granito.

Giunti al cantiere, in cui l’ingegnere e il marinajo lavoravano insieme, Harbert narrò l’accaduto.

— Ah! buoni da nulla! sclamò il marinajo. Esservi lasciati sfuggire cinquanta brodi per lo meno!

— Ma Pencroff, replicò Nab, non è già colpa nostra se l’animale se n’è fuggito, perchè l’avevamo capovolto.

— Non l’avevate capovolto abbastanza, rispose l’intrattabile marinajo.

— Non abbastanza! rispose Harbert, e narrò come si fosse presa la cura d’assicurare la tartaruga con ciottoli.

— È dunque un miracolo! replicò Pencroff.

— Io credeva, signor Cyrus, disse Harbert, che le tartarughe non potessero rivoltarsi una volta messe sul dorso, specialmente quando sono di grosse dimensioni.

— Ciò è vero, giovinotto mio, rispose Cyrus.

— Allora, come è accaduto?

A quale distanza dal mare avevate lasciato la tartaruga? domandò l’ingegnere, il quale avendo interrotto il proprio lavoro, pensava al caso.

— A quindici piedi al più, rispose Harbert.

— E la marea era bassa?

— Sì.

— Ebbene, ciò che la tartaruga non poteva fare sulla sabbia, lo ha potuto fare nell’acqua. Si è [p. 15 modifica]voltata quando il flutto l’ha ripresa, e se ne è tornata tranquillamente in mare.

— Ah! i buoni da nulla che siamo stati! esclamò Nab.

— È appunto quello che avevo l’onore di dirvi, rispose Pencroff.

Cyrus Smith aveva dato questa spiegazione, che era verosimile, ma era egli poi convinto che la sua spiegazione fosse la vera? Non si potrebbe affermarlo.