L'Utopia/Dei servi

Dei servi

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Pellegrinaggi degli Utopiensi De la guerra


Non tengono per servi quei che sono presi in guerra, ancora che fusse fatta da loro, né i figliuoli dei servi, né alcuno che serva apo altre nazioni, i quai possino comperare, ma quei che per qualche mancamento sono da loro dannati a la servitù, overo altri di esterne nazioni che gli sono dati a tale supplicio per qualche loro mancamento; il che aviene sovente, e molti ne hanno per vilissimo prezzo. Tengono questi servi in continua fatica e in catene, ma trattano i loro propii più duramente, giudicando che siano incorrigibili e degni di più greve sopplicio, poiché, essendo tanto egregiamente nodriti a la virtù, non s’hanno potuto raffrenare dal vizio. Evvi un’altra sorte di servi: quando alcuno di altra nazione avezzo a la fatica, povero e di bassa condizione elegge di servire a quelli. Questi (eccetto che li danno alquanto più fatica) trattano benignamente e li tengono poco meno che per loro cittadini. S’alcuno vuole partirsi (il che di raro aviene) non lo tengono contra sua voglia, né lo mandano via senza doni.

Gli infermi (come dicemmo) trattano con gran carità, non tralasciando cosa alcuna cerca le medicine e il governo del vivere, che vaglia a rendere a quelli la sanità. S’alcuno è incurabile, tenendoli compagnia, parlando con lui e servendolo, allegeriscono la sua calamità. Ma se l’infermità è incurabile e di perpetuo dolore, i sacerdoti e il magistrato lo confortano che, essendo già inetto agli ufFicii de la vita e molesto agli altri e greve a sé stesso, che non voglia sopravivere a la propia morte e nodrire seco la pestifera infermità, e che, essendogli la vita un tormento, non dubiti di morire; anzi, ch’avendo buona speranza che sarà libero da tale acerba vita, uccida sé stesso o si lasci dagli altri uccidere; e che farà opera da prudente, quando che le calamità saranno da lui lasciate morendo, non i commodi; oltre che, seguendo il consiglio dei sacerdoti interpreti dei dèi, farà opera santa e pia. Chi sono a questo persuasi, overo con astinenza finiscono la vita, overo dormendo sono uccisi. Ma non ne fanno morire alcuno contra sua voglia, né mancano di servirlo ne l’infermità, parendo loro che questa sia onorata impresa. Ma s’alcuno s’uccide senza il consentimento dei sacerdoti e del magistrato, egli, senza esser sepolto, viene gittato in una palude.

Le femine non si maritano innanti anni dodici, e i maschi de sedici. Se il maschio o la femina sono truovati a lussuriare innanti al matrimonio, vengono puniti grevemente e privati in perpetuo del matrimonio, se il principe non si muove a pietà di perdonar loro tal fallo. Il padre e la madre di famiglia sotto ’ governo dei quali aviene tal mancamento sono infamiati di esser stati poco attenti a governare le creature a loro commesse. Puniscono questa colpa tanto atrocemente, prevedendo che pochi si mariterebbono volontieri per non vivere tutti gli anni con una sola e non tollerar le molestie del matrimonio, quando fussero avezzi di giacersi ora con questa, ora con quella.

Ne l’eleggere le mogli tengono un modo a mio parere ridiculoso, ma riputato da loro prudentissimo. Una onesta matrona mostra la virgine, o vedova che sia, nuda a lo sposo, e parimente un uomo di gravita mostra il giovane nudo a la giovanetta. E biasimando io questo costume come inetto, elli a l’incontro risposero che si maravigliavano assai de la pazzia de le altre genti, le quali nel comperare un cavallo, ove si tratta de pochi denari, vanno tanto cautamente che lo vogliono vedere senza sella, acciò che sotto quella non avesse qualche piaga, e ne l’elegger la moglie, la quale può dare a quelli o solazzo o dispiacere mentre che dura la vita, sono tanto negligenti che si contentano di veder la donna quasi tutta cuoperta, quando che vedeno solamente il volto di quella, e tuttavia puotrebbe ella nascondere qualche diffetto per lo quale non mai si contenterebbe d’averla presa. Né tutti sono di tanta sapienza che mirino solamente ai costumi; anzi, nei matrimonii dei savi uomini le doti del corpo fanno più grati i doni de l’animo. Veramente tale bruttura puotrebbe nascondersi sotto gli abbiti, che la moglie sempre fosse odiosa al marito, e a questo si debbe provedere con leggi prima che segua l’inganno, quando che elli soli di tutte le altre nazioni sono contenti di una sola moglie, né si scioglie il matrimonio se non per l’adulterio o per altra intollerabile molestia. In tai casi il senato concede a l’innocente di rimaritarsi e il colpevole resta infame e privo in perpetuo de matrimonio. Non vogliono che la moglie non colpevole sia ripudiata contra sua voglia, ancora che cadesse in qualche calamità del corpo, parendo loro una crudeltà che si abbandoni la persona quando ha maggior bisogno di consolazione, perché la vecchiezza, che porta le infermità et è l’infermità istessa, sarebbe da la compagnia abbandonata. Aviene a le fiate che, non si confacendo de costumi e truovando amendue altri con i quai sperano di vivere più soavemente, si separano e maritansi tutti due, con l’autorità però del senato, il quale non ammette il divorzio se prima non conosce le cause di quello, e anco le fa investigare da le propie mogli. E anco si rendono difficili a questo, acciò che non si speri di mutar facilmente il matrimonio. Gli adùlteri puniscono con durissima servitù, e se erano amendue adùlteri, si concede che, lasciato l’adulterio, si maritino insieme, overo con altri. Ma se quello che è offeso tanto ama l’offenditore che non voglia fare divorzio, non gli è vietato di mantenere il matrimonio, pur che voglia seguire ne l’opera il dannato. E sovente è avenuto che la sollecita pazienza de l’innocente ha ottenuto la libertà al colpevole. Ma chi adultera dopoi questo perdono, è punito ne la testa. A le altre colpe non è assignato determinato sopplicio, ma secondo il mancamento segue il sopplicio più o men greve, come pare al senato. I mariti castigano le mogli, i padri i figliuoli, se non fusse qualche enorme mancamento che si dovesse punire pubicamente. Ma quasi tutte le grevi colpe sono punite con servitù, il che non meno spiace agli scelerati et è più commodo a la republica che ucciderli, perché giovano più con la fatica che con la morte, e con l’essempio continuo ammoniscono gli altri a guardarsi da simili colpe. Se in tal stato sono perversi e inobedienti, allora come bestie indomite gli uccidono; li pazienti non sono fuori di speranza che, tollerando i travagli e le fatiche, e mostrando che più loro spiacia il peccato che la penitenza, non siano francati, o mitigata la servitù per autorità del prencipe o suffragii del popolo.

Non meno puniscono chi ha provocato alcuna persona a lussuria che s’avesse commesso l’errore, parendo loro che la volontà determinata a peccare, ancora che non possi venire ad effetto, sia de l’istesso supplicio degna.

Si pigliano piacere de’ boffoni, ma non è lecito fargli ingiuria, né gli danno in governo a chi non si diletta de le loro facezie, temendo che non siano ben trattati. Non si concede di schernire alcuno che sia tronco o sciancato, parendo sconvenevole schernire quel vizio che è venuto in l’uomo senza sua colpa. Sì come tengono per dapoco chi non hanno cura di conservarsi la bellezza naturale, così biasimano quel che con belletti studia di aumentarla, avendo per certo che la bontà dei costumi assai più vale a render grata la moglie al marito che alcuna bellezza corporale. Non solamente si rimangono da le sceleragini per tema dei sopplicii, ma sono invitati a le virtù con egregii onori. Rizzano ne la piazza statue agli uomini che per la republica hanno fatto qualche degna impresa, acciò che si conservi la memoria de le opere illustri e i loro discendenti siano a la virtù incitati. Chi cerca di avere alcuno magistrato, ne viene privato al tutto. Vivono insieme amichevolmente, perché i magistrati non sono terribili, si chiamano padri e si portano da padri, e i popoli gli onorano spontaneamente. Il prencipe non è dagli altri conosciuto con diadema o corona, ma con un manipolo di formento, che gli viene portato innanti, e il pontefice con un torchio.

Hanno poche leggi e biasimano gli altri popoli che empiono de leggi e d’interpreti smisurati volumi, parendo loro che sia iniquità obligare a tante leggi l’uomo, che non si possino leggere, e tanto oscure, che non siano intese. Non ammettono avocati, anzi vogliono che ognuno in giudicio dica la sua ragione, perché in tal guisa si ragiona meno e meglio si cava la verità senza ornamento di parole. Il giudice sollecitamente espedisce ogni causa e favorisce agli ingegni semplici contro i malvagi e accorti, il che a fatica si può osservare apo le altre nazioni tra tante dubiose leggi. Apo loro ciascuno è giureconsulto, perch’hanno pochissime leggi, e commendano sommamente la più semplice interpretazione che se le dia, perché la sottile interpretazione non può esser da tutti intesa, il che è contra la intenzione de le leggi, le quai si danno acciò che siano a tutti manifeste.

I popoli vicini, che sono liberi, perché molti hanno sofferto la tirannia, mossi da queste virtù, dimandano dagli Utopiensi i magistrati per un anno e anco per cinque, e quando hanno fornito il loro ufficio li rimandano onorevolmente e ne conducono seco degli altri; e in vero questi popoli ottimamente proveggono a la loro republica, la cui salute o rovina depende dai costumi dei magistrati, né potevano far migliore elezione, quando che sono gli Utopiensi d’una tale costanza, che non si piegano con prezzo alcuno, e avendo da ritornare a la patria, non hanno occasione di far ingiustizia, massimamente che, non conoscendo quei cittadini, non possono da alcuno agevolmente esser persuasi di contravenire a la giustizia. Questi due mali, amore e avarizia, quando hanno potere nei giudicii pervertono ogni giustizia e indeboliscono ogni nervo de la republica. Utopiani chiamano compagni quei popoli ai quali danno magistrati, e amici quei a chi hanno fatto beneficii. Elli non fanno con altre genti confederazioni, le quai tanto sovente apo altri popoli sono fatte e rinuovate. Perché s’hanno da fare (dicono elli) confederazioni alcune, bastando ad amicarsi l’uomo la commune natura umana, la quale non giovando, che puotranno più valere le parole? Sono in questo parere, perché le convenzioni e patti tra prencipi in quei paesi poco fedelmente si osservano. Ma in Europa, e specialmente dove regna la fede di Cristo, si conservano inviolabilmente le confederazioni, parte per giustizia e bontà dei prencipi, parte per reverenza e timore dei sommi pontefici, i quai, sì come non commettono cosa alcuna, che contravenga a la religione, così commandano che gli altri prencipi mantengano le loro promesse e con scommuniche severissime sforzano i contumaci a servare la loro fede. E meritamente in vero tengono per biasimo vituperevole che non si osservi fede ne le confederazioni da coloro che specialmente si nomano fideli. Ma in quel nuovo mondo, tanto dal nostro distante quanto sono ancora i costumi dissimili, non si fidano di confederazione, quando che non si possono fare con tante cerimonie e sagramenti, che non si truovi ne le parole qualche calumnia postavi a studio; e così non si può fare confederazione alcuna che non vi sia un uncino da romperla. Ma se truovano i prencipi simile accortezza o inganno nei contratti degli uomini privati, li dannano come sacrilegi e degni di morte; e questo farebbono specialmente i consiglieri dei prencipi, i quai sono tal fiata stati autori de le fraudolenti confederazioni acciò che si potessino rompere. Indi aviene che non vi sia altra giustizia se non la umile e plebea, e molto inferiore da la regale maestà. Come se vi fusseno due giustizie, una del volgo, umile e bassa, la quale, avinta con molti nodi, non ardisca levarsi; l’altra dei prencipi, alta e magnifica, a la quale tanto sia lecito quanto loro piace. Io credo che gli Utopiensi non facciano alcuna confederazione, perché i prencipi di quel paese tanto sono a contravenire ad ogni loro promessa disposti. Tuttavia, se vivessero in queste parti, muterebbono proposito. Benché elli giudicano, ancora che fusseno osservate le confederazioni ottimamente, che non sia bene fare tai confederazioni, perché si puotrebbono tenere per nimici quei popoli che sono divisi con un rivo o con un colle, non avendo tra loro tai segni de parti, e indi guerreggiare insieme; anzi, che, fatte le confederazioni, non si strigne però l’amicizia e resta la licenza di saccheggiare, non si avendo per imprudenza potuto porre ne la confederazione ogni cautela somciente a ribattere l’ingiuria. Ma elli a l’incontro giudicano che non si tenga alcuno per nimico, dal quale non s’abbia ricevuto ingiuria, e che basti la compagnia naturale in luoco di confederazione, perché gli uomini più volontieri e con maggior fermezza si uniscono cogli animi, che per confederazioni o parole.