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Giovanni Marchetti

1823 I Epitaffi letteratura In morte del conte Giulio Perticari Intestazione 1 settembre 2014 75% Poesie

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in morte

DEL CONTE GIULIO PERTICARI

CANZONE

del conte giovanni marchetti.


Quanto di basse voglie
     D’ignoranza e d’errori alto la faccia
     Tiene, e ’l secol minaccia,
     S’ allegri e segua a ringraziar fortuna:
     5Ma dovunque s’accoglie
     Dell’antico valor favilla alcuna,
     Degno ben è ch’ivi risuoni il pianto.
     Oimè! rotto è quel santo
     Lauro, di che già tanto si compiacque
     10II disfiorato italico giardino;
     Dopo breve cammino
     Secco è quel puro fiume, onde men chiaro
     Parve il nume gentil da le bell’acque;
     Caduto è il vivo tempio, in cui riparo
     15Ogni ardente virtude avea pur dianzi:
     E parton Morte e Gloria i sacri avanzi.
Disparito è colui,
     Ch’ove intelletto uman rado pervenne
     S’ergea con forti penne:
     20E la comun speranza, che si già
     Testè dinanzi a lui
     Lieta volando, a mezzo della via
     Vedova sconsolata indietro torna.
     Ahi! che più non aggiorna
     25(Dice) il novello lume ch’io vedea
     Presso a raggiar da quell’eccelsa mente,
     E far chiari alla gente
     I bei costumi, ond’eri, o dolce madre,
     Non serva donna, ma regina e dea.
     30Ahi! di qual ben, di quante alte e leggiadre
     Cose il pensare e l’aspettar vien manco;
     Ch’io non so quando il cielo in noi sia stanco.
E mentre, sospirando,
     Il viso di pietà già molle al petto
     35Inchina, un giovinetto
     Tutto vestito di color di foco
     Sopravvien lacrimando,
     E grida: Io sono Amor del natio loco,
     Che sì mirabilmente a lui m’appresi;
     40lo la sua luce incesi,
     Io lo scorsi per vie ardue e diverse
     A dar di sè maravigliosi esempi,
     Sì che a mirar ne’ tempi,
     Già gloriosi di parole ornate
     45E di sensi magnanimi, converse
     Gli occhi di questa mal condotta etate,
     Cui non invan le antiche opre fur conte;
     E men vergogna le gravò la fronte.
O di noi degni e cari
     50Ragionamenti, o bei desiri, o speme
     Cui ci levammo insieme,
     O nostro meditar tanto e sì vano!
     In questo dir gli amari
     Passi riprende, e dolce oltre uso umano
     55Mestissima armonia per l’aere suona.
     O italico Elicona,
     Non altrimenti, credo, lamentavi
     Lo dì che avvolta in un fiorito nembo
     Del tuo diletto Bembo
     60L’inclita vita si ridusse in cielo:
     E intorbidò tuo fonte le soavi
     Linfe, e pe’ sacri margini ogni stelo
     Cadde, e s’udia: Morte, il miglior ne pigli;
     Oh quanto è lungi ancor chi lui somigli!
65Spirto, a sì tarda e bassa
     Stagion serbato, or chi tuo lume asconde
     A noi? Perchè là, donde
     Tardi venuto se’, ratto se’ corso?
     Benigno astro, che passa
     70Velocemente, ma nel breve corso
     Pur quanto può di sua virtù ne piove;
     Deh per le prime e nove
     Dolcezze di quel guardo che girasti
     A cercar Dante per l’eterne rote,
     75Se mortal cosa or puote
     In te, già duce a’ la più nobil guerra,
     Che il retto, il vero, e ’l comun bene amasti,
     Vedi quanto di te rimansi in terra
     Disio: pon mente a tue sovrane lodi;
     80E in un del cielo e di quaggiù ti godi.
Canzon, come tu piangi,
     Così pianger vedrai
     Tutte dinanzi a’ te le tue sorelle.
     Non ti maravigliar: nemiche stelle
     85Questa superba in pria del mondo parte
     Disertar sì, che omai
     Non più di cetre o trombe
     L’usato suon, ma il piangere è nostr’arte,
     E nostra gloria son ruine e tombe.