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L'Utopia/De le religioni degli Utopiensi

De le religioni degli Utopiensi

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De la guerra


Sono varie le religioni, non solo per l’isola, ma per le città ancora. Altri onorano il Sole, altri la Luna, altri alcuna de le stelle erranti. Alcuni onorano per sommo dio qualche uomo che sia stato egregio per virtù. Ma la maggior parte, i più prudenti dico, non adora alcuna di queste cose, ma pensa che vi sia una occulta, eterna, immensa e inesplicabile divinità, sopra ogni capacità umana, la quale con la virtù, non con la grandezza, si stenda per questo mondo, e questo Dio chiamano padre. Da lui riconoscono l’origine, l’aumento, i mutamenti e il fine di tutte le cose e a lui solo danno i divini onori. Gli altri tutti, benché adorino cose diverse, in questo parere concorrono, che vi sia un sommo Dio, il quale abbia creato il tutto e con sua prudenza lo conservi, e chiamatilo in loro linguaggio Mytra. Ma discordano in questo: che uno afferma che questo sommo Dio sia una cosa e alcuno un’altra. Affermano, però, che quel sommo, il qual tengono per Dio, ha il governo del tutto. Ma tutti a poco a poco si scostano da la varietà de le soperstizioni e concorrono in quella religione che con più ragioni et evidenze si pruova. E già sarebbono tutti di una religione, se non che ogni disgrazia che loro accade nel mutare la religione si pensano che gli sia mandata dal Cielo per castigo e che quel Dio, il quale vogliono abbandonare, si vendichi di questa loro empia intenzione.

Ma poi ch’io gli predicai il nome di Cristo, la dottrina di quello, i miracoli e la costanza di tanti santi martiri, che spontaneamente volsero spargere il sangue, e come tante nazioni si sono a lui convertite, mirabilmente vi s’inchinarono, ovcr per divina ispirazione, overo che parve loro questa via molto simile a la loro relig[i]one, e valse questo assai perch’avevano compreso che la foggia del loro vivere piaceva a Cristo e che i veri cristiani avevano monasteri molto simili ai loro istituti. Ma sia avenuto per qual causa si voglia, molti si convcrtirono a la fede cristiana e volsero esser battegiati. Ma di noi quatto, che ivi eravamo, niuno era sacerdote, perché due erano morti. Tuttavia quei popoli ancora desiderano avere quei sagramenti che s’appertengono di ministrare solamente ai sacerdoti; e disputano tra loro sovente se sia lecito senza commissione del pontefice eleggere sacerdote uno di loro; e stavano per eleggerlo, ma non ancora l’avevano eletto, quando io mi parti[i] da loro. Quei che ancora non hanno appreso la fede cristiana, non biasimano chi la crede. Se non che uno di nuovo battezzato cominciò ardentemente (quantunque io lo ammoniva che tacesse) a commendare la fede cristiana e dannare ogni altra setta, chiamando empii coloro che adoravano altro che la santissima Trinità e degni del fuoco eterno. Costui fu preso non già come violatore de la religione, ma come colui ch’aveva levato nel popolo tumulto, allegando gli antichissimi loro istituti che ognuno possi tenere qual religione più gli piace.

Gli Utopiensi, avendo inteso che i primi abitatori di quella regione esser stati cerca la religione di pareri diversi e considerando che queste varie sette, combattendo tra loro per la religione, gli aveano dato occasione di vincerli tutti, fecero un editto che ognuno potesse tenere quella religione qual più gli aggradiva a l’animo, e s’alcuno bramava di tirare l’altro ne la sua religione, poteva con modestia e ragioni studiare a persuaderlo, ma non usare in questo alcuna violenza o ingiuria; e chi contendeva di questo importunamente era punito con l’esilio o con servitù. Fecero gli Utopiensi tale statuto non solamente per rispetto di conservare la pace, la quale con la contenzione e con l’odio si estingue, ma eziandio pensando che piacesse a Dio il culto vario e diverso e che perciò ispirasse varii riti a questo e a quello. Ma giudicarono che non fusse convenevole voler con forza e minacce sforzare alcuno a credere quello che tu credi per vero. E quantunque una di quelle loro religioni fusse vera, tuttavia volseno che fusseno persuasi i loro cittadini a quella con modestia, sperando che la verità, quando che sia, debbia rimaner vittoriosa; e che, contendendosi con arme, gli uomini ostinati puotrebbono con le loro vane superstizioni oppriinere la vera religione, come avienc che i frutti vengono affogati da le spine. Così, da tai ragioni mossi, lasciarono libero ad ognuno di credere quello che più gli piaceva. Solamente vietarono che niuno affermasse le anime morire con i corpi e che il mondo fussc governato a caso, senza previdenza divina, laonde volevano che dopo questa vita fussero puniti i vizii e premiate le virtù. Quei che negavano tai cose erano tenuti peggio che bestie, volendo assimigliarc l’anima umana a le pecore; ma ne anco lo riputavano loro cittadino, come colui il quale (non essendo da timore raffrenato) sprezzerebbe ogni buono costume e istituto. Et è da credere che costui contrafaccia di nascosto a le leggi o studii di annullarle per servire al suo appettito, non avendole in riverenza né sperando o temendo cosa alcuna dopo questa vita. A chi tiene tale opinione non danno onore alcuno né magistrato; così è lasciato da parte, come uomo inetto e da poco. Non però viene punito, dandosi a credere che non sia in potere di alcuno credere quello che gli piace. Non lo sforzano con minacce che tenghi secreto il suo parere, fingendo di credere come gli altri; gli vietano però il disputare di questa opinione, specialmente apo il volgo. Ma confortano gli uomini di gravita e i sacerdoti che ne ragionino, sperando che tale pazzia debbia esser vinta da la ragione. Altri in gran numero tengono che le anime ancora de le bestie siano immortali, ma de le nostre men degne e non ad uguale felicità nasciute. Tanto sono persuasi de l’immensa felicità de le anime nostre, che piangono gli infermi e non i morti, se non quei che veggono mal volontieri lasciar questa vita. E questo hanno per cattivo augurio, come se l’anima, senza speranza di bene alcuno, spaventata da la propia conscienza, temesse il sopplicio. E pensano che non piaccia a Dio l’andare di colui il quale non corre volontieri quando è chiamato, ma sta ritroso. Se veggono alcuno morire in questa guisa, se ne smanscono e lo portano a sepelire tacitamente, e pregano Dio che perdoni a la sua dapocagine. Niuno piange quei che muoiono lietamente e con buona speranza, anzi, seguendo le essequie ca[n]tando, ricomandano affettuosamente le anime di quelli a Dio; ardeno i corpi con riverenza più tosto che con ramarico. Rizzano una colonna ove sono scolpite le lodi del defonto e, tornati a casa, ricontano i costumi e la vita di quello e specialmente commendano la sua morte. Tengono che tale commemorazione di bontà sia a’ vivi uno stimolo a la virtù e gratissimo culto ai defonti, dandosi a credere che i morti invisibilmente si truovmo presenti a simili parlari. Perché non sarebbono felici, quando non potesseno andare ove piace loro, e sarebbono ingrati se non bramasseno di rivedere i suoi amici, con i quali erano uniti con rispondente carità, la quale, essendo uomini da bene, più tosto debbe essere accresciuta che scemata. Credono, adunque, che i morti pratichino tra’ vivi, mirando quanto si fa e dice; perciò si metteno arditamente a le imprese, fidandosi di tali agiuti; e portando onore a la presenza dei loro maggiori, si guardano da commettere cosa disonesta anche segretamente.

Sprezzano gli augurii e le altre superstizioni d’indovinare, le quai sono apo le altre nazioni tanto riputate. Onorano quei miracoli che vengono senza agiuto alcuno di natura come testimoni de la divina presenza, e ne le gran cose con publiche supplicazioni studiano a placare Dio. Pensano che contemplare le cose di natura sia un culto a Dio gratissimo. Molti ancora, mossi da religione, sprezzano le lettere, non si danno a contemplare cosa alcuna, ma solamente pensano di acquistare la felicità perpetua con buone operazioni. Così servono agli infermi, altri riconciano le vie, altri purgano le fosse, altri rifanno i ponti, cavano sabbia e pietre, conducono ne le città legne e frutti, altri tagliano alberi e li segano; e come fossero servi si pongono volontieri ad ogni impresa difficile, strana o sozza, la quale dagli altri per la fatica o per fastidio è lasciata. Faticano continuamente perché gli altri riposino, non biasimando, però, alcuno che viva altrimenti. Questi, quanto più si portano da servi, tanto vengono dagli altri più onorati. Ma sono di due sorti: alcuni vivono casti e non mangiano carni; altri al tutto non mangiano di animale alcuno e lasciano da parte ogni diletto carnale con speranza de la vita futura, e sono sani e prosperosi. L’altra sorte di questi, data parimente a le fatiche, si marita per esseguir l’opera de la natura e generare figliuoli a la republica. Non fuggono quei sollazzi che non li ritirino da la fatica. Mangiano carni d’animali di quatro piedi, dandosi a credere che con quel cibo si mantenghino più robusti a le fatiche. Utopiani tengono questi per più prudenti e quei per più santi. Ma quando più apprezzano il celibato ch’il matrimonio e la vita austera che la deliziosa, li beffano; nondimeno, dicendo che sono mossi a questo da religione, gli onorano, perché si guardano sommamente di non dannare la religione di alcuno. Elli chiamano questi tai "butreschi", che apo noi significa religiosi.

Hanno sacerdoti di vita santissima, ma solamente tredeci per ogni città, secondo ’ numero dei tempii. Ma quando vanno a la guerra ne conducono seco sette di quelli e ne creano altri sette in luoco loro, fin che si torna da la guerra, e alora gli ultimi accompagnano il pontefice, sin che per morte dei primi succedono al sacerdozio. Sono eletti dal popolo, come i magistrati, segretamente, acciò che non nascano odii tra loro, e dal loro collegio vengono sagrati. Questi sono preposti ai divini misteri. Hanno cura de le religioni, sono giudici dei costumi et è biasimato colui che sia ripreso da quelli. Sì come è loro ufficio ammonire i malfattori, così ai magistrati conviensi di castigarli. Solamente scommunicano gli ostinati, il che è apo loro sommamente biasimevole e tenuto per greve sopplicio, perché temono l’infamia e la religione, oltre che non sono sicuri del corpo, perché, se tardano a pentirsi e satisfare ai sacerdoti, sono puniti dai magistrati. Questi sacerdoti ammaestrano i fanciulli, avendo maggior cura a formarli ne le lettere che nei buoni costumi. E pongono ogni studio che imparino buone opinioni e piglino desiderio di esser utili a la republica, acciò che gli animi giovenili in questo formati ne l’età virile siano disposti a mantenere lo stato de la republica, il quale solamente vien meno per i vizii che nascono da sinistre opinioni.

Danno ai sacerdoti elettissime mogli del popolo loro; fanno sacerdotesse ancora le femine, ma di raro se non sono vedove o di età matura. Sono più onorati i sacerdoti apo gli Utopiensi che qualunque magistrato, e se commettono qualche rea opera, non vengono puniti d’alcuno, ma lasciati al divino giudicio e a la propia conscienza, perché non par loro giusta cosa di toccare con mano mortale colui che è a Dio sagro. Questo costume possono osservare agevolmente, perché eleggono sacerdoti quei che sono di ottima vita, i quai de raro cadcno nei vizii, vedendosi con tanto favore eletti perché osservino la virtù. E se pure aviene che pecchino, come avien ne l’umana natura, tuttavia, perché sono pochi e senza potestà alcuna, non si teme che possino a modo alcuno infestare la republica. E ne fanno pochi, acciò che sia tale dignità più ragguardevole e perché tengono che sia diffidi cosa truovare gran numero de buoni che possino esser di tale dignità degni.

Questi e dai loro popoli e dagli stranieri sono molto onorati, il che per mio aviso è causato da questo: che facendosi il fatto d’arme, elli, separati dagli altri, stanno in ginocchione vestiti con i sagri abiti; e con le mani al cielo levate, pregano prima per la pace e poi per la vittoria al loro popolo, senza spargimento di sangue d’amendue le parti. Vincendo i suoi, corrono ne le squadre, vietando l’uccisione degli sconfitti, né alcuno gli offende: tanta riverenza portano a quelli, che non tocherebbono le vesti. Perciò sono in tanta venerazione apo le esterne nazioni, ancora che molte fiate hanno salvato non meno i nimici da le mani dei cittadini, che questi da le mani de’ nimici. A le volte è avenuto ch’essendo sconfitto il campo loro e mettendosi il nimico a saccheggiare, sopravenendo i sacerdoti, è stata raffrenata l’uccisione e fatta la pace con onesti partiti. Non mai è stata gente alcuna tanto feroce e cruda, la quale non abbia onorato il corpo di quelli come sagrosanto e inviolabile. Celebrano solennemente il primo e l’ultimo del mese, e parimente de l’anno, il quale dividono secondo il corso de la Luna. I primi giorni chiamano "cinemerni" e gli ultimi "trapemerni", cioè prime feste, ultime feste.

Hanno egregii tempii non molto lavorati, il che non era loro necessario, essendo pochi, ma ben capaci; sono alquanto scuri, per consiglio dei sacerdoti, perché la molta luce distrae i pensieri nostri e la mediocre li raccoglie e fa l’uomo a la religione più dedito. Benché siano di varie forme, nondimeno tutti sono a la religione accommodati quasi ad una commune foggia. Li sacrificii particolari di ciascuna setta sono tenuti ne le case particolare. Fanno con tale ordine i publichi sacrificii, che non aviliscono i privati e particolari. Così non tengono nei tempii alcuna imagine dei dèi, acciò che possa ognuno liberamente imaginarsi Dio in qual forma più gli piace. Chiamano Dio solamente per questo nome: Mytra; e tutti per questa voce intendono la natura de la divina Maestà. Non si fanno orazioni, le quai non si possino prononciarc senza offendere le altre sette.

Concorrono al tempio ne le ultime feste, al vespro e diggiuni, per rendere grazie a Dio d’aver passato quel mese prosperamente; il giorno seguente, ch’è la prima festa, la mattina concorrono al tempo a sopplicare felice successo per il seguente mese. Ne l’ultime feste, prima che si vada al tempio, le mogli ai mariti, i figliuoli ai padri, si mettono in ginocchione, chiedendo perdono di ogni mancamento. Così ogn’odio nascosto o dispiacere nasciuto tra loro si estingue, e si truovano ai sacrificii con animo candido e puro, perché temono di andare ai sacrificii non avendo l’animo da ogni odio e ira purgato.

I maschi vanno a la destra parte del tempio e le femine a la sinistra, e ogni padre e madre di famiglia si mette innanti a tutti i suoi per vedere i gesti di coloro ch’hanno in governo e potergli correggere di ogni errore che commettessero. Attendono che i giovani stiano vicini ai vecchi, acciò che non si diano a cose puerili se stanno tra fanciulli o garzoni, parendo loro che in quel tempo debbano, col levare la mente a Dio, esser incitati a la virtù. Non sacrificano animali, dandosi a credere che la divina clemenza non si plachi con sangue o uccisioni, avendo quella dato la vita agli animali perché vivano. Ardono incenso e altre cose odorifere, portano assai torchi, non già che non tengano per certo come tai cose niente vagliono a placare la divina natura, né anco le orazioni degli uomini, ma piace loro questo culto senza nocumento alcuno; e con tali odori e lumi si sentono muovere a devozione verso Iddio e doventare più pronti ad onorarlo. Il popolo nel tempio si veste di bianco e i sacerdoti de varii colori, ma non di preciosa materia, perché sono quelle vesti quasi ricamate non di pietre preziose, ma di varie penne de uccelli, in tal modo con ordine disposte, che l’opera oltre ogni stima più assai vale che la materia. Dicono ancora che in quel variare di penne che si vede in le vesti dei sacerdoti sono compresi alcuni secreti misteri, la interpretazione dei quali, imparata dai sacerdoti che diligentemente la insegnano, fa loro comprendere i divini bcneficii che ricevono e quale pietà debbano usare verso Dio e il prossimo.

Quando il sacerdote ornato esce del santuario, tutti si piegano con la faccia in terra con tanto silenzio che muove agli animi timore, come se Dio fusse presente. Poi che sono stati alquanto in terra, ad un segno del sacerdote si lievano e cantano a Dio laude con musicali istromenti di forma assai differenti da quelli che si veggono apo noi, ma nel suono alcuni più, alcuni meno soavi che i nostri. Ma ci vincono di gran lunga in questo: ch’ogni lor musica, o con organi o con voce umana, imita et esprime gli affetti naturali, e accommodasi il suono a la materia; sia orazione supplicatoria, lieta, placabile, turbata, lugubre o sdegnata, la melodia rappresenta in tal guisa il sentimento di questa tal cosa, che gli animi di tutti sono a quella disposti e accesi. In fine dei sacrificii, tutti ad una voce dicono certe parole col sacerdote, le quai, benché siano dette in commune, ognuno può applicare a sé medesimo. In queste riconoscono Iddio autore de la creazione e del governo e di tutti gli altri beni, e di tanti beneficii gli rendono grazie, ma particolarmente che sian nati in republica felicissima e abbino religione a loro parere d’ogn’altra più vera. E se pigliano errore in questo, che ispiri loro la miglior via, offerendosi pronti a seguirla. Ma la republica loro è ottima e la religione verissima; e che dia loro costanza a perseverare in quella e conduca tutti gli uomini a quella foggia di ben vivere e in quel parere cerca la religione, se però non si diletta più di questa varietà di religione per la sua inscrutabile sapienza. Sopplicano poi che li ricevi a sé dopo la morte, che non sia crudele, né strana. Fatta quest’orazione, da nuovo si piegano in terra, e poco appresso levati, vanno a mangiare. Il rimanente del giorno consumano in giuochi et esercizii militari.

Hovvi descritto quanto più veracemente mi è stato possibile la forma di quella republica, la quale non solamente giudico ottima, ma eziandio sola la quale possi con ragione esser chiamata republica. Perché altruove si ragiona veramente del publico commodo, ma si attende al particolare. In questa da dovero si mira al ben publico, lasciando al tutto da parte ogni propio utile. Chi è ne le altre republiche, ancor che siano fiorite e prospere, il quale non si tema di morirsi per fame se non procura più tosto a’ suoi privati commodi che al publico bene? E anco la necessità ne le altre republiche strigne l’uomo a far questo. In questa, ove ogni cosa è commune, niuno teme di patire, pur che siano pieni i granari publichi. Perché ivi non si distribuisce con malvagità, né vi è alcuno povero, e quantunque niuno posseda in particolare, tutti sono nel publico ricchi, perché veramente, non avendo pensieri cerca l’acquistare particolarmente, menano lieta vita con tranquillo animo. Non stanno in affanno del loro vivere, non sono con dimande continue da le mogli travagliati, non temono che i figliuoli impoveriscano, né di indotare la figliuola stanno in pensiero. Anzi, sono securi del vivere felice de’ figliuoli, nipoti e d’ogni lor descendente e anco di loro stessi, perché parimente si provede a chi non può più lavorare come a quei che lavorano.

Ardirà alcuno di comparare la equità di altre genti, le quai a mio parere non ne tengono ombra alcuna, con la equità di questa republica? Che equità è questa, eh’un nobile, overo orefice, o usuraro, o pure qualunque altro, che non opera cosa alcuna, overo che ogni suo fatto è poco necessario a la republica, si acquisti il vivere delicato e splendido, quando che un servo, un lavoratore de’ campi, un fabro, un carretieri con tanta fatica dì e notte, che non la patirebbono i buoi, si guadagna parcamente il vivere, quasi peggiore che quello degli animali, che non faticano tanto assiduamente, né stanno in timore de le cose a venire? Ma questi sono afflitti da la poco fruttuosa fatica, e ricordandosi de la povertà, ch’aspettano in vecchiezza, restano vinti dal dolore, vedendo che, non potendo tanto guadagnare che basti loro di giorno in giorno, perdono ogni speranza di riporre cosa alcuna per la vecchiezza. Non è ingiusta questa republica e ingrata, la quale da liberamente tanti doni ai nobili, agli ociosi, ad artefici de vani diletti e agli adulatori, e non provede a’ lavoratori di terreno, a’ carbonarii, a’ servi, a’ carrettieri e a’ fabri, senza i quali non può stare alcuna republica; anzi, avendosi de le loro fatiche servito mentre che erano giovani, poi che invecchiano, li lascia di disaggio morire in estrema povertà! Che dirò, che i ricchi pigliano ancora del salario diurno dei poveri non solamente con violenza o fraude, ma con publiche leggi?

Considerando adunque tutte le republiche che ora fioriscono, così mi ami Dio che non veggo altro che una congiura de ricchi, la qual, tratta dai propii commodi, sotto nome di repu[b]lica ricercano ogni modo e arte con la quale possino fare grandi acquisti e tenerseli senza timore, dipoi come possino con piccioli salarii aver le fatiche de’ poveri e servirsene a lor voglia. Questi truovamenti de’ ricchi, sotto colore di republica, do ventano leggi! Tuttavia questi pessimi uomini, poi ch’hanno con insaziabile appetito diviso tra loro quello che a tutti dovea bastare, sono degli Utopiensi inferiori quanto a la felicità de la republica loro, da la quale essendo levata via la cupidigia del denaro, quante molestie e sceleragini sono da quella rimosse! Chi non sa quante fraudi, rapine, risse, tumulti, contenzioni, sedizioni, uccisioni, tradimenti, incantesimi, puniti più tosto che raffrenati con i sopplicii, col sprezzare i denari se ne vanno, e con questi la sollecitudine, i pensieri, fatiche e vigilie con la pecunia si portano, e anco se ne va la povertà, la qual sola pare che sia bisognosa de denari?

E per meglio considerarla, pensati di qualche anno sterile, nel quale siano morti per fame gli uoinini a migliaia, e truoverai che nel fine di quella carestia era tanto formento nei granari dei ricchi, ch’arebbe nodrito quei che morirono di fame, né alcuno arebbe sentito la sterilità di quel tempo. Così facilmente s’acquisterebbe il vivere, se il desio di accumulare denari non impoverisse gli altri. I ricchi veramente comprendono che sarebbe migliore partito non mancare di cose necessarie, ch’abondare di tante soverchie. E io tengo certo che overo il rispetto del conimodo, overo l’autorità del salvator Cristo, il quale per sua sapienza e bontà seppe e puoté consigliare quello ch’era meglio, arebbe già ridotto il mondo tutto sotto queste leggi, se non si contrapones[s]e la superbia, la quale si tiene felice non per i propii commodi, ma per gli incommodi altrui, delettandosi col suo pompeggiare di affligere i poveri. Questa serpe infernale ritarda gli uomini da la vera via! Ma essendo ella oggimai radicata negli umani petti, mi rallegro che tengano gli Utopiensi questa ottima forma di republica felicissima e, quanto può l’umana cognizione prevedere, ancora perpetua, perch’essendo tra loro estirpati i vizii de l’ambizione e le radici de le sette, non v’è pericolo di discordia, la qual sola basta a rovinare le ben fortificate città. Ma, vivendo in con[c]ordia con salutiferi istituti, non puotrà l’invidia de’ vicini prìncipi, già più volte ribattuti, crollare quell’imperio.

Poi che Raffaello ebbe così detto, quantunque mi parevano esservi molte sconvenevolezze nei costumi e leggi loro, non solo cerca il guerregiare, come ancora ne la religione, ma specialmente che questo vivere in commune senza denari pare ch’estingua la nobilita, la magnificenza e lo splendore, che sono per commune opinione i veri ornamenti de la republica, tuttavia, vedendolo già stanco e temendo di non offenderlo nel riprendere questa republica tanto affetuosamente da lui commendata, laudai il suo parlare e, presolo per mano, lo menai a cena, dicendo che ad altro tempo potressimo de le istesse cose pensare e ragionare. Il che piaccia a Dio che avenga.


IL FINE DEL SECONDO E ULTIMO LIBRO